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Diabete di tipo 2 e progressivo deterioramento metabolico

Il diabete di tipo 2 è una patologia metabolica caratterizzata da alterazioni della sensibilità insulinica e da una progressiva compromissione della funzione delle cellule β pancreatiche. Iperinsulinemia, insulino-resistenza, infiammazione cronica e disfunzioni delle vie PI3K/AKT contribuiscono alla complessità della malattia. Nel libro «La scelta di Vivere in Salute o in Malattia», il dott. A. Colonnese e R. Panzironi approfondiscono questi meccanismi e il ruolo dell'alimentazione e dello stile di vita nella prevenzione e nella gestione del rischio metabolico.

Cita questo articolo
Colonnese, A. & Panzironi, R. (2026). Diabete di tipo 2 e progressivo deterioramento metabolico. La scelta di Vivere in Salute o in Malattia. https://lifesciencehub.info/it/la-scelta-di-vivere-in-salute-o-in-malattia/il-diabete-2
La scelta di Vivere in Salute o in Malattia · ISBN 979-12-82692-02-1

DOI lsh.it.libro.14

  • Pubblicazione 03/11/2026
  • Aggiornamento 03/11/2026
  • DIABETE DI
  • VARIABILITÀ GLICEMICA
  • IPERINSULINEMIA
  • CLEARANCE INSULINICA
  • PI3K/AKT/MTOR

ABSTRACT

Diabete di tipo 2: variabilità glicemica, iperinsulinemia e disregolazione AMPK/mTOR nella progressione della disfunzione β-cellulare

Il diabete di tipo 2 è una patologia metabolica progressiva che coinvolge numerosi organi e può svilupparsi prima dell’iperglicemia persistente. Nel libro "La scelta di Vivere in Salute o in Malattia", il Dott. A. Colonnese e R. Panzironi analizzano la sequenza di alterazioni glicemiche, pancreatiche e molecolari che accompagna la progressione della malattia.

Nelle fasi iniziali, il monitoraggio continuo del glucosio evidenzia una maggiore variabilità glicemica, anche quando glicemia a digiuno ed emoglobina glicata risultano relativamente conservate. Le escursioni postprandiali dipendono da indice e carico glicemico, composizione dei pasti e risposte individuali. Studi sulle diete a ridotto contenuto di carboidrati riportano minori picchi glicemici e maggiore tempo nell’intervallo ottimale, con risultati condizionati dalla qualità alimentare e dall’aderenza.

Parallelamente, la perdita della secrezione insulinica precoce induce una compensazione tardiva che può contribuire all’iperinsulinemia. Anche una ridotta clearance epatica aumenta l’esposizione all’insulina e potrebbe precedere parte delle alterazioni della sensibilità insulinica. La stimolazione persistente di PI3K/AKT/mTOR può mantenere attiva S6K1, il cui feedback negativo su IRS-1 attenua la trasmissione del segnale insulinico. AMPK rappresenta un regolatore energetico complementare: esercizio fisico e interventi sperimentali possono favorirne l’attivazione, modulando mTOR/S6K1 e la segnalazione IRS-1/PI3K/AKT.

Con il protrarsi dello squilibrio, glucotossicità, lipotossicità, stress ossidativo e del reticolo endoplasmatico, disfunzione mitocondriale e deposizione di amiloide contribuiscono al deterioramento delle cellule β pancreatiche. La progressiva perdita della loro funzione limita la secrezione insulinica e favorisce l’iperglicemia stabile. La multimorbidità associata al diabete conferma inoltre la rilevanza sistemica del processo, con possibili conseguenze per cuore, reni, fegato e cervello lungo il decorso clinico progressivo. Nel complesso, le evidenze delineano una successione di eventi potenzialmente interdipendenti, senza stabilire una sequenza causale universale. Individuare precocemente variabilità glicemica, alterazioni della secrezione e della clearance insulinica può orientare strategie preventive personalizzate, integrate con alimentazione e attività fisica, prima della compromissione β-cellulare avanzata.

Diabete 2 come patologia sistemica

Il diabete mellito di tipo 2 rappresenta oggi una delle principali sfide della medicina moderna. Per molti anni è stato considerato essenzialmente una malattia caratterizzata dall'aumento della glicemia, nella quale il problema principale consisteva nell'incapacità dell'organismo di mantenere il glucosio entro valori fisiologici. Oggi, grazie alle evidenze accumulate negli ultimi decenni, questa visione appare decisamente riduttiva. Il diabete di tipo 2 è infatti una patologia sistemica, capace di coinvolgere progressivamente quasi tutti gli organi e gli apparati attraverso una complessa rete di alterazioni metaboliche, infiammatorie, vascolari e immunitarie. In altre parole, l'iperglicemia rappresenta soltanto la manifestazione più evidente di un processo biologico molto più ampio, destinato, se non adeguatamente controllato, a influenzare l'intero organismo.

Le dimensioni del fenomeno sono impressionanti. Oltre il 90-95% di tutti i casi di diabete nel mondo è rappresentato dal diabete di tipo 2, una condizione la cui prevalenza continua ad aumentare parallelamente alla diffusione dell'obesità, della sedentarietà e dell'invecchiamento della popolazione. Sebbene la malattia rimanga più frequente dopo i 45-50 anni, negli ultimi anni si osserva un incremento costante anche tra i giovani adulti e, in alcuni Paesi, perfino tra adolescenti e giovani obesi. Inoltre, gli uomini tendono a sviluppare la malattia con maggiore frequenza e a manifestare più precocemente complicanze cardiovascolari e renali, mentre nelle donne il rischio aumenta sensibilmente dopo la menopausa, quando viene meno parte della protezione esercitata dagli estrogeni. Questa anticipazione dell'età di insorgenza assume un'importanza particolare, poiché una diagnosi precoce espone l'organismo a un periodo molto più lungo di alterazioni metaboliche, aumentando progressivamente il rischio di complicanze e di mortalità (Emerging Risk Factors Collaboration, 2023) [1].

Per comprendere realmente il diabete di tipo 2 è quindi necessario superare l'idea di una semplice alterazione della glicemia. È più corretto immaginare l'organismo come una rete di ingranaggi perfettamente sincronizzati: quando uno di essi inizia a funzionare male, anche gli altri vengono progressivamente coinvolti. Nel diabete accade qualcosa di molto simile. L'alterazione iniziale del metabolismo glucidico innesca una cascata di eventi che interessa il sistema cardiovascolare, i reni, il fegato, il cervello, il sistema immunitario e numerosi altri tessuti, dando origine a un quadro clinico molto più complesso rispetto a quanto si pensasse in passato (Li et al., 2024) [2].

Questa nuova concezione è confermata da un'enorme analisi epidemiologica condotta su oltre 46 milioni di adulti inglesi, che ha profondamente modificato il modo di interpretare la malattia. I risultati mostrano infatti che il diabete non aumenta semplicemente il rischio di alcune complicanze specifiche, ma accelera l'intero processo di comparsa delle malattie croniche. Le donne con diabete sviluppano forme gravi di multimorbidità circa vent'anni prima rispetto alla popolazione generale, mentre negli uomini questo anticipo è di circa quindici anni. Ciò significa che una persona diabetica raggiunge già nella mezza età un livello di complessità clinica normalmente osservabile molti anni più tardi. Già all'età di cinquant'anni circa un paziente su tre convive contemporaneamente con almeno tre patologie croniche e trascorre mediamente oltre vent'anni della propria vita in questa condizione, con una riduzione dell'aspettativa di vita di circa undici anni rispetto ai soggetti senza diabete. Inoltre, ogni ulteriore patologia presente a cinquant'anni si associa a circa quattro anni aggiuntivi di riduzione della sopravvivenza (Gregg et al., 2024) [3].

La comparsa di queste patologie non segue uno schema casuale. Nelle fasi iniziali della malattia assumono particolare rilevanza condizioni come depressione, disturbi mentali, asma e dipendenza da alcol, mentre con il passare degli anni diventano predominanti ipertensione arteriosa, cardiopatia ischemica, insufficienza cardiaca, malattia renale cronica, ictus, tumori e osteoartrosi. Questo cambiamento riflette il progressivo accumulo del danno metabolico e vascolare, che coinvolge contemporaneamente numerosi organi e sistemi (Gregg et al., 2024) [3].

La multimorbidità rappresenta ormai la regola più che l'eccezione. Una recente revisione sistematica comprendente quasi tre milioni di persone affette da diabete di tipo 2 ha stimato che oltre l'83% dei pazienti convive con almeno un'altra malattia cronica. Più della metà presenta contemporaneamente patologie direttamente correlate al diabete, come ipertensione, malattie cardiovascolari, nefropatia e retinopatia, insieme a condizioni apparentemente indipendenti, quali depressione, broncopneumopatia cronica ostruttiva, artrosi e altre malattie croniche. Questo dimostra come il diabete favorisca un progressivo accumulo di alterazioni che coinvolgono simultaneamente molteplici apparati dell'organismo (Ferede et al., 2025) [4].

Anche l'evoluzione temporale della malattia conferma questo fenomeno. Analizzando oltre 220.000 pazienti britannici seguiti per vent'anni, è stato osservato che circa il 30% dei soggetti presenta già almeno tre comorbidità al momento della diagnosi, percentuale che sale a circa il 60% dopo dieci anni di malattia. Sorprendentemente, tra le condizioni più frequenti già all'esordio figurano non soltanto l'ipertensione arteriosa, ma anche lombalgia cronica, depressione e osteoartrosi, indicando che il carico clinico del diabete va ben oltre le tradizionali complicanze vascolari. Con l'aumentare della durata della malattia crescono progressivamente anche retinopatia, insufficienza cardiaca, malattia renale cronica e numerose altre condizioni croniche. L'obesità modifica ulteriormente questo quadro, determinando una maggiore frequenza di depressione, asma, insufficienza cardiaca e patologie muscoloscheletriche, delineando veri e propri fenotipi clinici differenti (Pearson-Stuttard et al., 2022) [5].

Tra tutte le complicanze, quelle cardiovascolari e renali rappresentano ancora oggi le principali responsabili della mortalità. Tuttavia, negli ultimi anni è emersa una nuova interpretazione fisiopatologica che considera cuore, rene e metabolismo come componenti di un unico sistema strettamente interconnesso. È nato così il concetto di malattia cardio-metabolico-renale, nel quale ciascun organo contribuisce al deterioramento degli altri attraverso meccanismi condivisi quali infiammazione cronica, stress ossidativo, disfunzione endoteliale, attivazione del sistema renina-angiotensina, alterazioni delle vie energetiche intracellulari e lipotossicità. In questo contesto il diabete non rappresenta semplicemente una delle componenti della malattia, ma il motore principale che alimenta un circolo vizioso nel quale il danno di un organo accelera quello degli altri (Marassi e Fadini, 2023) [6].

Le dimensioni di questo fenomeno sono confermate da una recente revisione a ombrello comprendente 675 studi osservazionali. Le malattie cardiovascolari interessano dal 13% al 46% dei pazienti con diabete di tipo 2, con una prevalenza media superiore al 30%, mentre la nefropatia diabetica interessa fino al 38% dei soggetti e la malattia renale cronica può coinvolgere oltre un terzo dei pazienti. Le complicanze risultano generalmente più frequenti negli uomini e nelle popolazioni dei Paesi a basso e medio reddito, dove diagnosi tardive e minore accesso alle cure favoriscono una progressione più rapida della malattia (Hassen et al., 2026) [7].

Negli ultimi anni è stato inoltre introdotto dall'American Heart Association il concetto di sindrome cardiovascolare-renale-metabolica (CKM), che riconosce ufficialmente come obesità, diabete, malattia renale cronica e malattie cardiovascolari costituiscano manifestazioni diverse di un unico processo patologico. L'analisi dei dati epidemiologici statunitensi mostra che uomini, anziani e alcune popolazioni etnicamente svantaggiate presentano il rischio più elevato di mortalità associata a questa sindrome, evidenziando anche il ruolo determinante dei fattori socioeconomici e dell'accesso alle cure (Goyal et al., 2025) [8].

Parallelamente, il miglioramento della sopravvivenza ha portato all'emergere di complicanze fino a pochi anni fa considerate marginali. Cancro, deterioramento cognitivo, demenza, depressione, steatosi epatica associata a disfunzione metabolica, infezioni ricorrenti, apnea ostruttiva del sonno e fragilità muscolare stanno assumendo un peso crescente nella prognosi dei pazienti diabetici. Queste condizioni condividono molti dei meccanismi biologici tipici del diabete, tra cui iperinsulinemia, insulino-resistenza, infiammazione cronica, stress ossidativo, alterazioni immunitarie e disfunzione mitocondriale, confermando ancora una volta la natura profondamente sistemica della malattia (Tomic et al., 2022) [9].

Una visione altrettanto moderna emerge da un recente editoriale che raccoglie le evidenze provenienti da dodici studi dedicati alle comorbidità del diabete. Gli autori sottolineano come il semplice controllo della glicemia non sia più sufficiente per ridurre il rischio di complicanze. Diventano fondamentali l'identificazione precoce di biomarcatori infiammatori e metabolici, lo screening tempestivo della retinopatia, della parodontite, delle malattie cardio-renali e delle alterazioni epatiche, oltre alla valutazione dell'insulino-resistenza come indicatore prognostico di mortalità. Si delinea così un nuovo modello di medicina preventiva e personalizzata, orientato non solo al controllo del glucosio, ma alla protezione globale dell'intero organismo (Li et al., 2024) [2].

Infine, le più recenti evidenze offrono anche un messaggio incoraggiante. Un ampio studio prospettico condotto su oltre 316.000 persone ha dimostrato che il diabete non determina inevitabilmente una riduzione della sopravvivenza. I pazienti che riescono a mantenere contemporaneamente sotto controllo i principali fattori di rischio (glicemia, peso corporeo, pressione arteriosa, colesterolo, attività fisica, alimentazione e abolizione del fumo) presentano una mortalità e un'aspettativa di vita sostanzialmente sovrapponibili a quelle della popolazione senza diabete. Ciò dimostra che intervenire precocemente sull'intero quadro metabolico può modificare in maniera profonda la storia naturale della malattia, riducendo il peso delle complicanze che verranno approfondite nei paragrafi successivi (Wang et al., 2024) [10].

Variabilità glicemica e diabete

Nel corso degli anni il diabete di tipo 2 è stato descritto principalmente attraverso valori statici, come la glicemia a digiuno e l'emoglobina glicata (HbA1c). Questi parametri hanno rappresentato per lungo tempo i pilastri della diagnosi e del monitoraggio della malattia, ma fotografano soltanto un singolo istante o una media dell'esposizione al glucosio nell'arco di alcuni mesi. È un po' come valutare il traffico di un'intera città osservando una sola fotografia scattata a un incrocio: l'immagine può essere corretta in quel preciso momento, ma non racconta quanto il traffico sia stato intenso, quanto sia variato durante la giornata o se si siano verificati improvvisi ingorghi. Allo stesso modo, due persone possono presentare la stessa glicemia a digiuno o la stessa HbA1c pur avendo profili glicemici completamente differenti. Una può mantenere valori relativamente stabili nell'arco della giornata, mentre l'altra alterna continui picchi postprandiali e rapide riduzioni della glicemia. Oggi sappiamo che proprio queste oscillazioni rappresentano uno degli aspetti più importanti della fisiopatologia del diabete, poiché riflettono direttamente la capacità dell'organismo di mantenere l'omeostasi glucidica (Acciaroli et al., 2018) [11].

L'introduzione dei sistemi di monitoraggio continuo del glucosio (Continuous Glucose Monitoring, CGM) ha profondamente modificato questa prospettiva. Diversamente dalle tradizionali misurazioni puntuali, il CGM registra migliaia di valori glicemici durante la normale vita quotidiana, permettendo di osservare non soltanto il valore medio della glicemia, ma anche la sua stabilità, la frequenza delle escursioni, la durata dei picchi postprandiali e la capacità dell'organismo di riportare rapidamente il glucosio entro limiti fisiologici. Questa valutazione dinamica ha permesso di comprendere che il deterioramento del metabolismo glucidico non compare improvvisamente quando la glicemia supera una determinata soglia, ma si sviluppa attraverso un lungo processo caratterizzato da una progressiva perdita della stabilità glicemica, spesso molti anni prima della diagnosi di diabete (Cichosz et al., 2025) [12].

Uno dei risultati più importanti emersi dagli studi recenti è proprio la dimostrazione che la variabilità glicemica aumenta gradualmente lungo tutto il continuum metabolico. Analizzando oltre ottocento partecipanti appartenenti a cinque differenti studi clinici, è stato osservato che il glucosio medio cresce progressivamente passando da circa 99 mg/dL nei soggetti normoglicemici a oltre 180 mg/dL nei pazienti con diabete scarsamente controllato. Parallelamente aumentano il tempo trascorso sopra i 140 mg/dL, l'ampiezza delle escursioni glicemiche (MAGE) e numerosi altri indici di variabilità, mentre diminuisce progressivamente la capacità dell'organismo di correggere rapidamente le piccole oscillazioni della glicemia. Anche la complessità del segnale glicemico, espressione di un sistema regolatorio efficiente, si riduce progressivamente con l'avanzare della disglicemia, indicando una perdita dell'equilibrio fisiologico che precede la comparsa del diabete manifesto (Cichosz et al., 2025) [12].

Queste osservazioni spiegano perché il prediabete (alterazione della regolazione della glicemia che precede il diabete di tipo 2) non possa più essere considerato una semplice fase caratterizzata da una lieve elevazione della glicemia media. Il monitoraggio continuo dimostra infatti che già in questa fase iniziale compaiono profonde alterazioni della regolazione glucidica. In soggetti accuratamente appaiati per età, sesso e indice di massa corporea, il CGM ha evidenziato che le persone con prediabete trascorrono meno tempo all'interno dell'intervallo glicemico ottimale, presentano valori medi più elevati e, soprattutto, sviluppano oscillazioni significativamente maggiori rispetto ai soggetti metabolicamente sani. Parametri come il coefficiente di variazione (CV) e il MAGE risultano infatti già significativamente aumentati, mentre la risposta al test di tolleranza al glucosio mostra un'esposizione glicemica più elevata e una normalizzazione più lenta dopo il carico. Questi risultati indicano che l'instabilità glicemica rappresenta uno dei primi segni della perdita dell'omeostasi metabolica e precede spesso l'aumento stabile della glicemia a digiuno o dell'HbA1c (Rizos et al., 2024) [13].

Questa nuova visione mette in discussione anche uno dei principi tradizionali della diagnosi diabetologica: l'idea che una singola glicemia a digiuno possa rappresentare fedelmente lo stato metabolico di una persona. Un ampio studio condotto su oltre ottomila adulti non diabetici ha infatti dimostrato che la glicemia a digiuno presenta una notevole variabilità intraindividuale, con oscillazioni giornaliere superiori a 7 mg/dL. Una variabilità di questa entità è sufficiente a far passare lo stesso individuo, in giorni diversi, dalla normoglicemia al range del prediabete o perfino del diabete. Non sorprende quindi che circa il 40% dei soggetti inizialmente classificati come normoglicemici abbia presentato almeno una successiva misurazione compatibile con il prediabete e che il 3% abbia persino superato la soglia diagnostica del diabete. La glicemia a digiuno appare quindi come il risultato finale di numerosi fattori fisiologici, tra cui produzione epatica di glucosio, secrezione insulinica basale, sonno, attività fisica, composizione della cena, fenomeno dell'alba e risposta allo stress, rendendo evidente come un singolo valore non possa descrivere l'intera complessità del metabolismo glucidico (Shilo et al., 2024) [14].

Le metriche derivate dal monitoraggio continuo consentono invece di descrivere questa complessità attraverso numerosi indici matematici. Alcuni misurano quanto i valori della glicemia variano e si allontanano dal loro valore medio durante un determinato periodo, come la deviazione standard e il coefficiente di variazione; altri valutano l'entità delle principali escursioni glicemiche, come il MAGE; altri ancora stimano il tempo trascorso sopra o all'interno di determinati intervalli glicemici oppure quantificano il rischio di ipo- e iperglicemia. Sebbene esistano decine di parametri differenti, numerosi studi dimostrano che solo alcuni di essi sono realmente informativi. Tra questi, il coefficiente di variazione emerge come uno degli indicatori più robusti, mentre il MAGE rappresenta probabilmente la metrica più sensibile nel descrivere la perdita del controllo fisiologico della glicemia, poiché integra contemporaneamente l'entità dei picchi glicemici e delle successive riduzioni (Acciaroli et al., 2018) [11]; (Zahalka et al., 2024) [15].

L'importanza della variabilità glicemica non si limita tuttavia alla semplice descrizione del metabolismo. Le oscillazioni glicemiche sembrano infatti anticipare di molti anni lo sviluppo del diabete conclamato. Lo studio prospettico AEGIS, che ha seguito quasi cinquecento soggetti non diabetici per sei anni, ha dimostrato che coloro che in seguito hanno sviluppato diabete presentavano già al momento dell'arruolamento oscillazioni glicemiche significativamente più elevate rispetto ai partecipanti rimasti normoglicemici. Tra tutti i parametri analizzati, la deviazione standard della glicemia si è dimostrata il miglior predittore della futura comparsa della malattia, raggiungendo una capacità discriminante molto elevata. In altre parole, la perdita della stabilità glicemica precede la comparsa del diabete e può essere rilevata anni prima che la malattia diventi clinicamente evidente (Rodríguez García et al., 2025) [16].

Questa capacità predittiva deriva probabilmente dal fatto che le oscillazioni glicemiche non rappresentano soltanto un fenomeno statistico, ma riflettono processi biologici ben definiti. Ripetuti aumenti e riduzioni della glicemia favoriscono infatti la produzione di specie reattive dell'ossigeno, aumentano lo stress ossidativo, attivano vie infiammatorie, compromettono la funzione endoteliale e sottopongono le cellule β pancreatiche a un continuo sovraccarico funzionale. La variabilità glicemica diventa quindi non solo un indicatore precoce della malattia, ma anche uno dei possibili meccanismi attraverso cui essa progredisce nel tempo (Rodríguez García et al., 2025) [16].

Un ruolo centrale è svolto dalle risposte glicemiche dopo i pasti. Mentre la glicemia a digiuno riflette prevalentemente la produzione epatica di glucosio e la secrezione insulinica basale, la risposta postprandiale coinvolge simultaneamente numerosi meccanismi fisiologici: secrezione insulinica, sensibilità periferica all'insulina, attività delle incretine (ormoni intestinali che aiutano il pancreas a regolare la glicemia), velocità di svuotamento gastrico, assorbimento intestinale e metabolismo epatico. Uno studio prospettico con quasi dieci anni di follow-up ha dimostrato che l'area sotto la curva glicemica dopo un normale pasto misto rappresenta un potente predittore indipendente dello sviluppo futuro del diabete, mantenendo il proprio valore prognostico anche dopo la correzione per sensibilità insulinica, secrezione insulinica e composizione corporea. Ciò suggerisce che la capacità dell'organismo di gestire un pasto reale costituisce una misura molto più completa della salute metabolica rispetto ai tradizionali test diagnostici basati esclusivamente sulla glicemia a digiuno o sul carico orale di glucosio (Mitchell et al., 2024) [17].

Il monitoraggio continuo ha inoltre evidenziato un altro aspetto di straordinaria importanza: individui diversi possono rispondere in modo profondamente differente allo stesso alimento. Analizzando soggetti accuratamente caratterizzati dal punto di vista metabolico, è stato osservato che alcuni sviluppano il maggiore incremento glicemico dopo il consumo di riso, altri dopo pane, patate o pasta. Queste differenze non dipendono esclusivamente dall'alimento, ma riflettono specifici fenotipi metabolici caratterizzati da differenti livelli di insulino-resistenza, funzionalità delle cellule β, metabolismo lipidico, composizione del microbiota intestinale e profili distinti. Anche l'efficacia di semplici strategie nutrizionali, come l'assunzione di fibre, proteine o grassi prima dei carboidrati, varia considerevolmente in funzione dello stato metabolico individuale, aprendo la strada a una vera nutrizione di precisione (Wu et al., 2025) [18].

Nel loro insieme, queste evidenze stanno modificando profondamente il modo di interpretare il diabete di tipo 2. La malattia non inizia quando la glicemia supera una determinata soglia diagnostica, ma molto prima, quando l'organismo perde gradualmente la capacità di mantenere stabile il glucosio durante la giornata. La variabilità glicemica rappresenta quindi una delle prime manifestazioni del deterioramento metabolico, spesso invisibile ai tradizionali esami di laboratorio ma chiaramente rilevabile attraverso il monitoraggio continuo. Sebbene siano ancora necessari studi prospettici di grandi dimensioni per definire criteri diagnostici condivisi, il CGM si sta affermando come uno strumento capace non solo di monitorare il diabete conclamato, ma anche di identificare precocemente i soggetti a rischio, personalizzare gli interventi sullo stile di vita e, potenzialmente, modificare la storia naturale della malattia (Zahalka et al., 2025) [19].

IG, CG e variabilità glicemica

L'indice glicemico (IG) e il carico glicemico (CG) rappresentano oggi due dei concetti più importanti per comprendere il rapporto tra alimentazione e controllo della glicemia. Per molti anni l'attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sulla quantità di carboidrati introdotta con la dieta, partendo dal presupposto che tutti i carboidrati esercitassero effetti metabolici sostanzialmente sovrapponibili. Le evidenze accumulate negli ultimi decenni hanno però profondamente modificato questa visione, dimostrando che alimenti contenenti la stessa quantità di carboidrati possono determinare risposte glicemiche completamente differenti. Ciò dipende dalla velocità con cui il glucosio viene digerito, assorbito e immesso nel circolo sanguigno, un processo influenzato dalla struttura dell'alimento, dalla presenza di fibre, dal grado di raffinazione, dalla lavorazione industriale e dalla composizione complessiva del pasto. Ne deriva che non conta soltanto quanti carboidrati vengono consumati, ma anche quanto rapidamente essi riescano a modificare la glicemia dopo il pasto (Augustin et al., 2015) [20].

Proprio per descrivere questi aspetti sono stati sviluppati due indicatori complementari. L'indice glicemico misura la velocità con cui un alimento contenente carboidrati aumenta la glicemia rispetto a un alimento di riferimento, generalmente il glucosio puro. Il carico glicemico, invece, integra l'indice glicemico con la quantità effettiva di carboidrati presenti nella porzione consumata, fornendo una stima più realistica dell'impatto metabolico del pasto. Un alimento può infatti possedere un indice glicemico elevato ma contenere pochi carboidrati disponibili e quindi determinare un carico glicemico modesto; viceversa, un alimento con indice glicemico medio, ma consumato in grandi quantità, può produrre un'esposizione glicemica decisamente superiore.

Per questo motivo il consenso internazionale dell'International Carbohydrate Quality Consortium ha riconosciuto indice glicemico e carico glicemico come strumenti scientificamente validi, riproducibili e complementari nella valutazione della qualità dei carboidrati, sottolineando che devono essere interpretati insieme agli altri elementi che caratterizzano una dieta sana, come il contenuto di fibre, la qualità dei grassi, la presenza di cereali integrali e la densità nutrizionale complessiva (Augustin et al., 2015) [20].

Il motivo di questa attenzione risiede nelle conseguenze fisiologiche della risposta glicemica postprandiale. Dopo un pasto caratterizzato da un elevato indice o carico glicemico, il glucosio raggiunge rapidamente il circolo ematico, determinando un marcato incremento della glicemia e una conseguente secrezione insulinica particolarmente intensa. Se questo fenomeno si ripete quotidianamente, l'organismo viene sottoposto a continui picchi glicemici e insulinici che favoriscono la comparsa di stress ossidativo, infiammazione cronica di basso grado, disfunzione endoteliale e progressivo deterioramento della funzione delle cellule β pancreatiche. Al contrario, alimenti a basso indice glicemico rilasciano il glucosio più lentamente, producendo curve glicemiche più graduali, una risposta insulinica meno accentuata e una maggiore stabilità metabolica durante le ore successive al pasto (Augustin et al., 2015) [20].

Questa stabilità rappresenta oggi uno degli obiettivi principali della nutrizione preventiva. Grazie al monitoraggio continuo del glucosio è stato infatti possibile dimostrare che la qualità complessiva dell'alimentazione influenza direttamente la variabilità glicemica quotidiana. L'analisi di oltre seicento partecipanti del Framingham Heart Study ha evidenziato che una maggiore assunzione di carboidrati, soprattutto quando sostituisce le proteine, si associa a un aumento della glicemia media e delle oscillazioni glicemiche.

Al contrario, una dieta caratterizzata da un elevato contenuto di fibre, da un rapporto favorevole tra carboidrati e fibre e da una migliore qualità complessiva dell'alimentazione si associa sistematicamente a una riduzione della glicemia media, del coefficiente di variazione, del MAGE, del tempo trascorso sopra i 140 mg/dL e degli altri principali indici di variabilità glicemica. Nei soggetti con prediabete, consumare almeno un grammo di fibre ogni circa nove grammi di carboidrati riduce dal 7 al 10% il tempo trascorso in iperglicemia, dimostrando come la qualità dei carboidrati eserciti effetti misurabili anche nelle primissime fasi del deterioramento metabolico (Bakhshi et al., 2025) [21].

Questi risultati spiegano perché oggi l'attenzione si stia progressivamente spostando dal singolo alimento al pasto nel suo complesso. Le tradizionali tabelle dell'indice glicemico sono infatti costruite valutando gli alimenti isolatamente, mentre nella vita quotidiana essi vengono quasi sempre consumati insieme ad altri nutrienti. Un importante studio sperimentale ha dimostrato che, a parità di carboidrati, l'aggiunta di elevate quantità di proteine riduce di circa il 25% l'area sotto la curva glicemica e abbassa significativamente l'indice glicemico e il carico glicemico realmente misurati.

Questo effetto deriva principalmente dal rallentamento dello svuotamento gastrico mediato da ormoni intestinali come GLP-1, GIP e colecistochinina, oltre che dalla maggiore secrezione insulinica stimolata da alcuni aminoacidi. Le formule tradizionali utilizzate per calcolare indice e carico glicemico, basandosi esclusivamente sul contenuto di carboidrati, non riescono però a prevedere questi effetti, tendendo spesso a sovrastimare il reale impatto glicemico dei pasti ricchi di proteine (Meng et al., 2017) [22].

Lo stesso principio vale anche per le fibre alimentari e, in misura variabile, per i grassi. Una maggiore presenza di fibre rallenta la digestione e l'assorbimento del glucosio, riducendo la velocità con cui esso raggiunge il circolo sanguigno. Sebbene l'entità di questo effetto dipenda dal tipo di fibra, dalla sua viscosità, dal grado di raffinazione e dalla matrice alimentare, le evidenze epidemiologiche dimostrano con notevole coerenza che un elevato apporto di fibre si associa a una minore variabilità glicemica e a un ridotto rischio di sviluppare diabete di tipo 2. I grassi, invece, sembrano esercitare un effetto più variabile, probabilmente influenzato dalla quantità assunta e dalla loro composizione qualitativa, ma contribuiscono anch'essi a modificare la risposta glicemica rallentando lo svuotamento gastrico e la digestione dei carboidrati (Meng et al., 2017) [22] (Bakhshi et al., 2025) [21].

L'importanza del carico glicemico emerge con particolare evidenza quando gli alimenti vengono osservati nella normale vita quotidiana. Analizzando oltre un milione di misurazioni glicemiche ottenute mediante monitoraggio continuo del glucosio in più di cinquecento adulti non diabetici, è stato dimostrato che pasti caratterizzati da un elevato carico glicemico determinano aumenti più intensi e prolungati della glicemia, soprattutto dopo il pranzo e la cena. Inoltre, la risposta glicemica non dipende soltanto dal contenuto del pasto, ma viene modulata da età, indice di massa corporea, sesso, emoglobina glicata e ritmo circadiano.

L'invecchiamento, ad esempio, prolunga la permanenza della glicemia su valori elevati, mentre il fisiologico calo della sensibilità insulinica nelle ore serali amplifica l'effetto dei pasti ricchi di carboidrati. Questi dati dimostrano come il carico glicemico mantenga una notevole capacità predittiva anche in condizioni di vita reale, confermando che la risposta metabolica dipende contemporaneamente dalle caratteristiche dell'alimento e da quelle del soggetto che lo consuma (Calvo-Malvar et al., 2025) [23].

Anche la distribuzione dei carboidrati durante la giornata riveste un ruolo importante. Una revisione sistematica comprendente undici studi clinici randomizzati ha dimostrato che una colazione caratterizzata da basso indice glicemico e basso carico glicemico riduce significativamente la glicemia postprandiale (livello di zucchero nel sangue dopo un pasto) a 60, 90 e 120 minuti rispetto a colazioni ad alto indice glicemico. Il beneficio risulta ancora più marcato nei soggetti con diabete di tipo 2, insulino-resistenza, iperinsulinemia o alterata tolleranza al glucosio, nei quali il rallentamento dell'assorbimento del glucosio limita il carico secretorio sulle cellule β pancreatiche, migliora la sensibilità insulinica e riduce la variabilità glicemica (Toh et al., 2020) [24].

Risultati analoghi emergono quando si modifica la proporzione dei macronutrienti della colazione. In soggetti con alterata regolazione del glucosio, una colazione contenente meno del 45% dell'energia derivante dai carboidrati produce risposte glicemiche praticamente sovrapponibili a quelle osservate nei soggetti metabolicamente sani. All'aumentare della percentuale di carboidrati aumentano progressivamente il picco glicemico, la durata dell'iperglicemia e la variabilità glicemica, mentre una maggiore presenza di proteine, grassi insaturi e fibre consente un ritorno più rapido ai valori basali e riduce il carico metabolico sulle cellule β (Kang et al., 2013) [25].

Nel diabete di tipo 2 questi effetti appaiono ancora più evidenti. Uno studio crossover randomizzato ha dimostrato che limitare drasticamente i carboidrati esclusivamente durante la colazione riduce del 74% il principale picco glicemico della giornata, diminuisce significativamente l'esposizione complessiva all'iperglicemia nelle 24 ore e migliora il parametro MAGE, senza compromettere la risposta ai pasti successivi. Il beneficio si estende quindi ben oltre il singolo pasto, confermando come il controllo della qualità e della quantità dei carboidrati nelle prime ore della giornata possa influenzare favorevolmente l'intero profilo glicemico quotidiano (Chang et al., 2019) [26].

Le ricerche più recenti hanno inoltre evidenziato che la risposta glicemica ai pasti non è uguale per tutti. Anche consumando alimenti identici, alcune persone sviluppano escursioni glicemiche molto più elevate rispetto ad altre. Utilizzando il monitoraggio continuo del glucosio è stato possibile identificare individui particolarmente sensibili ai carboidrati, definiti "high responders", nei quali pasti contenenti oltre il 50% di carboidrati determinano incrementi glicemici marcati e prolungati.

Al contrario, pasti nei quali i carboidrati rappresentano circa il 45% dell'energia totale non risultano associati né alla variabilità glicemica né alla glicemia media durante il monitoraggio di due settimane. Ciò suggerisce che la composizione del singolo pasto possa essere più importante della quantità complessiva di carboidrati assunta nell'arco della giornata e rafforza il concetto di nutrizione personalizzata basata sulla risposta metabolica individuale (Song et al., 2023) [27].

Questa eterogeneità è ulteriormente confermata dalle analisi effettuate in soggetti sani di età diversa. Sebbene il normale invecchiamento non aumenti significativamente la variabilità glicemica, un maggiore apporto di carboidrati continua a correlare con oscillazioni glicemiche più ampie sia nei giovani sia negli anziani. Inoltre, il rapporto tra carboidrati e grassi modifica significativamente la risposta metabolica, suggerendo che la complessità del pasto influenzi la glicemia più del semplice contenuto glucidico. Ancora una volta emerge come qualità dei carboidrati, distribuzione dei macronutrienti e caratteristiche individuali debbano essere considerate simultaneamente nella pianificazione nutrizionale (Köhlmoos e Dittmar, 2025) [28].

Infine, anche nelle forme di diabete caratterizzate da una grave carenza insulinica, la qualità e soprattutto la quantità dei carboidrati continuano a rappresentare uno dei principali determinanti della stabilità glicemica. Una dieta a basso contenuto di carboidrati migliora il coefficiente di variazione, riduce il MAGE, aumenta il tempo trascorso nell'intervallo glicemico ottimale e diminuisce il fabbisogno di insulina, con benefici particolarmente evidenti nei pazienti con la funzione β-cellulare maggiormente compromessa (Song et al., 2026) [29]. Questi risultati confermano che intervenire sul carico glicemico della dieta non significa soltanto ridurre la glicemia dopo un pasto, ma modificare in modo sostanziale l'intera dinamica del controllo metabolico. Comprendere il ruolo dell'indice glicemico e del carico glicemico rappresenta quindi il presupposto necessario per affrontare il tema della restrizione dei carboidrati, che verrà approfondito nel prossimo paragrafo dedicato agli effetti delle diete low-carbohydrate sulla variabilità glicemica.

Low carb e variabilità glicemica

La crescente diffusione dei sistemi di monitoraggio continuo del glucosio ha permesso di osservare con precisione come differenti strategie alimentari influenzino il controllo metabolico nel corso dell'intera giornata. Se in passato l'efficacia di una dieta veniva valutata quasi esclusivamente attraverso la glicemia a digiuno o l'emoglobina glicata, oggi è possibile analizzare anche la variabilità glicemica, cioè l'insieme delle oscillazioni che la glicemia compie durante le ventiquattro ore. Questo cambiamento di prospettiva ha portato a rivalutare profondamente il ruolo delle diete a basso contenuto di carboidrati (low carbohydrate diets, LCD), poiché il loro beneficio non sembra limitarsi alla riduzione della glicemia media, ma interessa soprattutto la stabilità del profilo glicemico.

Ridurre il principale substrato responsabile dell'aumento della glicemia dopo i pasti significa infatti attenuare le escursioni postprandiali, diminuire il carico secretorio imposto alle cellule β pancreatiche e ridurre la quantità di insulina necessaria per mantenere il controllo metabolico, con effetti che si riflettono favorevolmente su numerosi indicatori ottenuti mediante monitoraggio continuo del glucosio (Wang e Pei, 2025) [30].

Queste osservazioni sono state confermate da una recente metanalisi che ha riunito tutti gli studi nei quali gli effetti delle diete a basso contenuto di carboidrati erano stati valutati mediante CGM. Analizzando complessivamente sette studi e oltre trecento pazienti con diabete di tipo 2, gli autori hanno osservato una riduzione significativa della glicemia media nelle ventiquattro ore, con una diminuzione stimata di circa 0,51 mmol/L, equivalente approssimativamente a una riduzione dell'HbA1c di circa 0,3 punti percentuali.

Tale miglioramento deriva principalmente dalla riduzione del carico glicemico dei pasti, dalla minore esposizione cronica all'insulina e dal progressivo miglioramento della sensibilità insulinica, in particolare a livello del muscolo scheletrico. La metanalisi suggerisce inoltre che interventi di maggiore durata potrebbero produrre benefici ancora più marcati, pur sottolineando come le evidenze attualmente disponibili derivino soprattutto da studi di breve periodo e che la sostenibilità dell'approccio nel lungo termine dipenda in larga misura dall'aderenza del paziente al programma alimentare (Wang e Pei, 2025) [30].

La rapidità con cui il metabolismo risponde alla riduzione dei carboidrati emerge chiaramente anche dagli studi sperimentali. In un trial crossover randomizzato condotto su pazienti con diabete di tipo 2 trattati con metformina, una dieta contenente circa il 30% dell'energia proveniente dai carboidrati ha prodotto, dopo appena quarantotto ore, un miglioramento di praticamente tutti gli indici di variabilità glicemica. Oltre alla diminuzione della glicemia media registrata nelle ventiquattro ore, si sono osservate riduzioni significative, indicando che la glicemia risultava non soltanto più bassa, ma soprattutto molto più stabile durante l'intera giornata. L'aspetto particolarmente interessante è che questi benefici sono comparsi ben prima di qualsiasi modificazione dell'HbA1c, dimostrando come la stabilizzazione della glicemia rappresenti uno dei primi effetti metabolici della restrizione glucidica (Thomsen et al., 2020) [31].

La riduzione delle oscillazioni glicemiche sembra essere strettamente collegata anche a un miglioramento della funzione endocrina pancreatica. In uno studio successivo, realizzato con una dieta isocalorica (dieta in cui le calorie introdotte corrispondono circa al fabbisogno energetico dell’organismo) finalizzata al mantenimento del peso corporeo, la restrizione dei carboidrati ha ridotto di circa il 60% l'escursione glicemica postprandiale e del 13% la glicemia media rilevata mediante CGM. Parallelamente diminuivano i livelli circolanti di proinsulina, miglioravano gli indici di funzionalità delle cellule β e aumentava la sensibilità della secrezione insulinica al glucosio.

Gli autori hanno inoltre osservato un rallentamento dello svuotamento gastrico, una maggiore secrezione di incretine e un incremento della sazietà, suggerendo che gli effetti della dieta non dipendano esclusivamente dalla riduzione del glucosio introdotto con gli alimenti, ma anche da profonde modificazioni della fisiologia digestiva e ormonale che contribuiscono a rendere più graduale la risposta glicemica ai pasti (Skytte et al., 2021) [32].

Un elegante studio crossover ha dimostrato che anche solo la limitazione dei carboidrati esclusivamente durante la colazione ha modificato favorevolmente l'intero profilo glicemico quotidiano. Una colazione contenente meno del 10% delle calorie sotto forma di carboidrati ha ridotto del 74% il principale picco glicemico mattutino, ha diminuito significativamente l'area incrementale della glicemia nelle ventiquattro ore e ha migliorato il parametro MAGE, senza determinare un peggioramento delle risposte glicemiche dopo pranzo o cena. È interessante osservare che i partecipanti hanno inoltre riferito una minore sensazione di fame nelle ore successive e una riduzione del desiderio di alimenti dolci, suggerendo che una strategia relativamente semplice e facilmente sostenibile possa produrre benefici metabolici rilevanti senza richiedere una restrizione glucidica permanente in tutti i pasti (Chang et al., 2019) [26].

L'entità del beneficio sembra comunque dipendere dal grado di restrizione dei carboidrati. Uno studio osservazionale basato sul monitoraggio continuo del glucosio ha evidenziato che una moderata riduzione dell'apporto glucidico migliora il peso corporeo, i trigliceridi, il colesterolo HDL e riduce il tempo trascorso in iperglicemia. Tuttavia, modificazioni più marcate della variabilità glicemica, come il miglioramento del Time in Range e la riduzione dell'High Blood Glucose Index, risultano più evidenti nei soggetti che seguono regimi alimentari caratterizzati da una restrizione glucidica maggiore. Gli autori sottolineano però che tali strategie devono mantenere un adeguato apporto di fibre, vitamine e minerali, evitando che la riduzione dei carboidrati comprometta la qualità nutrizionale complessiva della dieta (Osugi et al., 2023) [33].

L'efficacia delle diete low-carb appare ancora più evidente quando vengono mantenute per periodi prolungati all'interno di programmi strutturati. Un importante studio prospettico della durata di due anni ha dimostrato che un percorso comprendente educazione nutrizionale, monitoraggio remoto continuo e alimentazione orientata alla chetosi nutrizionale determina miglioramenti persistenti dell'HbA1c, della glicemia a digiuno, dell'insulinemia e dell'indice HOMA-IR. Parallelamente si osservano una consistente perdita di peso, una marcata riduzione del grasso viscerale, un miglioramento della pressione arteriosa, della steatosi epatica, dei marcatori infiammatori e del profilo lipidico, accompagnati da una significativa riduzione della terapia farmacologica e dal raggiungimento della remissione del diabete in una quota rilevante di pazienti. Questi risultati indicano che, quando l'aderenza viene sostenuta attraverso un adeguato supporto clinico, la restrizione dei carboidrati può produrre benefici metabolici duraturi che vanno ben oltre il semplice controllo della glicemia (Athinarayanan et al., 2019) [34].

L'aderenza rappresenta infatti uno degli elementi decisivi per il successo di qualsiasi intervento nutrizionale. In questo contesto il monitoraggio continuo del glucosio assume un ruolo che va oltre la semplice misurazione della glicemia, trasformandosi in un vero strumento educativo. In uno studio pilota randomizzato, pazienti sottoposti a una dieta ipocalorica a basso contenuto di carboidrati e a un programma di esercizio fisico hanno ottenuto risultati migliori quando potevano visualizzare in tempo reale l'andamento della propria glicemia. Sebbene la riduzione dell'HbA1c e del peso corporeo fosse simile nei due gruppi, il monitoraggio in tempo reale ha determinato una tendenza costante verso una maggiore riduzione di MAGE, CONGA, coefficiente di variazione e deviazione standard della glicemia, oltre a una diminuzione del fabbisogno farmacologico. Il feedback immediato consente infatti al paziente di osservare l'effetto dei diversi alimenti e dell'attività fisica sulla propria glicemia, aumentando la consapevolezza e facilitando il mantenimento delle modifiche dello stile di vita (Taylor et al., 2019) [35].

Ulteriori conferme provengono anche da popolazioni caratterizzate da una grave compromissione della secrezione insulinica. In oltre trecentocinquanta pazienti con diabete insulino-carente, una dieta a basso contenuto di carboidrati ha migliorato contemporaneamente coefficiente di variazione, MAGE, deviazione standard, Time in Range ed esposizione alle escursioni glicemiche postprandiali, riducendo inoltre il fabbisogno insulinico di circa sette unità al giorno, il numero di iniezioni quotidiane e l'impiego di farmaci ipoglicemizzanti.

I maggiori benefici sono stati osservati nei soggetti con i livelli più bassi di peptide C, suggerendo che la funzione residua delle cellule β possa rappresentare un utile biomarcatore per personalizzare l'intensità della restrizione glucidica. Interessante anche l'osservazione secondo cui concentrazioni più elevate di corpi chetonici risultavano associate a una minore variabilità glicemica, aprendo nuove prospettive sui possibili meccanismi attraverso cui la restrizione dei carboidrati contribuisce alla stabilizzazione metabolica (Song et al., 2026) [29].

Sebbene condotto nel diabete di tipo 1, uno studio multicentrico crossover fornisce un'importante conferma fisiopatologica della relazione tra carico glucidico e stabilità glicemica. Riducendo l'apporto di carboidrati dal 50% al 30% dell'energia totale, i ricercatori hanno osservato una significativa diminuzione della glicemia media, un incremento di circa sessantotto minuti al giorno del Time in Range e una riduzione di circa ottantacinque minuti del tempo trascorso in iperglicemia, senza alcun aumento delle ipoglicemie, della chetonemia (quantità di corpi chetonici presenti nel sangue) clinicamente rilevante o degli episodi di chetoacidosi (eccessivo accumulo di chetoni che provoca un’acidificazione del sangue). Pur trattandosi di una popolazione diversa da quella con diabete di tipo 2, questi risultati confermano che una riduzione moderata e ben pianificata dei carboidrati è in grado di migliorare il controllo glicemico mantenendo un elevato profilo di sicurezza (Sterner Isaksson et al., 2023) [36].

Nel complesso, tutte queste evidenze convergono verso un medesimo concetto: la principale forza delle diete a basso contenuto di carboidrati non risiede soltanto nella riduzione della glicemia media, ma soprattutto nella capacità di rendere il profilo glicemico più stabile durante l'intera giornata. La diminuzione dei picchi postprandiali, il miglioramento della funzione delle cellule β, la riduzione del fabbisogno insulinico, l'aumento del tempo trascorso nell'intervallo glicemico ottimale e la possibilità di personalizzare l'intervento sulla base delle caratteristiche metaboliche del singolo individuo rendono la restrizione dei carboidrati uno degli strumenti nutrizionali più promettenti per il controllo della variabilità glicemica. Tuttavia, le stesse evidenze sottolineano come il successo di questo approccio dipenda non soltanto dall'entità della restrizione glucidica, ma anche dalla qualità complessiva dell'alimentazione, dalla sostenibilità nel lungo periodo e dalla capacità di adattare la strategia nutrizionale alle caratteristiche cliniche di ciascun paziente.

Funzione delle cellule β

La comparsa del diabete mellito di tipo 2 viene comunemente attribuita all'insulino-resistenza, cioè alla progressiva riduzione della capacità di muscolo, fegato e tessuto adiposo di rispondere all'azione dell'insulina. Sebbene questa alterazione rappresenti uno dei principali elementi fisiopatologici della malattia, oggi è evidente che, da sola, non è sufficiente a determinare il diabete. Numerosi individui convivono infatti per anni con una marcata insulino-resistenza mantenendo valori glicemici perfettamente normali. Ciò è possibile grazie alla straordinaria capacità di adattamento delle cellule β pancreatiche, che aumentano la secrezione di insulina in misura proporzionale alla crescente richiesta dell'organismo.

Finché questa risposta compensatoria rimane efficiente, l'omeostasi del glucosio viene preservata. Il diabete di tipo 2 compare soltanto quando tale meccanismo inizia progressivamente a fallire, rendendo insufficiente la quantità di insulina secreta rispetto al grado di insulino-resistenza presente. In altre parole, l'insulino-resistenza crea il bisogno di una maggiore quantità di insulina, ma è la perdita della capacità compensatoria delle cellule β a trasformare questo squilibrio metabolico in una malattia conclamata (Del Prato et al., 2002) [37].

Per comprendere come si sviluppi questo processo è necessario analizzare il normale funzionamento della secrezione insulinica. Le cellule β non rilasciano insulina in modo continuo e uniforme, ma seguono un modello altamente organizzato che permette all'organismo di adattarsi rapidamente alle variazioni della glicemia. Durante il digiuno producono una secrezione basale relativamente costante, sufficiente a limitare la produzione epatica di glucosio, controllare la lipolisi (processo di mobilizzazione e scomposizione dei grassi immagazzinati nell’organismo) e mantenere stabile la glicemia tra un pasto e l'altro. Dopo l'assunzione di alimenti, invece, la secrezione assume un caratteristico andamento bifasico. Nei primi minuti viene rapidamente liberata l'insulina già immagazzinata nei granuli secretori: questa rappresenta la cosiddetta prima fase. Successivamente entra in funzione una seconda fase, più lenta e prolungata, sostenuta dalla sintesi e dal rilascio di nuova insulina. Sebbene entrambe siano indispensabili per il controllo della glicemia, la prima fase riveste un'importanza fisiologica particolarmente rilevante, poiché rappresenta il segnale iniziale che coordina la risposta metabolica dell'intero organismo (Del Prato et al., 2002) [37]; (Del Prato, 2003) [38].

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, il principale bersaglio della prima fase della secrezione insulinica non è il muscolo scheletrico, ma il fegato. L'improvviso aumento della concentrazione di insulina nella vena porta determina infatti una rapida soppressione della glicogenolisi e della gluconeogenesi, interrompendo quasi immediatamente la produzione endogena di glucosio. Questo meccanismo impedisce che il glucosio rilasciato dal fegato si sommi a quello assorbito dall'intestino dopo il pasto, limitando così l'entità dell'escursione glicemica postprandiale. Successivamente la seconda fase della secrezione insulinica favorisce l'ingresso del glucosio nei tessuti periferici e contribuisce a riportare progressivamente la glicemia ai valori basali. L'intera risposta metabolica dipende quindi da una perfetta sincronizzazione temporale tra le due fasi della secrezione insulinica, più che dalla quantità assoluta di insulina prodotta (Del Prato, 2003) [38].

Questa osservazione ha profondamente modificato la comprensione della storia naturale del diabete di tipo 2. Le evidenze sperimentali dimostrano infatti che il primo difetto della funzione β-cellulare non consiste nella riduzione della quantità complessiva di insulina secreta, bensì nella perdita della sua tempestività. Nelle fasi iniziali della malattia la prima fase della secrezione insulinica si attenua progressivamente fino a scomparire, mentre la seconda fase viene inizialmente mantenuta e spesso addirittura potenziata come tentativo di compensazione. L'insulina continua quindi a essere prodotta, ma viene secreta con un ritardo che altera profondamente il controllo metabolico.

Nel frattempo il fegato continua a liberare glucosio proprio mentre quello proveniente dall'alimentazione entra nel circolo sanguigno, determinando un marcato incremento della glicemia postprandiale. Solo successivamente il pancreas reagisce aumentando la secrezione insulinica, ma questa risposta tardiva non riesce più a impedire il picco glicemico iniziale e favorisce l'instaurarsi di una persistente iperinsulinemia compensatoria (Del Prato et al., 2002) [37]; (Del Prato, 2003) [38].

Questo meccanismo rappresenta l'origine di un vero e proprio circolo vizioso. L'aumento ripetuto della glicemia postprandiale espone le cellule β a una cronica glucotossicità, caratterizzata da incremento dello stress ossidativo e alterazioni della funzione mitocondriale (capacità dei mitocondri di produrre energia).

Parallelamente, l'eccesso di acidi grassi liberi favorisce la lipotossicità, con accumulo intracellulare di metaboliti lipidici tossici, infiammazione locale e progressiva apoptosi delle cellule β. In questo modo il pancreas perde gradualmente la capacità di compensare l'insulino-resistenza, accelerando ulteriormente il deterioramento metabolico e favorendo la progressione verso il diabete conclamato (Del Prato et al., 2002) [37].

Per valutare la reale capacità compensatoria delle cellule β è stato sviluppato il Disposition Index, un parametro che integra la secrezione insulinica precoce con la sensibilità all'insulina. Questo indice rappresenta oggi uno dei migliori strumenti per stimare la funzione β-cellulare, poiché tiene conto del fatto che la quantità di insulina necessaria varia in funzione del grado di insulino-resistenza.

In uno studio condotto su adolescenti con sovrappeso e obesità, il Disposition Index misurato mediante clamp iperglicemico (test che valuta la capacità del pancreas di secernere insulina) diminuiva progressivamente passando da valori elevati nei soggetti normoglicemici a valori intermedi nei giovani con ridotta tolleranza al glucosio, fino a valori estremamente bassi nei pazienti con diabete di tipo 2. In aggiunta, l'Oral Disposition Index, calcolato mediante il semplice test da carico orale di glucosio, mostrava una stretta correlazione con il clamp, dimostrando che anche un esame facilmente eseguibile nella pratica clinica può identificare con buona accuratezza la perdita della capacità compensatoria delle cellule β (Sjaarda et al., 2012) [39].

L'importanza di identificare precocemente questo deterioramento emerge con particolare evidenza da uno studio condotto su oltre novemila individui a elevato rischio di diabete. Gli autori hanno osservato che una quota sorprendentemente elevata di soggetti classificati come normoglicemici secondo i criteri diagnostici tradizionali presentava già una glicemia a un'ora durante il test da carico orale di glucosio pari o superiore a 155 mg/dL. Nonostante valori ancora normali di glicemia a digiuno, glicemia a due ore ed emoglobina glicata, questi individui mostravano una marcata compromissione della funzione β-cellulare.

L'indice insulinogenico precoce risultava ridotto di circa il 45%, mentre l'Oral Disposition Index diminuiva di oltre il 50%, indicando una perdita sostanziale della capacità del pancreas di rispondere rapidamente all'aumento della glicemia. Al contrario, la sensibilità insulinica appariva solo moderatamente ridotta, suggerendo che il principale difetto fisiopatologico nelle fasi iniziali della malattia non sia ancora rappresentato dall'insulino-resistenza, bensì dal progressivo deterioramento della secrezione insulinica precoce. Questi risultati indicano che la glicemia misurata un'ora dopo il carico orale di glucosio rappresenta un biomarcatore molto più sensibile rispetto ai criteri diagnostici tradizionali nell'identificare le prime alterazioni della funzione β-cellulare (Nie et al., 2025) [40].

Quando la capacità compensatoria delle cellule β inizia a ridursi, il primo parametro a modificarsi non è necessariamente la glicemia media, ma la sua stabilità durante la giornata. Questo aspetto è stato dimostrato da uno studio che ha valutato soggetti distribuiti lungo tutto il continuum metabolico, dalla normale tolleranza al glucosio fino al diabete conclamato, mediante monitoraggio continuo del glucosio.

All'aumentare del deterioramento β-cellulare crescevano progressivamente la glicemia media, la deviazione standard e tutti gli indici correlati. Parallelamente, l'Oral Disposition Index diminuiva in maniera costante, evidenziando una stretta relazione inversa tra la capacità secretoria del pancreas e la stabilità glicemica. In altre parole, la variabilità glicemica non rappresenta semplicemente una conseguenza dell'iperglicemia, ma costituisce una manifestazione diretta della progressiva incapacità delle cellule β di modulare con rapidità la secrezione insulinica in risposta ai pasti (Chen et al., 2013) [41].

Questa interpretazione è stata rafforzata dallo studio di Kohnert, che ha analizzato contemporaneamente la funzione β-cellulare postprandiale e gli indici di variabilità glicemica ottenuti mediante monitoraggio continuo. I risultati hanno dimostrato che la capacità delle cellule β di rispondere al pasto rappresenta il principale determinante del parametro MAGE, spiegando da sola quasi la metà della variabilità osservata tra i pazienti. Al contrario, fattori comunemente considerati determinanti, quali età, durata del diabete, indice di massa corporea, emoglobina glicata, sensibilità insulinica e perfino l'apporto di carboidrati, mostravano un'influenza decisamente inferiore. Lo studio ha inoltre identificato una soglia critica della funzione β-cellulare oltre la quale la variabilità glicemica aumenta rapidamente, suggerendo che esista un punto di svolta fisiopatologico nel quale il pancreas perde definitivamente la capacità di mantenere stabile il controllo glicemico (Kohnert et al., 2009) [42].

Le alterazioni della funzione β-cellulare possono essere osservate molto prima della comparsa del diabete conclamato e perfino durante l'adolescenza. In giovani con obesità, il monitoraggio continuo del glucosio ha dimostrato che un aumento della glicemia media, della deviazione standard e del coefficiente di variazione si associa a un maggiore contenuto di grasso intraepatico, a una riduzione della secrezione insulinica sia di prima fase sia basale, a una diminuzione della sensibilità all'insulina e a un incremento delle concentrazioni plasmatiche di lattato, indicatore di una precoce alterazione del metabolismo energetico.

Le oscillazioni glicemiche risultano inoltre strettamente correlate all'iperglicemia postprandiale, suggerendo che la progressiva perdita della risposta insulinica precoce favorisca contemporaneamente l'accumulo di grasso epatico, il peggioramento dell'insulino-resistenza e l'esaurimento funzionale delle cellule β. Queste osservazioni indicano che pancreas, fegato e metabolismo energetico partecipano fin dalle prime fasi a un'unica alterazione sistemica che precede di molti anni la comparsa del diabete clinicamente manifesto (Barbieri et al., 2025) [43].

Lo stesso schema fisiopatologico emerge anche nel diabete gestazionale. In queste pazienti, l'aumento del parametro MAGE risulta strettamente associato alla riduzione della secrezione insulinica di prima fase e solo in misura minore all'insulino-resistenza. Questo dato conferma che la perdita della funzione β-cellulare rappresenta il principale determinante dell'instabilità glicemica anche in una condizione caratterizzata da profonde modificazioni ormonali e metaboliche della gravidanza, rafforzando ulteriormente il ruolo centrale delle cellule β nel mantenimento dell'omeostasi glucidica (Su et al., 2013) [44].

Una conferma definitiva proviene infine dalla più ampia revisione sistematica finora pubblicata sull'argomento, che ha analizzato settantuno studi condotti in soggetti non diabetici sottoposti a monitoraggio continuo del glucosio. Gli autori hanno osservato che la variabilità glicemica aumenta già nelle primissime fasi del prediabete, quando glicemia media ed emoglobina glicata possono ancora risultare nei limiti della normalità. L'aspetto più interessante è che le oscillazioni glicemiche mostrano una relazione molto più forte con il deterioramento della funzione β-cellulare che non con obesità, indice di massa corporea, adiposità viscerale, steatosi epatica, sensibilità insulinica o altri tradizionali fattori di rischio cardiometabolico.

Inoltre, un'elevata variabilità glicemica si associa a una maggiore calcificazione coronarica, a una più rapida progressione dell'aterosclerosi e a un aumentato rischio di sviluppare diabete di tipo 2 ed eventi cardiovascolari. Queste evidenze suggeriscono che la perdita della funzione β-cellulare rappresenti uno degli eventi fisiopatologici più precoci dell'intera storia naturale del diabete e che il monitoraggio continuo del glucosio possa identificare soggetti apparentemente sani ma già caratterizzati da un aumentato rischio cardiometabolico (Hjort et al., 2024) [45].

Nell'insieme, questi studi modificano la nostra comprensione del diabete di tipo 2. La malattia non inizia quando aumenta stabilmente la glicemia, ma quando il pancreas perde progressivamente la capacità di rispondere con rapidità agli stimoli alimentari. La scomparsa della prima fase della secrezione insulinica rappresenta il primo evento fisiopatologico misurabile; seguono la riduzione della capacità compensatoria delle cellule β, l'aumento della variabilità glicemica e l'instaurarsi di glucotossicità e lipotossicità che accelerano ulteriormente il deterioramento pancreatico.

Per mantenere una glicemia relativamente normale, le cellule β cercano inizialmente di compensare aumentando la secrezione tardiva di insulina, instaurando una condizione di iperinsulinemia compensatoria. Questa risposta, sebbene inizialmente efficace, determina profonde modificazioni del metabolismo dell'insulina e rappresenta il punto di partenza del successivo passaggio fisiopatologico: la progressiva riduzione della clearance insulinica, argomento che verrà approfondito nel prossimo paragrafo.

Riduzione della clearance

Nel paragrafo precedente abbiamo visto come la progressiva perdita della funzione delle cellule β rappresenti uno dei primi eventi fisiopatologici del diabete di tipo 2. Per molti anni si è ritenuto che, per compensare questa alterazione e la crescente insulino-resistenza, il pancreas fosse costretto semplicemente a produrre quantità sempre maggiori di insulina. Oggi sappiamo che questa interpretazione è solo parzialmente corretta. La concentrazione di insulina presente nel sangue, infatti, non dipende esclusivamente da quanta ne viene secreta, ma anche da quanto rapidamente l'organismo riesce a eliminarla. Questo processo prende il nome di clearance insulinica e rappresenta uno dei principali regolatori dell'omeostasi metabolica. Si può immaginare l'insulina come l'acqua che entra in una vasca: il livello dell'acqua dipende certamente dalla quantità che esce dal rubinetto, ma anche dalla velocità con cui viene scaricata dallo scarico. Allo stesso modo, concentrazioni elevate di insulina possono derivare non solo da un'aumentata secrezione pancreatica, ma anche da una ridotta capacità dell'organismo di rimuovere l'ormone dalla circolazione (Koh et al., 2022) [46]; (Bergman et al., 2022) [47].

In condizioni fisiologiche il principale organo responsabile dell'eliminazione dell'insulina è il fegato. Dopo essere stata secreta dalle cellule β pancreatiche, l'insulina raggiunge immediatamente il circolo portale (via che porta al fegato il sangue ricco di nutrienti), dove circa il 50-80% viene rimosso già durante il primo passaggio epatico. Solo la quota rimanente raggiunge la circolazione sistemica e viene successivamente utilizzata soprattutto da muscolo scheletrico, fegato e reni. Questo significa che la disponibilità dei recettori insulinici determina contemporaneamente sia la capacità dei tessuti di rispondere all'insulina sia la velocità con cui essa viene eliminata dal sangue. Sensibilità insulinica e clearance risultano quindi strettamente interdipendenti, rappresentando due facce dello stesso processo biologico (Koh et al., 2022) [46]; (Bergman et al., 2022) [47].

Per molti decenni la riduzione della clearance insulinica è stata interpretata come un semplice meccanismo compensatorio dell'insulino-resistenza. Secondo questa visione, quando muscolo, fegato e tessuto adiposo diventano meno sensibili all'azione dell'insulina, l'organismo riduce volontariamente la sua eliminazione, mantenendo concentrazioni plasmatiche più elevate per cercare di preservare il controllo glicemico. Sebbene questa spiegazione appaia intuitiva, numerose evidenze recenti suggeriscono un'interpretazione differente. Diversi studi indicano infatti che la riduzione della clearance possa rappresentare un evento molto precoce, in alcuni casi addirittura antecedente allo sviluppo dell'insulino-resistenza. Secondo questa nuova ipotesi fisiopatologica, una minore eliminazione epatica dell'insulina determinerebbe un'esposizione cronica dei tessuti periferici a concentrazioni elevate dell'ormone. Nel tempo questa iperinsulinemia persistente favorirebbe la down-regulation dei recettori insulinici, la progressiva comparsa dell'insulino-resistenza e, successivamente, il sovraccarico funzionale delle cellule β pancreatiche. In questa prospettiva la ridotta clearance non rappresenterebbe la conseguenza dell'insulino-resistenza, bensì uno dei suoi possibili determinanti iniziali (Bergman et al., 2022) [47]; (Bergman et al., 2019) [48].

A sostegno di questa ipotesi vi è l'osservazione che la clearance dell'insulina presenta un'enorme variabilità anche tra individui metabolicamente sani. Studi condotti mediante sofisticate tecniche di clamp (test che permettono di studiare con precisione la risposta dell’organismo al glucosio e all’insulina) hanno dimostrato che la quota di insulina eliminata dal fegato può oscillare dal 20% fino a oltre l'80%, pur in assenza di qualsiasi patologia metabolica. Questa caratteristica risulta sorprendentemente stabile nel singolo individuo e sembra essere influenzata sia da fattori genetici sia da fattori ambientali. Anche l'alimentazione è infatti in grado di modificare rapidamente la capacità del fegato di degradare l'insulina. Queste modificazioni aumentano la quantità di insulina che raggiunge la circolazione sistemica senza richiedere un incremento proporzionale della secrezione pancreatica, contribuendo così allo sviluppo dell'iperinsulinemia cronica (Bergman et al., 2019) [48].

Una delle dimostrazioni più eleganti del ruolo della clearance insulinica proviene da uno studio longitudinale condotto in un modello animale di insulino-resistenza indotta da una dieta moderatamente ricca di grassi. Già dopo una sola settimana di alimentazione iperlipidica la sensibilità insulinica diminuiva di circa il 35%, mentre la glicemia rimaneva sorprendentemente normale. Inizialmente il pancreas rispondeva aumentando la secrezione insulinica di prima fase; tuttavia, l'analisi dettagliata dei dati mostrava che questo adattamento spiegava soltanto una parte dell'iperinsulinemia osservata. Circa la metà dell'aumento delle concentrazioni periferiche di insulina derivava infatti da una riduzione della clearance epatica, che diminuiva di circa il 50%. In altre parole, il fegato lasciava passare una quota molto maggiore di insulina verso la circolazione sistemica, consentendo di mantenere la normoglicemia senza costringere immediatamente le cellule β a un eccessivo incremento della produzione dell'ormone. Questo raffinato meccanismo di compenso permette quindi all'organismo di affrontare le prime fasi dell'insulino-resistenza preservando temporaneamente la funzione pancreatica (Mittelman et al., 2000) [49].

Questa interpretazione è stata ulteriormente confermata da uno studio successivo dello stesso gruppo di ricerca, che ha seguito longitudinalmente l'evoluzione dell'insulino-resistenza in cani alimentati con una dieta moderatamente ricca di grassi. Dopo una fase iniziale caratterizzata da un aumento della secrezione insulinica, le cellule β ritornavano progressivamente a livelli secretori vicini ai valori basali, mentre l'iperinsulinemia persisteva grazie a una marcata riduzione dell'estrazione epatica dell'insulina durante il primo passaggio. Gli autori hanno definito questo fenomeno una sorta di "riposo delle cellule β": riducendo la clearance epatica, il fegato mantiene elevate concentrazioni periferiche di insulina senza obbligare il pancreas a incrementare continuamente la secrezione. Si tratta probabilmente di una seconda linea di difesa fisiologica che, almeno nelle fasi iniziali, contribuisce a preservare la funzione delle cellule β. Tuttavia, se questo adattamento persiste nel tempo, l'esposizione cronica dei tessuti a elevate concentrazioni di insulina può favorire un ulteriore peggioramento dell'insulino-resistenza, instaurando un circolo vizioso destinato a culminare nello sviluppo del diabete di tipo 2 (Kim et al., 2007) [50].

L'importanza fisiopatologica della riduzione della clearance insulinica emerge con particolare evidenza anche negli esseri umani. Uno studio condotto su bambini e adolescenti con obesità ha dimostrato che la presenza di steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MAFLD) si accompagna a una marcata riduzione della capacità del fegato di eliminare l'insulina già nelle fasi iniziali della malattia. Rispetto ai coetanei obesi privi di interessamento epatico, i soggetti con MAFLD presentavano una clearance epatica significativamente inferiore, accompagnata da un aumento dell'insulino-resistenza e da una maggiore attività compensatoria delle cellule β pancreatiche. In questa fase il pancreas riesce ancora a mantenere un controllo relativamente efficace della glicemia grazie alla combinazione di due adattamenti: da un lato aumenta la secrezione insulinica, dall'altro il fegato elimina una quota minore dell'ormone, consentendo a concentrazioni più elevate di permanere più a lungo nel circolo ematico. Tuttavia, questa strategia compensatoria possiede un'efficacia limitata. Nei soggetti che avevano già sviluppato prediabete, infatti, la riduzione della clearance risultava ancora più marcata, mentre iniziavano a comparire i primi segni di deterioramento della funzione delle cellule β, indicando che il compenso non è in grado di essere mantenuto indefinitamente (Jiang et al., 2024) [51].

Lo studio ha inoltre fornito una convincente spiegazione biologica di questo fenomeno. Nel modello murino (studio condotto su topi) utilizzato dagli autori, l'accumulo di grasso nel fegato determinava una riduzione di circa il 50% dell'espressione degli enzimi deputati alla degradazione dell'insulina. Sebbene inizialmente tale adattamento contribuisca a limitare l'aumento della glicemia, nel lungo periodo comporta un costo biologico elevato: l'esposizione cronica a elevate concentrazioni di insulina stimola la lipogenesi epatica, favorisce l'accumulo di grasso nel fegato, aggrava l'insulino-resistenza e accelera il progressivo esaurimento funzionale delle cellule β. Si instaura così un circolo vizioso nel quale la steatosi riduce la clearance insulinica e la ridotta clearance, a sua volta, alimenta la progressione della steatosi e delle alterazioni metaboliche (Jiang et al., 2024) [51].

Anche studi condotti in popolazioni apparentemente sane confermano che la clearance dell'insulina rappresenta un importante determinante delle concentrazioni plasmatiche dell'ormone. In un'accurata analisi fisiologica effettuata su donne nere e bianche non diabetiche, è stato osservato che le donne afrodiscendenti presentavano concentrazioni di insulina significativamente più elevate dopo un carico orale di glucosio, durante un pasto misto e perfino dopo somministrazione endovenosa di glucosio. Contrariamente a quanto si riteneva in passato, questa differenza non era spiegata da una maggiore secrezione totale di insulina né da una diversa risposta incretinica mediata dal GLP-1 (ormone prodotto dall’intestino dopo l’assunzione di cibo). Le concentrazioni di peptide C, indice della secrezione pancreatica, risultavano infatti sovrapponibili tra i gruppi, così come i livelli di GLP-1. L'iperinsulinemia derivava invece principalmente dalla combinazione di una ridotta clearance epatica dell'insulina e di una maggiore capacità delle cellule β di liberare rapidamente i granuli insulinici già disponibili. Questi risultati dimostrano che elevate concentrazioni di insulina possono svilupparsi anche in assenza di un aumento della produzione pancreatica, semplicemente perché l'organismo elimina l'ormone più lentamente (Chung et al., 2019) [52].

La natura dinamica della clearance insulinica è ulteriormente dimostrata dagli studi nutrizionali. In uomini giapponesi sani e non obesi, una dieta eucalorica (dieta con calorie adeguate al fabbisogno energetico della persona) a basso contenuto di carboidrati e ad alto contenuto di grassi, seguita per soli tre giorni, è stata in grado di aumentare significativamente la velocità di clearance metabolica dell'insulina. Tale incremento si accompagnava a una riduzione delle concentrazioni plasmatiche dell'ormone, senza evidenze di un reale peggioramento della sensibilità insulinica dopo la correzione dei dati per i livelli di insulina circolante. Gli autori hanno interpretato questo fenomeno come un adattamento fisiologico alla ridotta disponibilità di glucosio: quando l'apporto di carboidrati diminuisce, l'organismo aumenta l'eliminazione dell'insulina per favorire l'utilizzo degli acidi grassi come principale fonte energetica. Lo studio evidenziava inoltre una notevole variabilità individuale nella risposta alla dieta, suggerendo che fattori genetici e metabolici possano influenzare profondamente la regolazione della clearance insulinica. Queste osservazioni rafforzano il concetto che la clearance non rappresenti un processo statico, ma un parametro dinamico, modulato dallo stato nutrizionale e dalle esigenze metaboliche dell'organismo (Suzuki et al., 2019) [53].

Le prove più solide sul ruolo della riduzione della clearance nella patogenesi del diabete derivano tuttavia dagli studi prospettici. In una coorte di 570 adulti nativi americani non diabetici, seguiti per una mediana di quasi otto anni, la riduzione della velocità di clearance metabolica dell'insulina si è dimostrata un predittore indipendente dello sviluppo del diabete di tipo 2. I soggetti con una minore capacità di eliminare l'insulina presentavano una maggiore adiposità, concentrazioni più elevate di insulina a digiuno, una risposta insulinica compensatoria più intensa e una ridotta sensibilità insulinica. Tuttavia, anche dopo aver corretto statisticamente i risultati per età, sesso, adiposità, glicemia, secrezione insulinica e sensibilità all'insulina, la clearance manteneva un significativo valore prognostico: per ogni incremento di una deviazione standard della clearance insulinica, il rischio di sviluppare diabete diminuiva di circa il 23%. Questo dato suggerisce che la riduzione della clearance non rappresenti semplicemente una conseguenza dell'insulino-resistenza, ma costituisca un fattore fisiopatologico autonomo in grado di favorire la progressione verso il diabete di tipo 2 (Shah et al., 2021) [54].

Nel complesso, queste evidenze modificano profondamente la concezione tradizionale dell'iperinsulinemia. Per molti anni si è ritenuto che concentrazioni elevate di insulina fossero esclusivamente il risultato di un'aumentata secrezione da parte delle cellule β pancreatiche. Oggi appare invece evidente che la quantità di insulina presente nel circolo dipende dall'equilibrio tra due processi strettamente coordinati: la secrezione pancreatica e la sua eliminazione da parte del fegato e degli altri tessuti. Nelle fasi iniziali dell'insulino-resistenza, la riduzione della clearance rappresenta probabilmente un raffinato meccanismo di adattamento volto a preservare il controllo glicemico e a ridurre il carico secretorio imposto alle cellule β. Tuttavia, quando questa condizione persiste per anni, l'iperinsulinemia cronica alimenta un circolo vizioso caratterizzato da progressivo peggioramento dell'insulino-resistenza, aumento della steatosi epatica, ulteriore riduzione della clearance e crescente sovraccarico metabolico del pancreas. In questa prospettiva, la riduzione della clearance insulinica non costituisce soltanto una conseguenza delle alterazioni metaboliche, ma uno dei principali eventi che collegano la disfunzione delle cellule β allo sviluppo dell'iperinsulinemia cronica, tema che rappresenterà il fulcro del prossimo paragrafo dedicato proprio all'iperinsulinemia (Fosam et al., 2020) [55].

Iperinsulinemia

Nel paragrafo precedente abbiamo visto come la riduzione della clearance insulinica rappresenti uno dei principali meccanismi attraverso cui l'organismo modula la quantità di insulina presente nella circolazione. Questa osservazione conduce naturalmente a una domanda fondamentale: perché l'iperinsulinemia compare così precocemente nel diabete di tipo 2? Per molti anni si è ritenuto che concentrazioni elevate di insulina fossero semplicemente la conseguenza dell'insulino-resistenza. Secondo questo modello, quando muscoli, fegato e tessuto adiposo rispondono meno efficacemente all'ormone, il pancreas aumenta progressivamente la secrezione insulinica per mantenere stabile la glicemia. Sebbene questo meccanismo compensatorio esista realmente, oggi appare evidente che rappresenta soltanto una parte della storia. Le concentrazioni plasmatiche di insulina sono infatti il risultato dell'equilibrio dinamico tra due processi distinti ma strettamente integrati: la quantità di insulina secreta dalle cellule β pancreatiche e la velocità con cui il fegato e gli altri tessuti la eliminano dalla circolazione. Un'iperinsulinemia può quindi svilupparsi sia perché il pancreas produce più insulina, sia perché l'organismo la degrada più lentamente. Comprendere questa distinzione è fondamentale, poiché modifica profondamente la nostra interpretazione della fisiopatologia del diabete di tipo 2 (Goodarzi et al., 2011) [56]; (Bergman et al., 2019) [48].

Per lungo tempo l'insulina a digiuno è stata utilizzata come un semplice indicatore dell'insulino-resistenza. Tuttavia, un'importante analisi condotta su 470 soggetti ispano-americani ha dimostrato che questa interpretazione è riduttiva. Attraverso il clamp euglicemico-iperinsulinemico, il test da carico orale di glucosio e modelli statistici multivariati, gli autori hanno evidenziato che il principale determinante dell'insulinemia basale non è la sensibilità insulinica, bensì la clearance metabolica dell'insulina. La riduzione della velocità con cui l'organismo elimina l'ormone mostrava infatti un'associazione più forte con l'insulinemia rispetto alla stessa insulino-resistenza, all'indice di massa corporea, alla circonferenza vita e perfino alla glicemia a digiuno. Ciò significa che due individui con identici valori di insulina possono presentare meccanismi fisiopatologici completamente differenti: uno può produrre molta insulina, mentre l'altro può semplicemente eliminarla più lentamente. Di conseguenza, interpretare l'iperinsulinemia esclusivamente come espressione di ipersecrezione pancreatica rischia di mascherare il ruolo determinante svolto dal fegato nella regolazione dell'omeostasi insulinica (Goodarzi et al., 2011) [56].

Anche l'obesità contribuisce all'iperinsulinemia attraverso meccanismi più complessi di quanto si pensasse in passato. Uno studio che ha valutato simultaneamente secrezione insulinica, funzione delle cellule β, sensibilità insulinica e clearance dell'insulina in oltre cento soggetti con diverso stato glicemico ha dimostrato che l'aumento della massa adiposa esercita un effetto diretto sulle cellule β pancreatiche, incrementando la secrezione di insulina indipendentemente dal grado di insulino-resistenza. Parallelamente, nei soggetti obesi la clearance insulinica risultava ridotta di circa il 20-30% rispetto ai soggetti normopeso, amplificando ulteriormente le concentrazioni plasmatiche dell'ormone. La combinazione tra maggiore secrezione e minore eliminazione permette quindi di mantenere una normoglicemia nonostante una moderata riduzione della sensibilità insulinica. Tuttavia, questo adattamento ha una durata limitata. Quando la funzione delle cellule β inizia progressivamente a deteriorarsi, la secrezione insulinica non riesce più a compensare l'insulino-resistenza già presente e compaiono dapprima l'alterata glicemia a digiuno e successivamente il diabete di tipo 2. Lo studio suggerisce quindi che l'iperinsulinemia dell'obesità rappresenti il prodotto combinato di ipersecrezione pancreatica e ridotta clearance, mentre la progressione verso la malattia sia determinata soprattutto dal progressivo esaurimento funzionale delle cellule β (Mittendorfer et al., 2022) [57].

L'iperinsulinemia può comparire sorprendentemente presto, addirittura prima che il soggetto diventi obeso. Questa possibilità è stata dimostrata in uno studio prospettico nel quale giovani uomini sani sono stati sottoposti a un modesto aumento ponderale controllato, mantenendosi comunque all'interno dell'intervallo di normalità dell'indice di massa corporea. Dopo circa quattro mesi, i partecipanti presentavano già un significativo aumento dell'insulina basale, del peptide C, dell'HOMA-IR e della glicemia a digiuno. L'aspetto più interessante riguardava però il meccanismo responsabile di tale iperinsulinemia. Attraverso la modellizzazione del peptide C gli autori hanno osservato che la secrezione insulinica aumentava soltanto modestamente, mentre la clearance insulinica diminuiva in misura decisamente maggiore. Dopo il pasto, durante l'OGTT e perfino nel clamp iperglicemico, le concentrazioni di insulina risultavano nettamente più elevate senza alcun incremento significativo della secrezione pancreatica. L'aumento dell'insulina circolante era quindi spiegato quasi interamente dalla ridotta eliminazione epatica dell'ormone. Parallelamente compariva già una significativa riduzione della sensibilità insulinica, dimostrando che bastano piccoli incrementi della massa grassa per innescare rapidamente un circolo vizioso caratterizzato da riduzione della clearance, iperinsulinemia e insulino-resistenza (Erdmann et al., 2008) [58].

Un ulteriore elemento di grande interesse riguarda il ruolo della stessa iperglicemia nell'alimentare questo processo. In uno studio sperimentale condotto su soggetti metabolicamente sani, una lieve iperglicemia mantenuta per sole 72 ore, con valori medi di circa 50 mg/dL superiori alla norma, è risultata sufficiente per determinare contemporaneamente un marcato aumento dell'insulina circolante, una significativa riduzione della funzione delle cellule β, una diminuzione della sensibilità insulinica e una consistente riduzione della clearance metabolica dell'insulina. Sebbene la secrezione insulinica apparisse inizialmente aumentata, il calcolo dell'indice di disposizione dimostrava che le cellule β stavano in realtà già perdendo efficienza. La quota maggiore dell'iperinsulinemia derivava infatti dalla ridotta eliminazione dell'insulina piuttosto che da una reale iperattività pancreatica. Gli autori propongono quindi un modello fisiopatologico nel quale anche una modesta iperglicemia è in grado di instaurare rapidamente un circolo vizioso: l'aumento del glucosio riduce la clearance dell'insulina, l'iperinsulinemia favorisce l'insulino-resistenza e quest'ultima costringe le cellule β ad aumentare ulteriormente il proprio lavoro, accelerandone il deterioramento funzionale (Merovci et al., 2021) [59].

L'origine dell'iperinsulinemia, tuttavia, non è identica in tutti gli individui. Studi condotti in differenti popolazioni hanno dimostrato che l'organismo può adottare strategie compensatorie diverse per mantenere l'omeostasi glicemica. Un'importante ricerca condotta su bambini caucasici, afroamericani e ispanici ha evidenziato che, a fronte di una simile riduzione della sensibilità insulinica, i bambini afroamericani sviluppavano concentrazioni plasmatiche di insulina significativamente più elevate pur senza un corrispondente aumento della secrezione pancreatica. L'analisi simultanea di insulina e peptide C ha infatti dimostrato che il principale meccanismo responsabile era una marcata riduzione dell'estrazione epatica dell'insulina. Nei bambini ispanici, al contrario, la compensazione avveniva prevalentemente attraverso un aumento della secrezione insulinica di seconda fase, mentre la clearance rimaneva relativamente più conservata. Questo studio rappresenta una delle prime dimostrazioni sperimentali che l'iperinsulinemia non costituisce un fenomeno uniforme, ma può derivare da differenti adattamenti fisiologici nei quali la riduzione della clearance epatica svolge un ruolo tanto importante quanto la secrezione pancreatica (Goran et al., 2002) [60].

Queste differenze persistono anche nelle età successive e diventano ancora più evidenti durante la progressione verso il diabete. Uno studio longitudinale condotto su adolescenti normopeso e obesi ha dimostrato che la riduzione della clearance epatica dell'insulina compare già nei giovani obesi insulino-resistenti con normale tolleranza al glucosio, quindi prima della comparsa dell'iperglicemia. Ancora più importante, la capacità del fegato di eliminare l'insulina misurata all'inizio dello studio si è dimostrata un predittore indipendente del successivo declino della funzione delle cellule β nei due anni successivi. I soggetti caratterizzati da una minore estrazione epatica presentavano infatti un deterioramento significativamente più rapido della funzione pancreatica, indipendentemente da età, sesso, obesità e grado di insulino-resistenza. Il fegato emerge quindi non soltanto come organo deputato alla degradazione dell'insulina, ma come autentico regolatore dell'equilibrio endocrino dell'intero organismo. Quando la sua capacità di eliminare l'ormone diminuisce, pancreas e tessuti periferici vengono esposti per anni a concentrazioni elevate di insulina, favorendo il progressivo esaurimento funzionale delle cellule β (Galderisi et al., 2019) [61].

Queste osservazioni sono state recentemente confermate in una popolazione più ampia di giovani con obesità distribuiti lungo l'intero spettro della tolleranza al glucosio. Nei soggetti con diabete di tipo 2, la clearance metabolica dell'insulina risultava ridotta di circa il 45% rispetto ai coetanei normoglicemici, nonostante una marcata riduzione della secrezione insulinica di prima fase e un crollo del Disposition Index. In altre parole, l'iperinsulinemia a digiuno persisteva pur in presenza di una funzione β-cellulare già gravemente compromessa. Questo apparente paradosso trovava spiegazione proprio nella ridotta eliminazione dell'insulina, che permetteva all'ormone di permanere più a lungo nella circolazione. Lo studio ha inoltre evidenziato che, nei giovani afroamericani con disglicemia, la clearance risultava ulteriormente ridotta rispetto ai coetanei bianchi, associandosi a una maggiore insulino-resistenza e a una più intensa risposta secretoria residua. Questi risultati rafforzano il concetto secondo cui la riduzione della clearance rappresenta un fondamentale meccanismo compensatorio durante la progressione del diabete giovanile, ma al tempo stesso contribuisce ad alimentare il circolo vizioso dell'iperinsulinemia cronica (Cho et al., 2025) [62].

L'importanza della clearance insulinica emerge anche nell'ambito degli interventi nutrizionali. In adolescenti obesi sottoposti per dodici settimane a una dieta eucalorica caratterizzata da un basso rapporto tra acidi grassi polinsaturi omega-6 e omega-3, è stato osservato un significativo incremento della clearance dell'insulina sia a digiuno sia dopo carico orale di glucosio. Tale miglioramento si accompagnava a una marcata riduzione dell'iperinsulinemia, pur in assenza di variazioni del peso corporeo, della glicemia e della secrezione insulinica. I benefici risultavano particolarmente evidenti nei soggetti che presentavano inizialmente il quadro metabolico più compromesso, caratterizzato da maggiore iperinsulinemia, ridotta sensibilità insulinica e minore clearance. Lo studio dimostra, quindi, che anche la qualità dei grassi alimentari può influenzare profondamente il metabolismo insulinico indipendentemente dalla perdita di peso, evidenziando come l'iperinsulinemia non sia un fenomeno inevitabile ma una condizione potenzialmente reversibile attraverso appropriati interventi nutrizionali (Tricò et al., 2022) [63].

Nel loro insieme, queste evidenze modificano profondamente la concezione tradizionale dell'iperinsulinemia. L'eccesso di insulina circolante non rappresenta semplicemente una risposta compensatoria all'insulino-resistenza, ma il risultato dell'interazione dinamica tra secrezione pancreatica, clearance epatica e sensibilità dei tessuti periferici all'ormone. Nelle fasi iniziali questa condizione costituisce un adattamento fisiologico finalizzato a preservare la normoglicemia; con il passare del tempo, tuttavia, l'esposizione cronica a elevate concentrazioni di insulina favorisce ulteriormente l'insulino-resistenza, stimola la lipogenesi epatica, accelera il deterioramento delle cellule β e contribuisce alla progressione verso il diabete di tipo 2. L'iperinsulinemia assume quindi un duplice ruolo: inizialmente rappresenta un meccanismo di compenso, ma successivamente diventa essa stessa un importante fattore patogenetico. Questa nuova interpretazione costituisce il presupposto fisiopatologico per comprendere il successivo passaggio della cascata metabolica, nel quale l'eccesso cronico di insulina attiva vie intracellulari specifiche, tra cui quella di mTOR, destinata a svolgere un ruolo centrale nell'aggravamento dell'insulino-resistenza e della progressione del diabete di tipo 2 (Fosam et al., 2020) [55].

Insulino-resistenza

Nel corso degli ultimi decenni l'insulino-resistenza è stata considerata il principale evento fisiopatologico all'origine del diabete mellito di tipo 2. Secondo il modello tradizionale, muscolo scheletrico, fegato e tessuto adiposo diventerebbero progressivamente meno sensibili all'azione dell'insulina, costringendo il pancreas ad aumentare la secrezione dell'ormone per mantenere una glicemia normale. Quando le cellule β non riescono più a sostenere questo aumentato fabbisogno, compaiono dapprima il prediabete e successivamente il diabete conclamato. Sebbene questo modello abbia rappresentato per molti anni il paradigma dominante, numerose evidenze scientifiche emerse negli ultimi anni suggeriscono una sequenza fisiopatologica più complessa. Sempre più dati indicano infatti che l'iperinsulinemia cronica, favorita dall'aumento della secrezione pancreatica e dalla riduzione della clearance epatica dell'insulina, possa precedere la comparsa dell'insulino-resistenza e contribuire direttamente al suo sviluppo. In questa prospettiva, l'insulino-resistenza non rappresenterebbe l'evento iniziale della malattia, bensì una conseguenza dell'esposizione prolungata dei tessuti a concentrazioni elevate di insulina (Janssen, 2024) [64].

Questa interpretazione trova solide basi nella fisiologia dell'azione insulinica. Quando l'insulina si lega al proprio recettore presente sulla membrana cellulare, attiva una complessa cascata di segnali intracellulari che promuove l'ingresso del glucosio nelle cellule, stimola la sintesi di glicogeno (riserva di glucosio dell’organismo), favorisce la lipogenesi (produzione e accumulo di grassi da parte dell’organismo) e inibisce la produzione epatica di glucosio. In condizioni fisiologiche questi segnali vengono attivati solo per periodi limitati dopo i pasti, consentendo ai recettori di recuperare rapidamente la propria sensibilità durante le ore di digiuno.

Se invece l'insulina rimane cronicamente elevata per gran parte della giornata, i tessuti vengono sottoposti a una stimolazione continua. Come avviene per molti altri sistemi biologici, anche il recettore insulinico tende progressivamente a ridurre la propria risposta per proteggere la cellula da un'eccessiva attivazione. Ne consegue una diminuzione della sensibilità insulinica che interessa inizialmente il fegato, a seguito il muscolo scheletrico e infine il tessuto adiposo. L'insulino-resistenza assume quindi le caratteristiche di un adattamento biologico a uno stimolo ormonale persistente più che di un difetto primario comparso spontaneamente (Bkaily et al., 2025) [65].

Una delle più importanti rivalutazioni di questo concetto è stata proposta già nel 2012 dalla ricercatrice Barbara Corkey nella storica Banting Lecture (prestigiosa conferenza scientifica dedicata alla ricerca sul diabete), nella quale ha messo in discussione il paradigma tradizionale secondo cui l'iperinsulinemia sarebbe esclusivamente una risposta compensatoria all'insulino-resistenza. Analizzando numerosi studi sperimentali e clinici, Corkey osservava che in molte popolazioni l'aumento delle concentrazioni di insulina precedeva di diversi anni l'alterazione della sensibilità insulinica. Secondo questa ipotesi, numerosi fattori ambientali propri dello stile di vita moderno, tra cui eccesso calorico, alimenti altamente processati, stimolazione continua delle cellule β, alterazioni dei segnali metabolici intracellulari e ridotta clearance epatica, determinano una persistente ipersecrezione insulinica.

L'esposizione cronica a elevate concentrazioni dell'ormone induce successivamente una progressiva desensibilizzazione dei tessuti bersaglio, analogamente a quanto osservato per altri sistemi endocrini continuamente stimolati. L'insulino-resistenza rappresenterebbe quindi un adattamento secondario finalizzato a limitare l'eccessiva azione biologica dell'insulina piuttosto che il suo evento causale iniziale (Corkey, 2012) [66].

Anche le osservazioni cliniche supportano questa nuova interpretazione. In numerosi soggetti apparentemente sani, l'iperinsulinemia può essere documentata molti anni prima della comparsa dell'iperglicemia e spesso precede qualunque alterazione rilevabile mediante i comuni test di valutazione della sensibilità insulinica. Studi longitudinali hanno mostrato che individui con concentrazioni elevate di insulina a digiuno presentano un rischio significativamente maggiore di sviluppare successivamente insulino-resistenza, steatosi epatica e diabete di tipo 2, indipendentemente dalla glicemia iniziale.

Ciò suggerisce che l'insulina non rappresenti soltanto un biomarcatore della malattia, ma un possibile fattore attivamente coinvolto nella sua progressione. Questa visione spiega inoltre perché interventi capaci di ridurre precocemente l'iperinsulinemia, come la restrizione calorica, il miglioramento della qualità dell'alimentazione e la riduzione del grasso ectopico (accumulo di grasso al di fuori del normale tessuto adiposo), possano determinare un significativo recupero della sensibilità insulinica prima ancora di modificare sostanzialmente altri parametri metabolici (Thomas et al., 2019) [67].

Il ruolo centrale dell'iperinsulinemia diventa ancora più evidente quando si analizzano gli effetti dell'eccesso energetico cronico. Un introito calorico costantemente superiore al fabbisogno mantiene le cellule β in uno stato di continua stimolazione secretoria e, parallelamente, riduce progressivamente la clearance epatica dell'insulina. L'aumento persistente delle concentrazioni circolanti dell'ormone modifica profondamente il metabolismo dei lipidi: stimola la lipogenesi epatica, inibisce la lipolisi del tessuto adiposo (processo che mobilita i grassi di riserva) e favorisce l'accumulo di trigliceridi nel fegato, nel pancreas e nel muscolo scheletrico. Quando la capacità del tessuto adiposo sottocutaneo di immagazzinare energia viene superata, il surplus lipidico si deposita progressivamente negli organi metabolicamente attivi, determinando il cosiddetto grasso ectopico.

L'infiltrazione lipidica del fegato riduce ulteriormente la sensibilità epatica all'insulina e aumenta la produzione endogena di glucosio, mentre quella del pancreas compromette progressivamente la funzione delle cellule β. Si instaura così un circolo vizioso nel quale iperinsulinemia, accumulo di grasso ectopico e insulino-resistenza si alimentano reciprocamente, accelerando la progressione verso il diabete di tipo 2 (Janssen, 2024) [64].

Ulteriori conferme provengono dagli studi che hanno analizzato il ruolo di specifiche proteine coinvolte nell'omeostasi cellulare. Tra queste riveste particolare interesse la proteina BAG3, implicata nei processi di autofagia (sistema di pulizia e riciclo interno della cellula) e nel mantenimento della funzionalità dei tessuti metabolicamente attivi. In modelli animali alimentati con una dieta ricca di grassi, la riduzione dell'espressione di BAG3 si associa a un rapido peggioramento della sensibilità insulinica, a un aumento dell'accumulo lipidico epatico e a una maggiore attivazione delle vie infiammatorie intracellulari. Al contrario, il mantenimento di adeguati livelli di BAG3 preserva la funzionalità del recettore insulinico, migliora il metabolismo del glucosio e limita l'insorgenza dell'insulino-resistenza, suggerendo che la perdita dei normali meccanismi di protezione cellulare rappresenti uno dei fattori che favoriscono la progressione delle alterazioni metaboliche indotte dall'iperinsulinemia (Damiani et al., 2023) [68].

Anche il fegato occupa una posizione centrale in questa rete di eventi. Oltre a rappresentare il principale organo responsabile della clearance dell'insulina, esso costituisce il primo distretto esposto alle elevate concentrazioni dell'ormone provenienti dalla vena porta. L'iperinsulinemia persistente stimola la lipogenesi de novo, aumenta la sintesi di trigliceridi e favorisce la progressiva comparsa della steatosi epatica. L'accumulo di lipidi negli epatociti (cellule principali del fegato) compromette la capacità dell'insulina di sopprimere la produzione epatica di glucosio, determinando una progressiva insulino-resistenza epatica. Parallelamente, la steatosi riduce ulteriormente la clearance dell'insulina, consentendo a una quota ancora maggiore dell'ormone di raggiungere la circolazione sistemica. Il fegato diventa quindi uno dei principali amplificatori del circolo vizioso che collega iperinsulinemia e insulino-resistenza (Bergman et al., 2019) [48].

Questo modello fisiopatologico contribuisce anche a spiegare uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni: la possibilità di ottenere la remissione del diabete di tipo 2. Se l'insulino-resistenza fosse il risultato di un danno cellulare permanente, interventi nutrizionali di breve durata non dovrebbero produrre miglioramenti significativi. Al contrario, numerosi studi dimostrano che una drastica restrizione calorica determina una rapida riduzione del grasso epatico già entro pochi giorni, seguita da una progressiva diminuzione del grasso pancreatico e dal recupero della funzione delle cellule β.

Nei soggetti con diabete diagnosticato da pochi anni, la perdita di circa 15 kg di peso corporeo può riportare la glicemia entro valori normali senza necessità di terapia farmacologica, indicando che una parte importante dell'insulino-resistenza è reversibile quando vengono rimossi gli stimoli metabolici che la sostengono. Questa osservazione rafforza ulteriormente l'ipotesi secondo cui l'insulino-resistenza rappresenti un adattamento funzionale all'iperinsulinemia cronica piuttosto che un processo irreversibile (Janssen, 2024) [64].

Ulteriori conferme derivano dagli studi sulla chirurgia bariatrica. I miglioramenti metabolici osservati dopo bypass gastrico o gastrectomia verticale (intervento che riduce le dimensioni dello stomaco) compaiono infatti molto prima che si verifichi una sostanziale perdita di peso. Già nei primi giorni dopo l'intervento si osservano una marcata riduzione dell'insulinemia, un miglioramento della sensibilità epatica all'insulina e una significativa diminuzione della produzione epatica di glucosio. Questo rapido recupero suggerisce che la riduzione dell'introito energetico e la conseguente diminuzione dell'iperinsulinemia rappresentino i principali responsabili del miglioramento metabolico iniziale, mentre il successivo calo ponderale contribuisce a consolidarne gli effetti nel tempo. Ancora una volta, l'iperinsulinemia appare come un elemento centrale nella fisiopatologia della malattia e la sua riduzione costituisce uno dei primi passaggi verso il recupero della sensibilità insulinica (Pories e Dohm, 2012) [69].

Nel loro insieme, queste evidenze delineano un modello fisiopatologico diverso da quello tradizionale. L'insulino-resistenza non rappresenta più esclusivamente il punto di partenza del diabete mellito di tipo 2, ma uno degli stadi intermedi di un processo che inizia molto prima con l'eccesso energetico cronico, la riduzione della clearance epatica dell'insulina e la comparsa dell'iperinsulinemia persistente. L'esposizione prolungata dei tessuti a elevate concentrazioni di insulina induce una progressiva desensibilizzazione dei recettori, favorisce l'accumulo di grasso ectopico, altera la funzione epatica e accelera il deterioramento delle cellule β pancreatiche. L'insulino-resistenza diventa così parte integrante di un circolo vizioso nel quale ogni alterazione alimenta quella successiva, rendendo progressivamente più difficile il ripristino dell'omeostasi metabolica (Zhang et al., 2021) [70].

Questa nuova interpretazione possiede importanti implicazioni cliniche. Se l'iperinsulinemia rappresenta uno degli eventi iniziali che conducono allo sviluppo dell'insulino-resistenza, gli interventi terapeutici dovrebbero mirare non soltanto alla riduzione della glicemia, ma anche alla normalizzazione delle concentrazioni circolanti di insulina attraverso strategie nutrizionali, miglioramento della clearance epatica, riduzione del grasso ectopico e recupero della sensibilità dei tessuti all'ormone. Questa prospettiva permette inoltre di comprendere il successivo passaggio fisiopatologico della cascata metabolica: l'esposizione cronica a elevate concentrazioni di insulina determina infatti una persistente attivazione della via di segnalazione PI3K/AKT/mTOR, che rappresenta uno dei principali meccanismi molecolari attraverso cui l'iperinsulinemia contribuisce alla progressione dell'insulino-resistenza e del diabete di tipo 2. Sarà proprio questo il tema del prossimo paragrafo dedicato al rapporto tra iperinsulinemia e mTOR (Janssen, 2021) [71].

Iperinsulinemia e mTOR

Nel paragrafo precedente abbiamo visto come l'iperinsulinemia cronica non rappresenti semplicemente una risposta compensatoria all'insulino-resistenza, ma possa contribuire direttamente alla sua comparsa attraverso la progressiva desensibilizzazione dei tessuti bersaglio. Per comprendere come questo processo avvenga è necessario approfondire uno dei principali nodi molecolari della segnalazione insulinica: il complesso mTOR (mammalian Target of Rapamycin). In condizioni fisiologiche, l'attivazione di mTOR costituisce una parte indispensabile della risposta all'insulina. Dopo il legame dell'ormone con il proprio recettore, la cascata PI3K/AKT trasmette il segnale verso mTOR, che coordina la sintesi proteica, la crescita cellulare, il metabolismo energetico e l'utilizzo dei nutrienti. Questo sistema è essenziale per consentire alle cellule di adattarsi all'abbondanza di energia disponibile dopo un pasto. Tuttavia, come accade per molti meccanismi biologici, ciò che risulta vantaggioso quando è transitorio può diventare dannoso se permane costantemente attivo. Quando l'iperinsulinemia mantiene la via PI3K/AKT/mTOR continuamente stimolata, un circuito di regolazione nato per limitare gli eccessi della risposta insulinica si trasforma progressivamente in uno dei principali promotori dell'insulino-resistenza (Tremblay et al., 2007) [72].

Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dagli studi sperimentali è la rapidità con cui questo sistema entra in funzione. Negli adipociti murini e umani, l'insulina attiva mTORC1, principale effettore della chinasi S6K1, nell'arco di pochi minuti. Questa rapida attivazione dimostra che mTOR non interviene soltanto nelle modificazioni metaboliche croniche, ma partecipa fin dalle primissime fasi della trasduzione del segnale insulinico. Parallelamente, però, la stessa attivazione di mTOR innesca un sofisticato circuito di feedback negativo destinato a impedire una stimolazione eccessiva della cellula. Attraverso la fosforilazione (aggiunta di un fosfato che modifica l’attività di una molecola) di specifici residui della proteina IRS-1, il principale adattatore della segnalazione insulinica, mTOR riduce progressivamente l'intensità del segnale diretto verso AKT. In condizioni fisiologiche questo rappresenta un raffinato sistema di autoregolazione, analogo al termostato che interrompe automaticamente il riscaldamento quando viene raggiunta la temperatura desiderata. Quando però l'insulina rimane elevata per molte ore o per anni, questo stesso meccanismo continua ad essere stimolato senza interruzione, trasformandosi da regolatore fisiologico a promotore dell'insulino-resistenza (Tremblay et al., 2007) [72]; (Gual et al., 2003) [73].

Lo studio di Gual e collaboratori ha permesso di chiarire con precisione i passaggi molecolari di questo processo. Gli autori hanno dimostrato che l'insulina induce la fosforilazione di differenti residui di serina presenti su IRS-1, ciascuno caratterizzato da una specifica funzione regolatoria. Quando invece l'esposizione all'insulina si prolunga, il controllo passa progressivamente alla via PI3K/AKT/mTOR. La rapamicina, potente inibitore di mTOR, aboliva quasi completamente la fosforilazione di IRS-1 sia negli adipociti sia nel muscolo e nel tessuto adiposo di animali trattati con insulina, dimostrando che mTOR rappresenta il principale regolatore di questo feedback negativo. Dal punto di vista funzionale, la fosforilazione delle serine modifica la capacità di IRS-1 di interagire con il recettore insulinico e con PI3K, attenuando progressivamente la propagazione del segnale verso AKT. In altre parole, più a lungo la via mTOR rimane attiva, maggiore diventa la difficoltà della cellula nel rispondere a successive stimolazioni insuliniche (Gual et al., 2003) [73].

L'importanza fisiologica di questo circuito emerge ancora più chiaramente osservando gli effetti dell'inibizione farmacologica di mTOR. Negli adipociti trattati con rapamicina, la capacità dell'insulina di promuovere l'ingresso del glucosio aumentava di circa il 45%, accompagnandosi a una marcata amplificazione dell'attivazione di AKT. Sorprendentemente, questo miglioramento non dipendeva da un incremento della traslocazione dei trasportatori GLUT4 o GLUT1 verso la membrana cellulare né da un aumento dell'attività della PI3K associata a IRS-1. Il beneficio derivava invece dalla preservazione della funzionalità di IRS-1. Questi risultati dimostrano che mTOR agisce come un autentico "freno" fisiologico della segnalazione insulinica; quando però il freno rimane costantemente inserito, come avviene nell'iperinsulinemia cronica, la capacità della cellula di utilizzare il glucosio si riduce progressivamente, favorendo lo sviluppo dell'insulino-resistenza (Tremblay et al., 2007) [72].

Le conseguenze dell'iperattivazione cronica della via PI3K/AKT/mTOR non si limitano tuttavia alla semplice comparsa dell'insulino-resistenza, ma interessano anche il programma di espressione genica delle cellule. Una delle dimostrazioni più convincenti proviene da un'approfondita analisi trascrittomica del muscolo scheletrico umano integrata con un modello sperimentale di iperinsulinemia cronica. Gli autori hanno osservato che, all'aumentare delle concentrazioni di insulina a digiuno, diminuisce progressivamente l'espressione del gene INSR, che codifica per il recettore dell'insulina. L'esposizione di miotubi (strutture cellulari che daranno origine alle fibre muscolari mature) a elevate concentrazioni di insulina per sole sedici ore determinava una marcata riduzione dell'mRNA di INSR, una diminuzione della quantità totale del recettore e una minore presenza dello stesso sulla membrana cellulare. Parallelamente risultava attenuata la fosforilazione di AKT durante una successiva stimolazione insulinica, dimostrando che la cellula aveva sviluppato una vera e propria desensibilizzazione funzionale (Cen et al., 2022) [74].

L'attivazione cronica della via PI3K/AKT/mTOR produce conseguenze ancora più profonde quando interessa il fegato. Un recente studio ha dimostrato che l'esposizione prolungata degli epatociti umani a elevate concentrazioni di insulina è sufficiente ad attivare un autentico programma di senescenza cellulare. Attraverso l'impiego di specifici inibitori farmacologici, gli autori hanno dimostrato che questo fenomeno dipende direttamente dall'attivazione della cascata recettore insulinico → PI3K → AKT → mTOR, poiché il blocco di uno qualunque di questi passaggi impedisce quasi completamente la comparsa dei marcatori di senescenza.

La conferma definitiva proviene dai topi privi del recettore insulinico esclusivamente a livello epatico: nonostante presentino una marcata iperinsulinemia sistemica, il loro fegato non sviluppa segni di senescenza, dimostrando che non è l'insulina circolante di per sé a provocare il danno, ma la persistente attivazione della sua via di segnalazione intracellulare. Questi risultati suggeriscono che l'iperinsulinemia cronica possa contribuire direttamente alla progressione della steatosi epatica e della steatoepatite attraverso l'attivazione persistente di mTOR e dei programmi di invecchiamento cellulare (Baboota et al., 2022) [75].

Le conseguenze dell'iperattivazione cronica della segnalazione insulinica si estendono anche al rene, confermando come l'eccesso di insulina possa determinare danni d'organo ben prima della comparsa del diabete manifesto. In un elegante modello sperimentale di fase prediabetica, l'iperinsulinemia persistente determinava una progressiva riduzione del recettore insulinico nei podociti glomerulari (cellule del rene che aiutano a filtrare il sangue), accompagnata da una marcata attenuazione della via IRS1– PI3K–AKT. La conseguente perdita dell'inibizione esercitata da AKT favoriva l'iperattivazione della GSK3β, la quale fosforilava IRS1 instaurando un circuito di feedback patologico che amplificava ulteriormente la desensibilizzazione insulinica. Queste osservazioni dimostrano come l'iperinsulinemia cronica, attraverso l'attivazione persistente della cascata insulinica e dei suoi circuiti di feedback, possa avviare precocemente la comparsa delle complicanze microvascolari indipendentemente dall'iperglicemia (Chen et al., 2026) [76].

Nel loro insieme, queste evidenze delineano un quadro fisiopatologico estremamente coerente. L'iperinsulinemia cronica mantiene costantemente attiva la via PI3K/AKT/mTOR, trasformando un fisiologico meccanismo di autoregolazione in un circuito patologico che riduce progressivamente la sensibilità insulinica, modifica l'espressione dei geni coinvolti nella segnalazione dell'insulina, favorisce lo stress ossidativo, promuove la senescenza cellulare e contribuisce allo sviluppo delle complicanze metaboliche a carico di fegato, muscolo e rene. Il nodo centrale di questo processo è rappresentato dal feedback negativo esercitato da mTOR su IRS-1, un meccanismo che inizialmente protegge la cellula dall'eccessiva stimolazione insulinica ma che, quando permane attivo per anni, diventa uno dei principali motori della progressione del diabete di tipo 2. Proprio questo circuito molecolare costituirà l'argomento del prossimo paragrafo, nel quale verrà approfondito in dettaglio il rapporto tra mTOR, S6K1 e IRS-1, vero fulcro dell'insulino-resistenza indotta dall'iperinsulinemia.

mTOR, S6K1 e IRS-1

Nel paragrafo precedente abbiamo visto come l'iperinsulinemia cronica mantenga persistentemente attiva la via PI3K/AKT/mTOR, trasformando un normale meccanismo di autoregolazione in uno dei principali promotori dell'insulino-resistenza. Resta ora da comprendere quale sia il meccanismo molecolare attraverso cui questa iperattivazione compromette concretamente la risposta cellulare all'insulina. Le evidenze accumulate negli ultimi vent'anni convergono nell'identificare un protagonista centrale di questo processo: la S6 chinasi 1 (S6K1), principale effettore del complesso mTORC1. In condizioni fisiologiche, l'attivazione di S6K1 rappresenta una componente essenziale della risposta anabolica all'insulina. Dopo un pasto, infatti, l'aumento della disponibilità di glucosio, aminoacidi e insulina attiva progressivamente la cascata IRS-1 → PI3K → AKT → mTORC1, culminando nella fosforilazione di S6K1. Quest'ultima stimola la sintesi proteica, la crescita cellulare e numerosi processi metabolici indispensabili per l'adattamento all'abbondanza energetica. Per evitare che tale risposta rimanga eccessivamente prolungata, l'organismo ha sviluppato un sofisticato circuito di feedback negativo nel quale la stessa S6K1 limita progressivamente la segnalazione insulinica agendo sul suo principale adattatore intracellulare, IRS-1. Quando però lo stimolo nutrizionale diventa cronico, questo sistema perde la propria funzione omeostatica e si trasforma in uno dei principali motori dell'insulino-resistenza (Um et al., 2006) [77]; (Tzatsos e Kandror, 2006) [78].

Il ruolo di S6K1 come sensore dell'abbondanza nutrizionale emerge chiaramente dall'osservazione che questa chinasi non risponde esclusivamente all'insulina. Anche gli aminoacidi, in particolare la leucina e gli altri aminoacidi ramificati, sono potenti attivatori del complesso mTORC1 attraverso una via indipendente dalla classica cascata PI3K/AKT. In questo modo la cellula interpreta l'elevata disponibilità di nutrienti come un segnale sufficiente per promuovere crescita, sintesi proteica e accumulo energetico anche quando la stimolazione insulinica non rappresenta il principale input. In condizioni fisiologiche questa integrazione consente di coordinare in maniera estremamente efficiente metabolismo e disponibilità energetica. Tuttavia, quando glucosio, aminoacidi e insulina rimangono elevati per periodi prolungati, tutti questi segnali convergono sulla persistente attivazione di mTORC1 e della sua chinasi effettrice S6K1, determinando l'attivazione continua del circuito di feedback negativo verso IRS-1. Ciò spiega perché l'eccesso nutrizionale cronico, indipendentemente dalla sua origine, venga progressivamente tradotto in una riduzione della sensibilità insulinica (Um et al., 2006) [77]; (Tzatsos e Kandror, 2006) [78].

Il bersaglio principale di questo circuito è rappresentato dalla proteina IRS-1 (Insulin Receptor Substrate-1), l'adattatore molecolare che collega il recettore insulinico all'attivazione della PI3K. Quando invece S6K1 rimane costantemente attiva, la situazione cambia radicalmente. La chinasi inizia infatti a fosforilare IRS-1 su numerosi residui di serina, siti che modificano profondamente la conformazione della proteina e ne riducono la capacità di interagire con il recettore insulinico e con la PI3K. Il risultato finale è che il recettore continua a riconoscere e legare l'insulina, ma il segnale non riesce più ad essere trasmesso efficacemente all'interno della cellula (Harrington et al., 2004) [79]; (Tzatsos e Kandror, 2006) [78].

Le conseguenze funzionali di questa modificazione sono profonde. La riduzione del reclutamento della PI3K determina infatti una minore attivazione di AKT, il principale regolatore degli effetti metabolici dell'insulina. Vengono così compromessi il trasporto del glucosio attraverso GLUT4, la sintesi di glicogeno, l'inibizione della gluconeogenesi epatica, il metabolismo lipidico e numerosi programmi di sopravvivenza cellulare. È importante sottolineare che, inizialmente, questo rappresenta un meccanismo fisiologico destinato a impedire una stimolazione eccessiva della via insulinica durante i periodi di abbondanza nutrizionale. Quando però mTORC1 e S6K1 rimangono costantemente attivi, la fosforilazione delle serine di IRS-1 diventa persistente, trasformando un circuito di autoregolazione temporaneo in una condizione stabile di insulino-resistenza. Le cellule continuano quindi ad essere esposte a elevate concentrazioni di insulina, ma perdono progressivamente la capacità di rispondere all'ormone, instaurando il tipico circolo vizioso che caratterizza il diabete di tipo 2 (Khamzina et al., 2005) [80]; (Ueno et al., 2005) [83].

L'inattivazione funzionale di IRS-1 rappresenta tuttavia soltanto il primo stadio di un processo ancora più profondo. Numerosi studi hanno infatti dimostrato che la persistente attivazione della via mTOR/S6K1 non si limita a modificare temporaneamente l'attività della proteina, ma ne promuove una progressiva riduzione quantitativa. Dopo la fosforilazione delle serine inibitorie, IRS-1 viene riconosciuto da specifiche proteine regolatorie, che ne favoriscono il distacco dal recettore insulinico, il trasferimento nel citoplasma e la successiva degradazione. Parallelamente, l'attivazione cronica di S6K1 riduce anche la trascrizione del gene IRS-1, determinando una progressiva diminuzione della sintesi della proteina. L'insulino-resistenza, quindi, non deriva esclusivamente da una temporanea inattivazione funzionale dell'adattatore molecolare, ma anche dalla sua progressiva scomparsa all'interno della cellula. Con il passare del tempo il recettore insulinico continua ad essere normalmente espresso e capace di legare l'insulina, ma dispone di un numero sempre minore di molecole IRS attraverso cui trasmettere il segnale verso PI3K e AKT. Questo duplice meccanismo, funzionale e quantitativo, contribuisce a rendere l'insulino-resistenza progressivamente più stabile e difficilmente reversibile (Tzatsos e Kandror, 2006) [78]; (Shah et al., 2004) [81]; (Harrington et al., 2004) [79].

Un ruolo fondamentale nel controllo di questo circuito è svolto dal complesso TSC1/TSC2, principale regolatore fisiologico dell'attività di mTORC1. In condizioni normali, TSC1/TSC2 impedisce un'attivazione eccessiva di mTOR, preservando così la corretta sensibilità insulinica. Quando però questo sistema viene sopraffatto dall'eccesso cronico di nutrienti oppure perde la propria funzione, mTORC1 continua a stimolare S6K1 e il feedback negativo verso IRS-1 diventa permanente. Eleganti modelli sperimentali hanno dimostrato che la semplice perdita di TSC1 o TSC2 è sufficiente a ridurre drasticamente i livelli di IRS-1 e IRS-2, abolendo quasi completamente l'attivazione di AKT nonostante il recettore insulinico rimanga perfettamente funzionante. È quindi evidente che il difetto non risiede nel legame tra insulina e recettore, bensì nella progressiva scomparsa delle proteine adattatrici indispensabili per propagare il segnale intracellulare. L'asse TSC1/TSC2–mTOR–S6K1–IRS rappresenta pertanto uno dei principali sensori metabolici attraverso cui la cellula traduce la persistente abbondanza energetica in una riduzione della sensibilità insulinica (Harrington et al., 2004) [79]; (Shah et al., 2004) [81].

La rilevanza fisiopatologica di S6K1 è stata ulteriormente confermata da studi condotti in animali geneticamente privi di questa chinasi. I topi S6K1 knockout, pur producendo quantità inferiori di insulina e presentando una ridotta massa delle cellule β pancreatiche, mantengono una glicemia pressoché normale grazie a una marcata sensibilità periferica all'insulina. Ancora più significativo è il fatto che questi animali risultano ampiamente protetti dallo sviluppo dell'obesità indotta dall'età o da una dieta ricca di grassi. L'assenza di S6K1 riduce infatti la fosforilazione patologica di IRS-1, preservando il reclutamento della PI3K, l'attivazione di AKT e la traslocazione di GLUT4. Parallelamente aumenta l'ossidazione degli acidi grassi e il dispendio energetico, limitando l'accumulo di tessuto adiposo. Sebbene una dieta fortemente iperlipidica riesca comunque a produrre alcune alterazioni metaboliche, la risposta insulinica rimane nettamente superiore rispetto agli animali di controllo. Questi risultati dimostrano in modo convincente che S6K1 non rappresenta semplicemente un marcatore dell'insulino-resistenza, ma uno dei principali mediatori causali attraverso cui l'eccesso nutrizionale compromette la segnalazione insulinica (Um et al., 2004) [82].

La conferma definitiva dell'esistenza di questo circuito patologico deriva dagli studi di inibizione farmacologica. In modelli sperimentali differenti, il trattamento con rapamicina, potente inibitore di mTORC1, riduce rapidamente l'attività di S6K1, diminuisce la fosforilazione inibitoria di IRS-1, ripristina l'attivazione della PI3K e di AKT e migliora sensibilmente la risposta insulinica sia nel fegato sia nel muscolo scheletrico. Analogamente, l'attivazione di AMPK (sensore energetico della cellula che aiuta a mantenere l’equilibrio energetico), ottenuta sperimentalmente mediante metformina (farmaco che aiuta a ridurre la glicemia), antagonizza l'attività di mTORC1, riduce la fosforilazione di IRS-1 e ripristina l'efficienza della cascata PI3K/AKT. Nel loro insieme, queste osservazioni dimostrano che il circuito mTOR– S6K1–IRS-1 non rappresenta una conseguenza inevitabile dell'obesità o del diabete, bensì un meccanismo biologico dinamico e potenzialmente reversibile. Interrompere precocemente la persistente attivazione di mTOR significa preservare l'integrità di IRS-1, mantenere efficiente la trasduzione del segnale insulinico e rallentare la progressione dell'insulino-resistenza (Khamzina et al., 2005) [80]; (Ueno et al., 2005) [83]; (Tzatsos e Kandror, 2006) [78].

Nel complesso, le evidenze sperimentali convergono su un modello fisiopatologico ormai estremamente solido. L'eccesso cronico di glucosio, aminoacidi, acidi grassi e insulina mantiene costantemente attiva la via mTORC1/S6K1, trasformando un fisiologico sistema di autoregolazione in un circuito patologico autoalimentato. La conseguente fosforilazione, inattivazione e progressiva degradazione di IRS-1 e IRS-2 interrompono la comunicazione tra il recettore insulinico e la cascata PI3K/AKT, compromettendo progressivamente tutte le principali azioni metaboliche dell'insulina. In questo modo l'iperinsulinemia non rappresenta semplicemente una risposta compensatoria all'insulino-resistenza, ma contribuisce direttamente ad amplificarla attraverso un meccanismo molecolare preciso, riproducibile e dimostrato in numerosi modelli sperimentali. Questo circuito costituisce oggi uno dei paradigmi biologici più solidi per comprendere la progressione del diabete di tipo 2 e rappresenta il collegamento ideale con il prossimo paragrafo, dedicato ai meccanismi attraverso cui la perdita della segnalazione di IRS-1/PI3K/AKT si traduce nelle alterazioni del trasporto del glucosio e della funzione metabolica dei tessuti periferici.

AMPK e insulino-resistenza

L'insulino-resistenza è il risultato di un progressivo squilibrio tra i segnali cellulari che promuovono l'accumulo di energia e quelli che, al contrario, ne favoriscono il consumo. Se nei paragrafi precedenti abbiamo visto come l'iperattivazione cronica della via mTOR/S6K1 rappresenti uno dei principali meccanismi responsabili della perdita della sensibilità all'insulina, è altrettanto importante comprendere il ruolo del suo principale antagonista fisiologico: la proteina chinasi attivata da AMP (AMPK). Questa proteina è universalmente considerata il sensore energetico della cellula, poiché monitora continuamente il rapporto tra AMP e ATP (molecole coinvolte nella gestione dell’energia cellulare), adattando il metabolismo alle reali disponibilità energetiche dell'organismo. Quando l'energia è abbondante prevalgono i processi anabolici, mentre quando le riserve energetiche diminuiscono AMPK viene rapidamente attivata per ristabilire l'equilibrio metabolico. Il suo compito è quello di limitare tutte le attività che richiedono un elevato consumo di ATP, come la sintesi proteica, la lipogenesi e la proliferazione cellulare, favorendo invece l'ossidazione degli acidi grassi, la captazione del glucosio, la biogenesi mitocondriale (processo con cui la cellula aumenta e rinnova i propri mitocondri) e la produzione di energia. In altre parole, mentre mTOR rappresenta il principale promotore della crescita cellulare, AMPK costituisce il sistema di controllo che impedisce che tale crescita diventi eccessiva o metabolicamente insostenibile (Tao et al., 2010) [84]; (Saha et al., 2010) [85].

Questa contrapposizione funzionale tra AMPK e mTOR è fondamentale per comprendere la fisiopatologia dell'insulino-resistenza. In condizioni fisiologiche le due vie cooperano per adattare il metabolismo alle esigenze dell'organismo: dopo un pasto prevale l'attività di mTOR, che stimola la sintesi di glicogeno, proteine e lipidi; durante il digiuno, l'esercizio fisico o qualsiasi situazione caratterizzata da una ridotta disponibilità energetica, aumenta invece l'attività di AMPK, che sospende temporaneamente i processi anabolici e indirizza la cellula verso la produzione di ATP. Questo continuo alternarsi garantisce una notevole flessibilità metabolica. Il problema nasce quando l'eccesso nutrizionale diventa cronico.

L'iperinsulinemia persistente, l'elevata disponibilità di glucosio, l'accumulo di aminoacidi e di acidi grassi saturi mantengono infatti costantemente attiva la via mTORC1, mentre l'attività di AMPK si riduce progressivamente. La perdita di questo importante freno fisiologico permette a mTOR e alla chinasi S6K1 di rimanere costitutivamente attive, favorendo la fosforilazione inibitoria di IRS-1 e la progressiva attenuazione della trasduzione del segnale insulinico. L'insulino-resistenza può quindi essere interpretata non solo come una condizione di eccessiva attivazione di mTOR, ma anche come la conseguenza diretta della ridotta capacità di AMPK di controbilanciare tale attivazione (Kwon e Querfurth, 2015) [86]; (Liu et al., 2012) [87].

Dal punto di vista molecolare, AMPK esercita questa azione attraverso numerosi bersagli intracellulari. Tra i più importanti vi sono TSC2 e Raptor, due regolatori fondamentali del complesso mTORC1. La loro fosforilazione da parte di AMPK determina una marcata riduzione dell'attività di mTOR. Questo passaggio assume un'importanza cruciale perché interrompe il circuito di feedback negativo che conduce alla fosforilazione inibitoria di IRS-1, preservando così la capacità del recettore insulinico di trasmettere correttamente il segnale. Parallelamente, AMPK è anche in grado di potenziare direttamente la cascata PI3K/AKT, aumentando la fosforilazione di AKT. Ne deriva un duplice effetto: da una parte viene eliminato uno dei principali ostacoli alla trasduzione del segnale insulinico, dall'altra viene contemporaneamente amplificata la risposta delle cellule all'insulina, favorendo i processi responsabili della captazione del glucosio e della successiva traslocazione del trasportatore GLUT4 verso la membrana plasmatica (Tao et al., 2010) [84].

L'importanza fisiopatologica di questi meccanismi emerge chiaramente dagli studi sperimentali che hanno analizzato gli effetti dell'eccesso nutrizionale sul muscolo scheletrico. L'esposizione prolungata a elevate concentrazioni di glucosio o di leucina determina una rapida riduzione dell'attività di AMPK, accompagnata da un marcato incremento della fosforilazione di mTOR. Parallelamente si osserva una riduzione della fosforilazione di AKT in risposta all'insulina e una progressiva comparsa dell'insulino-resistenza. Particolarmente interessante è il fatto che nutrienti appartenenti a categorie metaboliche differenti inducono una risposta molecolare sostanzialmente sovrapponibile, suggerendo che la cellula interpreti l'eccesso energetico come un unico segnale metabolico indipendentemente dalla sua origine.

Quando AMPK viene riattivata sperimentalmente mediante AICAR (composto sperimentale usato per stimolare AMPK) o acido α-lipoico, tutte queste alterazioni vengono in larga misura prevenute: diminuisce l'attività di mTOR, si ripristina la fosforilazione di AKT e la sensibilità insulinica torna a livelli prossimi alla normalità. Questi risultati dimostrano come la riduzione dell'attività di AMPK rappresenti uno degli eventi iniziali nello sviluppo dell'insulino-resistenza, piuttosto che una semplice conseguenza del danno metabolico già instaurato (Saha et al., 2010) [85].

Un'ulteriore conferma proviene dagli studi che hanno modificato sperimentalmente la disponibilità degli aminoacidi. La restrizione della leucina determina infatti una riduzione di mTORC1 con un conseguente aumento della via AMPK. Questo effetto elimina il feedback negativo esercitato su IRS-1, consentendo il recupero dell'attività della via PI3K/AKT e migliorando significativamente la sensibilità insulinica. Analogamente, i modelli murini caratterizzati da una ridotta attività dell'enzima AMPD1, e quindi da una maggiore attivazione di AMPK, mostrano una migliore risposta all'insulina e una maggiore capacità di adattarsi all'eccesso nutrizionale, confermando che l'asse AMPK–mTOR–S6K1 costituisce uno dei principali regolatori dell'omeostasi glucidica e lipidica (Tandelilin et al., 2015) [88].

La rilevanza biologica di AMPK è confermata anche dagli studi dedicati all'attività fisica, probabilmente l'intervento non farmacologico più efficace nel migliorare la sensibilità insulinica. Durante l'esercizio aumenta il consumo di ATP da parte della fibra muscolare e, di conseguenza, cresce il rapporto AMP/ATP, determinando una rapida attivazione di AMPK. Questa risposta non rappresenta soltanto un adattamento finalizzato a soddisfare il maggiore fabbisogno energetico, ma costituisce anche un potente meccanismo di protezione metabolica.

Nei modelli sperimentali di obesità indotta da dieta ricca di grassi, l'allenamento riattiva AMPK, riduce l'attività di mTORC1 e della chinasi S6K1, aumenta l'ossidazione degli acidi grassi e riduce l'accumulo di lipidi all'interno del muscolo. Questi cambiamenti favoriscono il recupero della flessibilità metabolica e migliorano significativamente la tolleranza al glucosio e la sensibilità insulinica. Ne consegue che una parte rilevante dei benefici dell'esercizio non dipende esclusivamente dall'aumento del dispendio energetico, ma dalla capacità di ristabilire il corretto equilibrio tra AMPK e mTOR, contrastando direttamente i meccanismi molecolari responsabili dell'insulino-resistenza (Liu et al., 2012) [87].

Il ruolo protettivo di AMPK emerge con particolare evidenza anche nei modelli di lipotossicità. Tra gli acidi grassi saturi, il palmitato è considerato uno dei principali mediatori attraverso cui l'obesità favorisce la comparsa del diabete di tipo 2. L'esposizione cronica delle cellule muscolari al palmitato determina infatti una marcata riduzione della fosforilazione di AMPK, rimuovendo uno dei più importanti sistemi di controllo del complesso mTORC1. Di conseguenza, mTOR rimane persistentemente attivo, aumentando la fosforilazione inibitoria di IRS-1 e la risposta all'insulina si riduce progressivamente. Oltre a compromettere il metabolismo del glucosio, questa condizione favorisce l'infiammazione cellulare e la comparsa di alterazioni metaboliche tipiche della lipotossicità. Al contrario, l'oleato, principale acido grasso monoinsaturo dell'olio extravergine di oliva, mantiene attiva AMPK, impedendo così l'iperattivazione della via mTORC1/S6K1. L'effetto protettivo persiste anche dopo la rimozione dell'oleato, suggerendo che l'attivazione di AMPK induca adattamenti metabolici duraturi; quando però AMPK viene farmacologicamente inibita, tale protezione scompare completamente, confermando il ruolo centrale di questa chinasi (Kwon e Querfurth, 2015) [86].

L'importanza di AMPK è ulteriormente confermata da numerosi composti naturali che, pur appartenendo a classi chimiche differenti, convergono tutti sul medesimo circuito molecolare. Tra questi, il resveratrolo rappresenta uno dei più studiati. Nelle cellule muscolari esposte a iperinsulinemia cronica, questo polifenolo riattiva AMPK, riduce l'attività della via mTOR, limita la fosforilazione inibitoria di IRS-1 e ripristina la normale attivazione della cascata PI3K/AKT. Il recupero della segnalazione insulinica si traduce in una maggiore traslocazione del GLUT4 verso la membrana plasmatica e in un aumento dell'assorbimento di glucosio da parte del muscolo. Questi risultati dimostrano che il resveratrolo non agisce semplicemente aumentando il consumo di glucosio, ma corregge direttamente il difetto molecolare alla base dell'insulino-resistenza indotta dall'iperinsulinemia (Vlavcheski et al., 2020) [89].

Risultati analoghi sono stati ottenuti anche con altri fitocomposti. L'evodiamina, alcaloide estratto da Evodia rutaecarpa, aumenta l'attività di AMPK nel tessuto adiposo, inibisce la via mTOR/S6K, riduce la fosforilazione inibitoria di IRS-1 e migliora significativamente la tolleranza al glucosio nei modelli animali di obesità e diabete (Wang et al., 2013) [90]. Allo stesso modo, l'HM-cromanone, composto isolato da Portulaca oleracea, attiva la via AMPK, riduce la fosforilazione di IRS-1 e favorisce nuovamente la traslocazione del GLUT4 verso la membrana cellulare, ripristinando una normale captazione del glucosio da parte del muscolo scheletrico (Park e Han, 2022) [91]. Sebbene differenti per struttura chimica e origine botanica, entrambe le molecole confermano che il recupero dell'attività di AMPK costituisce uno dei meccanismi più efficaci per contrastare la perdita della sensibilità insulinica.

Ulteriori conferme provengono dagli studi sulle antocianine (sostanze vegetali colorate con attività antiossidante). La cianidina-3-O-glucoside e il suo principale metabolita, l'acido protocatecuico, attivano AMPK, inibiscono la via mTOR/S6K, aumentano l'espressione dei trasportatori GLUT1 e GLUT4 e migliorano la tolleranza al glucosio nei modelli sperimentali di obesità. Questi effetti si associano a una significativa riduzione dell'insulino-resistenza, dimostrando che anche composti naturalmente presenti nella frutta e nei vegetali possono modulare favorevolmente i principali circuiti che regolano il metabolismo glucidico (Talagavadi et al., 2016) [92].

Le azioni di AMPK non si limitano tuttavia al muscolo e al tessuto adiposo, ma coinvolgono anche il fegato, organo centrale nella regolazione dell'omeostasi metabolica. Nei modelli sperimentali di steatosi epatica, l'eugenolo, principale componente fenolico dei chiodi di garofano, attiva la via AMPK, riduce l'attività di mTOR e favorisce l'ossidazione degli acidi grassi. Il risultato finale è una marcata riduzione dell'accumulo di trigliceridi negli epatociti, accompagnata da un miglioramento della steatosi e da una diminuzione dei principali marcatori di fibrosi epatica. Questi dati evidenziano come l'attivazione di AMPK produca benefici metabolici che si estendono ben oltre il controllo della glicemia, contribuendo al mantenimento della salute dell'intero organismo (Jo et al., 2014) [93].

Nel loro insieme, tutte queste evidenze delineano un modello fisiopatologico estremamente coerente. In condizioni di salute, AMPK e mTOR operano come due sistemi complementari che permettono alla cellula di adattare continuamente il proprio metabolismo alla disponibilità di energia. Quando però l'eccesso nutrizionale, l'iperinsulinemia cronica e la lipotossicità riducono progressivamente l'attività di AMPK, viene meno il principale freno fisiologico esercitato sulla via mTOR/S6K1. Ne conseguono la fosforilazione inibitoria di IRS-1, la riduzione dell'attivazione della via PI3K/AKT, la diminuzione della traslocazione del GLUT4 e, infine, lo sviluppo dell'insulino-resistenza. Al contrario, interventi apparentemente molto diversi tra loro, come l'attività fisica, la restrizione di alcuni nutrienti, l'attivazione farmacologica di AMPK e numerosi composti bioattivi di origine naturale, convergono tutti sul medesimo circuito molecolare: attivazione di AMPK, inibizione dell'asse mTOR/S6K1, recupero della funzione di IRS-1, riattivazione della cascata PI3K/AKT e conseguente miglioramento della sensibilità insulinica.

Questa straordinaria convergenza di risultati sperimentali identifica AMPK non soltanto come un sensore dello stato energetico cellulare, ma come uno dei più importanti regolatori dell'omeostasi metabolica e uno dei bersagli terapeutici più promettenti nella prevenzione e nel trattamento del diabete mellito di tipo 2 e delle altre patologie caratterizzate da insulino-resistenza.

Morte delle cellule beta

Se l'insulino-resistenza rappresenta il primo adattamento patologico che precede il diabete mellito di tipo 2, la progressiva perdita delle cellule β pancreatiche costituisce l'evento che rende la malattia clinicamente manifesta e ne determina l'inesorabile evoluzione. Nelle fasi iniziali, infatti, il pancreas è ancora in grado di compensare la ridotta sensibilità dei tessuti all'insulina aumentando la produzione dell'ormone. Questo adattamento permette, almeno temporaneamente, di mantenere valori glicemici prossimi alla norma nonostante la crescente richiesta metabolica. Tuttavia, tale compensazione ha un costo biologico estremamente elevato. Le cellule β vengono costrette a sostenere per anni una continua iperattività secretoria, aumentando la sintesi di insulina, il consumo energetico e il carico di lavoro del reticolo endoplasmatico. Quando questa condizione si prolunga nel tempo, i meccanismi adattativi iniziano progressivamente a esaurirsi e la capacità compensatoria del pancreas diminuisce fino a non riuscire più a soddisfare la richiesta insulinica dell'organismo (Butler et al., 2003) [94].

Per molti anni si è ritenuto che questo declino fosse dovuto principalmente a una semplice perdita della funzione secretoria delle cellule β. Le evidenze raccolte negli ultimi due decenni hanno però profondamente modificato questa interpretazione. Oggi è chiaro che la fisiopatologia del diabete di tipo 2 coinvolge contemporaneamente due fenomeni strettamente intrecciati: da un lato la progressiva compromissione funzionale delle cellule β, dall'altro la loro graduale scomparsa attraverso processi di morte cellulare programmata. Questi due eventi non rappresentano fasi indipendenti della malattia, bensì aspetti differenti dello stesso processo patologico. Prima di andare incontro all'apoptosi, infatti, le cellule β attraversano una lunga fase durante la quale perdono progressivamente la capacità di sintetizzare, immagazzinare e secernere insulina in maniera fisiologica. Diventa quindi estremamente difficile distinguere con precisione quanto del deficit insulinico dipenda dalla riduzione funzionale e quanto dalla perdita anatomica delle cellule pancreatiche, poiché entrambe le alterazioni si sviluppano parallelamente e si potenziano reciprocamente (Matveyenko e Butler, 2008) [96].

Le osservazioni anatomopatologiche condotte sul pancreas umano confermano chiaramente questo modello evolutivo. Nei soggetti obesi ma metabolicamente sani il pancreas reagisce all'insulino-resistenza aumentando moderatamente la massa delle cellule β, nel tentativo di incrementare la produzione di insulina e mantenere l'omeostasi glicemica. Questo adattamento, tuttavia, è molto meno marcato nell'uomo rispetto ai modelli animali e presenta una notevole variabilità individuale. Alcuni soggetti possiedono una maggiore capacità di espansione della massa β-cellulare e riescono a compensare l'insulino-resistenza per molti anni, mentre altri mostrano una limitata plasticità pancreatica e sviluppano precocemente alterazioni della tolleranza al glucosio. Il fallimento di questa risposta adattativa rappresenta uno dei principali fattori che determinano il passaggio dall'insulino-resistenza compensata al diabete conclamato (Rahier et al., 2008) [95].

Uno degli aspetti più interessanti emersi dagli studi autoptici riguarda il momento in cui inizia realmente la perdita delle cellule β. Contrariamente a quanto si riteneva in passato, la riduzione della massa pancreatica non compare improvvisamente dopo la diagnosi di diabete, ma è già evidente durante il prediabete. Butler e collaboratori hanno dimostrato che nei soggetti con alterata glicemia a digiuno la massa delle cellule β risulta già ridotta di circa il 40% rispetto agli individui obesi non diabetici, mentre nel diabete conclamato la perdita raggiunge valori superiori al 60% nei soggetti obesi e circa il 40% nei soggetti normopeso. Ancora più importante è l'osservazione che, né la proliferazione cellulare, né la neogenesi delle isole pancreatiche risultano significativamente compromesse. Il pancreas continua, infatti, a generare nuove cellule β anche durante la progressione della malattia, ma queste vengono eliminate a una velocità nettamente superiore attraverso l'apoptosi. La progressiva riduzione della massa β-cellulare deriva quindi soprattutto da uno squilibrio tra produzione e perdita cellulare, piuttosto che da un'incapacità di rigenerare nuove cellule endocrine (Butler et al., 2003) [94].

Queste conclusioni trovano conferma anche negli studi condotti sulla popolazione europea. Analizzando oltre cento pancreas ottenuti da una autopsia, Rahier e collaboratori hanno osservato una riduzione media della massa delle cellule β pari a circa il 39%, associata a una diminuzione del contenuto pancreatico di insulina di circa il 30%. Tuttavia, uno dei risultati più significativi riguarda la stretta relazione tra durata della malattia e perdita cellulare. Nei primi anni dopo la diagnosi la riduzione della massa β appare relativamente modesta, mentre aumenta progressivamente con il trascorrere del tempo, suggerendo che il diabete stesso contribuisca ad accelerare la morte delle cellule pancreatiche attraverso fenomeni di glucotossicità, lipotossicità, infiammazione cronica e stress ossidativo. Questo dato modifica profondamente la prospettiva terapeutica: la perdita delle cellule β non rappresenta soltanto una conseguenza inevitabile della malattia, ma un processo dinamico che può potenzialmente essere rallentato intervenendo precocemente sui meccanismi responsabili del danno cellulare (Rahier et al., 2008) [95].

Anche studi successivi hanno confermato che la semplice riduzione quantitativa della massa β non è sufficiente, da sola, a spiegare la comparsa del diabete. Esistono infatti individui sottoposti a resezione chirurgica di oltre metà del pancreas che mantengono per molti anni una normale regolazione della glicemia, dimostrando come il numero assoluto di cellule β non rappresenti l'unico determinante della funzione insulinica. Ciò che realmente distingue il pancreas diabetico è il progressivo deterioramento della cosiddetta massa funzionale delle cellule β, cioè dell'insieme costituito sia dal numero delle cellule sia dalla loro efficienza secretoria. Nelle fasi iniziali della malattia prevale quindi una compromissione funzionale della secrezione insulinica, mentre la riduzione anatomica della massa β-cellulare diventa progressivamente più importante con il protrarsi dello stress metabolico cronico.

La trasformazione della compensazione fisiologica in progressiva insufficienza pancreatica dipende principalmente dalla comparsa della cosiddetta glucolipotossicità. L'esposizione cronica ad elevate concentrazioni di glucosio e acidi grassi liberi costringe infatti le cellule β a un'attività biosintetica continua, aumentando il carico sul reticolo endoplasmatico, la produzione di specie reattive dell'ossigeno e l'accumulo di proteine mal ripiegate. In una fase iniziale questi meccanismi rappresentano una risposta adattativa finalizzata a sostenere la maggiore richiesta di insulina. Quando però lo stimolo metabolico diventa persistente, tali sistemi di adattamento si trasformano progressivamente in potenti induttori di morte cellulare, aprendo la strada all'attivazione delle vie apoptotiche che caratterizzano il diabete di tipo 2.

Proseguendo lungo questa linea evolutiva, appare evidente come la morte delle cellule β non sia il risultato di un singolo meccanismo, ma della convergenza di molteplici forme di stress cellulare che, nel tempo, superano la capacità adattativa del pancreas. Tra questi, lo stress del reticolo endoplasmatico occupa una posizione centrale. Le cellule β sono infatti altamente specializzate nella sintesi e nel corretto ripiegamento di enormi quantità di insulina. Parallelamente, il persistente sovraccarico metabolico determina un'importante disfunzione mitocondriale, riduce la produzione di ATP e amplifica ulteriormente il danno cellulare, creando un circolo vizioso che accelera il deterioramento della funzione β-cellulare.

A questo quadro si associa lo stress ossidativo, oggi considerato uno dei principali determinanti della degenerazione delle cellule β. A differenza di molti altri tessuti, le cellule pancreatiche possiedono una dotazione relativamente limitata di enzimi antiossidanti e risultano quindi particolarmente vulnerabili all'accumulo di specie reattive dell'ossigeno (ROS). L'iperglicemia cronica, la lipotossicità e la deposizione di amiloide incrementano progressivamente la produzione di radicali liberi, mentre contemporaneamente si riduce l'espressione di importanti sistemi di difesa. Le conseguenze sono evidenti anche a livello istologico: nei pancreas di pazienti con diabete di tipo 2 aumentano significativamente i marcatori di danno ossidativo del DNA e della perossidazione lipidica (danno ossidativo dei grassi presenti nelle cellule). La stretta correlazione osservata tra incremento di questi marcatori e riduzione della massa β-cellulare suggerisce che il danno ossidativo non rappresenti semplicemente una conseguenza dell'iperglicemia, ma uno dei principali motori della progressiva perdita delle cellule produttrici di insulina.

Nel loro insieme, gli studi anatomopatologici consentono oggi di delineare un modello fisiopatologico estremamente coerente. Nelle prime fasi dell'insulino-resistenza il pancreas aumenta la secrezione insulinica e tenta, almeno in parte, di espandere la massa delle cellule β per mantenere la normoglicemia. Con il protrarsi dell'iperinsulinemia cronica, però, il continuo sovraccarico funzionale espone queste cellule a glucotossicità, lipotossicità, stress ossidativo, stress del reticolo endoplasmatico, deposizione di amiloide e infiammazione cronica. Questi fattori convergono nell'attivazione dei programmi apoptotici, determinando una progressiva riduzione della massa funzionale delle cellule β. La conseguente diminuzione della secrezione insulinica favorisce l'aumento della glicemia, che a sua volta amplifica ulteriormente tutti i meccanismi di danno cellulare, instaurando un potente circolo vizioso autoalimentato nel quale iperglicemia e perdita β-cellulare si rafforzano reciprocamente.

Questa visione modifica profondamente anche l'approccio terapeutico al diabete di tipo 2. Per molti anni l'obiettivo principale è stato quasi esclusivamente la riduzione della glicemia, considerata il principale indicatore di efficacia del trattamento. Le conoscenze attuali dimostrano invece che il controllo glicemico rappresenta soltanto una parte della strategia terapeutica. Preservare la vitalità delle cellule β, ridurre il loro carico funzionale, limitare lo stress ossidativo e del reticolo endoplasmatico, contrastare la glucolipotossicità e prevenire l'attivazione delle vie apoptotiche costituiscono oggi obiettivi altrettanto importanti. Intervenire precocemente su questi meccanismi potrebbe infatti rallentare la perdita della massa β-cellulare, prolungare la capacità secretoria residua del pancreas e modificare concretamente la storia naturale della malattia, anziché limitarne il trattamento delle sole conseguenze metaboliche.

Il diabete mellito di tipo 2 emerge quindi come una patologia dinamica nella quale l’iperinsulinemia rappresenta il punto di partenza, mentre il progressivo esaurimento e la morte delle cellule β costituiscono il passaggio decisivo verso la perdita irreversibile del controllo glicemico. Comprendere questa sequenza temporale significa anche comprendere che il diabete non compare improvvisamente quando la glicemia supera una determinata soglia diagnostica, ma inizia molti anni prima, durante una lunga fase silenziosa in cui il pancreas combatte quotidianamente per compensare una richiesta insulinica sempre crescente. È proprio durante questa finestra temporale che si gioca la possibilità di prevenire o rallentare l'evoluzione della malattia. Proteggere le cellule β significa infatti preservare il principale sistema fisiologico deputato al controllo della glicemia e intervenire sul meccanismo che, più di ogni altro, determina la transizione dall'adattamento metabolico al diabete conclamato.

Conclusioni

Le evidenze analizzate in questo capitolo mostrano che il diabete di tipo 2 non può essere interpretato come una semplice alterazione della glicemia. È una patologia sistemica e progressiva, capace di coinvolgere cuore, reni, fegato, cervello e numerosi altri tessuti. La frequente presenza di multimorbidità conferma che il danno metabolico si estende progressivamente all’intero organismo e può anticipare di molti anni la comparsa delle principali malattie croniche.

Il percorso fisiopatologico sembra iniziare molto prima della diagnosi. Il monitoraggio continuo del glucosio mostra che la variabilità glicemica aumenta già nel prediabete, quando glicemia a digiuno ed HbA1c possono essere ancora relativamente conservate. Le escursioni postprandiali assumono quindi particolare importanza. Indice glicemico, carico glicemico e composizione complessiva del pasto influenzano direttamente queste oscillazioni. Fibre, proteine e distribuzione dei macronutrienti possono modificarne l’intensità, mentre le risposte individuali evidenziano la necessità di una nutrizione sempre più personalizzata.

In questo contesto, gli studi sulle diete a basso contenuto di carboidrati mostrano una riduzione dei picchi postprandiali e della variabilità glicemica, insieme a un aumento del tempo trascorso nell’intervallo ottimale. Il beneficio dipende però dalla qualità complessiva dell’alimentazione, dall’aderenza e dalle caratteristiche metaboliche individuali.

La progressione della malattia conduce poi alle cellule β pancreatiche. Le evidenze mostrano che uno dei primi difetti riguarda la perdita della secrezione insulinica precoce. Il pancreas tenta inizialmente di compensare aumentando la secrezione tardiva, ma questa risposta favorisce l’iperinsulinemia. Parallelamente, anche la riduzione della clearance epatica dell’insulina contribuisce ad aumentare le concentrazioni dell’ormone. Alcuni studi suggeriscono che questa alterazione possa comparire precocemente e contribuire, insieme all’aumentata secrezione, alla successiva insulino-resistenza.

L’iperinsulinemia cronica assume quindi un duplice significato: inizialmente sostiene la normoglicemia, ma nel tempo può partecipare alla perdita della sensibilità insulinica. A livello molecolare, la stimolazione persistente della via PI3K/AKT/mTOR mantiene attiva S6K1. Il conseguente feedback negativo su IRS-1 riduce progressivamente la trasmissione del segnale insulinico verso PI3K e AKT, compromettendo anche i processi che favoriscono l’utilizzo del glucosio.

In questo equilibrio assume particolare importanza AMPK, antagonista fisiologico dell’eccessiva attività di mTOR. Esercizio fisico e altri interventi studiati sperimentalmente possono riattivare AMPK, ridurre l’asse mTOR/S6K1 e favorire il recupero della segnalazione IRS-1/PI3K/AKT. Il diabete emerge quindi anche come perdita della normale alternanza tra segnali di disponibilità e consumo energetico.

Quando questo squilibrio persiste, il pancreas viene sottoposto a un carico crescente. Glucotossicità, lipotossicità, stress ossidativo, stress del reticolo endoplasmatico, disfunzione mitocondriale e deposizione di amiloide convergono progressivamente sul deterioramento e sull’apoptosi delle cellule β. La riduzione della loro massa funzionale rende infine insufficiente la secrezione insulinica e favorisce l’iperglicemia stabile.

Il diabete di tipo 2 appare così come l’esito finale di una lunga cascata: aumentata variabilità glicemica → alterazione β-cellulare → modificazione di secrezione e clearance dell’insulina → iperinsulinemia → alterazione dell’equilibrio AMPK/mTOR → insulino-resistenza → morte delle β-cellule. Intervenire prima che questo circuito diventi autoalimentato rappresenta quindi uno dei principali obiettivi della prevenzione metabolica.

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