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Artrite reumatoide e metabolismo della risposta articolare

L'artrite reumatoide è una malattia autoimmune caratterizzata da infiammazione cronica delle articolazioni, nella quale cellule immunitarie e mediatori infiammatori contribuiscono al danno articolare. Le ricerche sull'immunometabolismo evidenziano il coinvolgimento delle vie PI3K/AKT/mTOR, della glicolisi e dell'equilibrio tra linfociti Th17 e Treg. Nel libro «La scelta di Vivere in Salute o in Malattia», il dott. A. Colonnese e R. Panzironi approfondiscono questi processi per comprendere le connessioni biologiche tra metabolismo, infiammazione e autoimmunità.

Cita questo articolo
Colonnese, A. & Panzironi, R. (2026). Artrite reumatoide e metabolismo della risposta articolare. La scelta di Vivere in Salute o in Malattia. https://lifesciencehub.info/it/la-scelta-di-vivere-in-salute-o-in-malattia/l-artrite-reumatoide
La scelta di Vivere in Salute o in Malattia · ISBN 979-12-82692-02-1

DOI lsh.it.libro.7

  • Pubblicazione 03/11/2026
  • Aggiornamento 03/11/2026
  • ARTRITE REUMATOIDE
  • IMMUNOMETABOLISMO
  • LINFOCITI TH17/TREG
  • INSULINO-RESISTENZA
  • MTOR/HIF-1Α

ABSTRACT

Artrite reumatoide e immunometabolismo: ruolo di mTOR, HIF-1α e dell’equilibrio Th17/Treg nella risposta infiammatoria

L’artrite reumatoide è una patologia autoimmune caratterizzata da infiammazione articolare e alterazioni metaboliche che interagiscono con la regolazione immunitaria. Nel libro "La scelta di Vivere in Salute o in Malattia", il Dott. A. Colonnese e R. Panzironi esaminano queste connessioni attraverso la prospettiva dell’immunometabolismo, considerando i meccanismi cellulari e le possibili future implicazioni terapeutiche.

Un elemento centrale del quadro immunopatologico riguarda lo squilibrio tra linfociti Th17, associati alla risposta proinfiammatoria, e cellule Treg, responsabili della tolleranza immunitaria. Anche le alterazioni del rapporto Tfh/Tfr possono favorire l’attivazione dei linfociti B e la produzione di autoanticorpi, contribuendo alla perdita della tolleranza immunitaria. Parallelamente, nei pazienti viene frequentemente osservata una insulino-resistenza, talvolta già nelle fasi iniziali e indipendentemente dall’esposizione ai glucocorticoidi. L’eventuale contributo di una precedente iperinsulinemia, anche associata a ridotta clearance insulinica, rimane un’ipotesi interpretativa da verificare specificamente nella malattia.

La via mTOR rappresenta un possibile punto di convergenza: sostiene la differenziazione delle cellule effettrici, inclusi i linfociti Th17, e partecipa alla proliferazione sinoviale e all’angiogenesi. Attraverso HIF-1α può inoltre favorire la riprogrammazione glicolitica di macrofagi, fibroblasti sinoviali e altre popolazioni immunitarie, contribuendo al mantenimento di programmi infiammatori nel microambiente articolare. L’inibizione di mTOR mediante rapamicina o sirolimus ha mostrato, nelle ricerche descritte, modificazioni favorevoli delle popolazioni regolatorie e riduzioni dell’attività di malattia, pur richiedendo una valutazione distinta dei risultati sperimentali e clinici e della loro applicabilità terapeutica.

Un ulteriore ambito riguarda la vitamina D: concentrazioni inferiori sono frequentemente associate a maggiore attività della malattia, mentre il calcitriolo può modulare la differenziazione Th17/Treg. Alcuni studi sulla supplementazione riportano miglioramenti clinici, senza dimostrare un beneficio universale o una relazione causale diretta.

Nel complesso, metabolismo insulinico, segnalazione mTOR/HIF-1α e differenziazione immunitaria delineano processi potenzialmente interdipendenti. La loro comprensione sostiene lo studio di bersagli terapeutici, evitando di attribuire all’iperinsulinemia un ruolo causale già dimostrato nell’artrite reumatoide.

Epidemiologia dell’artrite reumatoide

L’artrite reumatoide (AR) è una malattia infiammatoria cronica che coinvolge prevalentemente le articolazioni, ma non si limita esclusivamente ad esse. La sua diffusione nella popolazione mondiale non è trascurabile: si stima che ne soffra circa lo 0,5 1% degli adulti nei paesi sviluppati, una percentuale che si traduce in oltre 18 milioni di persone a livello globale. Questo dato, apparentemente contenuto, nasconde però un impatto clinico e sociale estremamente rilevante, soprattutto in termini di qualità della vita e di costi sanitari.

Dal punto di vista demografico, la malattia colpisce in modo marcato il sesso femminile: sette pazienti su dieci sono donne, con un rapporto donna/uomo che varia tra 2:1 e 4:1 a seconda delle coorti analizzate. Questo squilibrio suggerisce un possibile ruolo degli ormoni sessuali femminili o di fattori genetici e immunologici legati al genere.

Per quanto riguarda l’età di esordio, l’artrite reumatoide si manifesta più frequentemente tra i 40 e i 60 anni, con una diagnosi che spesso arriva attorno ai 50 55 anni. Tuttavia, il peso clinico della malattia tende ad aumentare con l’età, tanto che il picco di prevalenza (indice epidemiologico che indica quante persone in una popolazione hanno una certa malattia o condizione in un determinato momento o periodo) si osserva tipicamente nelle fasce più anziane della popolazione, tra i 65 e gli 80 anni. Questo andamento riflette sia l’effetto cumulativo della malattia nel tempo sia una maggiore vulnerabilità dei soggetti più anziani.

Tradizionalmente, l’artrite reumatoide è stata descritta e trattata come una malattia esclusivamente immunologica, in cui il sistema immunitario “impazzisce” e attacca i propri tessuti. Questa definizione, pur corretta in parte, oggi appare limitata. Le più recenti acquisizioni scientifiche hanno mostrato come la malattia non sia semplicemente il frutto di una risposta immunitaria disregolata, ma anche il risultato di una serie di alterazioni metaboliche che alimentano e amplificano il processo autoimmune. Non si tratta quindi solo di un errore del sistema immunitario, ma di un dialogo patologico tra metabolismo e immunità, che trasforma l’AR in una condizione allo stesso tempo autoimmune e metabolica-ormonale.

In questo scenario complesso, i linfociti T emergono come protagonisti centrali nella patogenesi dell’artrite reumatoide. Si tratta di cellule chiave della risposta immunitaria adattativa, normalmente deputate al riconoscimento e all’eliminazione di agenti estranei. Tuttavia, nel contesto dell’AR, alcuni sottotipi di linfociti T, in particolare i linfociti T helper CD4+, vanno incontro a un’attivazione anomala, anche in assenza di un reale pericolo. Queste cellule finiscono per riconoscere come “nemici” i propri tessuti, innescando una cascata infiammatoria cronica che coinvolge sinovia (liquido mucoso contenuto nelle articolazioni), articolazioni e, in molti casi, anche altri distretti sistemici.

Ma l’aspetto più interessante riguarda la profonda interconnessione tra attivazione immunitaria e metabolismo ormonale. I linfociti T, per svolgere la loro funzione, richiedono una rimodulazione metabolica attiva: al momento dell’attivazione, queste cellule passano da uno stato classico di metabolismo ossidativo (utilizzo di zuccheri, grassi e proteine a seconda delle necessità dell’organismo) a uno stato di glicolisi aerobica (utilizzo esclusivo di zuccheri, processo glucosio-dipendente): questo processo è noto, soprattutto in ambito oncologico, come “Warburg Effect” (dal nome di Otto Heinrich Warburg, che ricevette il premio Nobel per la medicina nel 1931 per essere stato il primo ad osservare che le cellule tumorali, anche in presenza di ossigeno sufficiente, tendevano a produrre energia ricorrendo principalmente alla glicolisi e non al metabolismo ossidativo). Questo switch metabolico è fondamentale per supportare la rapida proliferazione e la sintesi di citochine infiammatorie (molecole di comunicazione che favoriscono e coordinano l’infiammazione).

Nel caso dell’artrite reumatoide, questo assetto metabolico iperattivo si consolida e diventa cronico, contribuendo a mantenere l’infiammazione e a perpetuare l’autoimmunità. Non si tratta solo di una risposta funzionale temporanea, ma di una vera e propria “rieducazione metabolica” del linfocita T, che assume un comportamento pro-infiammatorio stabile e autoreattivo. Questo stato patologico è ulteriormente amplificato da fattori ambientali come alimentazione, stress e stile di vita in generale.

Squilibri dei linfociti T

Uno dei cardini immunologici che emergono con forza nell’artrite reumatoide è lo squilibrio dei linfociti T, le cellule che fungono da direttori d’orchestra del sistema immunitario. In particolare, il delicato rapporto tra cellule effettrici pro-infiammatorie e cellule regolatrici appare profondamente alterato. Nei pazienti con artrite reumatoide attiva, le cellule Th17(Teff), note per la loro produzione di citochine infiammatorie come IL-17, risultano aumentate, mentre le cellule T regolatrici (Treg), deputate a frenare le risposte autoimmuni e a mantenere la tolleranza, appaiono ridotte sia in numero che in funzionalità. Questo squilibrio, spesso quantificato come rapporto Th17/Treg, risulta fortemente sbilanciato a favore delle prime ed è direttamente correlato alla gravità clinica e ai marker sierologici di malattia (Wang et al., 2012) [1]. È come se l’acceleratore dell’autoimmunità fosse premuto al massimo, mentre il freno regolatorio risultasse indebolito.

Le anomalie delle Treg non si limitano alla loro scarsità, ma riguardano anche un difetto intrinseco di funzione. Studi hanno mostrato che le Treg nei pazienti con AR non sono in grado di sopprimere efficacemente l’infiammazione articolare, contribuendo alla persistenza della risposta autoimmune. Difetti simili, osservati in altre malattie autoimmuni come la sclerosi multipla, confermano che la disfunzione regolatoria è un filo conduttore comune di molte patologie immunitarie (Buckner, 2010) [2]. Al contrario, l’espansione o il ripristino delle Treg sembra correlare a miglioramenti clinici, tanto da essere oggi considerata una delle strategie terapeutiche più promettenti (Zhang et al., 2024) [3].

Il ruolo delle Treg si manifesta già nelle fasi precoci della malattia: pazienti con artrite reumatoide non trattata mostrano infatti una riduzione significativa di queste cellule rispetto ai controlli sani. Interessante notare che il trattamento con metotrexato, uno dei farmaci di prima linea, non solo riduce l’attività clinica della malattia ma aumenta il numero e la funzionalità delle Treg, suggerendo che parte del suo beneficio terapeutico derivi proprio da questa modulazione immunoregolatoria (Avdeeva et al., 2020) [4]. In altre parole, oltre a “spegnere” l’infiammazione, il metotrexato sembra anche “rieducare” il sistema immunitario a ritrovare un equilibrio tra le T eff e le T reg.

Un discorso simile riguarda le cellule T regolatrici follicolari (Tfr), un sottogruppo specializzato di Treg che agisce all’interno dei centri germinativi (aree specializzate all'interno dei follicoli linfatici), regolando l’attività delle T follicolari helper (Tfh, una forma di T effettori). Queste ultime sono note per stimolare i linfociti B (cellule immunitarie che contribuiscono alla difesa dell’organismo producendo anticorpi) e favorire la produzione di autoanticorpi, una caratteristica chiave dell’AR. Nei pazienti in remissione stabile si osserva un aumento delle Tfr e una riduzione del rapporto Tfh/Tfr, associato a livelli più bassi di autoanticorpi come il fattore reumatoide (autoanticorpo frequentemente associato all’artrite reumatoide) e gli anti-CCP (autoanticorpi utilizzati soprattutto per aiutare a diagnosticare l’artrite reumatoide). Questo suggerisce che il riequilibrio tra Tfr e Tfh rappresenti un marcatore di remissione e un potenziale obiettivo terapeutico (Liu et al., 2018) [5]; (Wang et al., 2019) [6]; (Cao et al., 2020) [7].

In definitiva, il quadro che emerge è quello di un sistema immunitario che ha perso l’armonia tra le sue componenti. Le cellule effettrici, come le Th17 e le Tfh, prendono il sopravvento, alimentando un’infiammazione cronica che porta danno articolare e autoanticorpi, mentre le cellule regolatrici, Treg e Tfr, risultano indebolite o disfunzionali, incapaci di ripristinare la tolleranza. Le terapie tradizionali come il metotrexato, e quelle più innovative basate sull’inibizione di mTOR o sull’espansione delle Treg, hanno in comune l’obiettivo di ristabilire questo equilibrio perduto, trasformando un sistema immunitario “fuori controllo” in una macchina nuovamente capace di fare una distinzione chiara. È proprio in questo equilibrio ritrovato che risiede la chiave per una remissione duratura e, forse, per una futura guarigione.

Alterazioni metaboliche: iperinsulinemia e insulino-resistenza nell’artrite reumatoide

Il legame tra artrite reumatoide e metabolismo ormonale è emerso con chiarezza quando diversi studi hanno documentato la presenza precoce e diffusa di alterazioni del pathway dell’insulina nei pazienti con AR. È fondamentale sottolineare che il primo passo non è la resistenza all’insulina in sé, ma l’iperinsulinemia: il fegato, in risposta a oscillazioni glicemiche non correttamente gestite dalla produzione di insulina di prima fase, riduce la sua clearance causando l’iperinsulinemia, come abbiamo visto nel corso del capitolo 2. Questa condizione precede l’insulino-resistenza e ne rappresenta la causa scatenante: è quindi l’iperinsulinemia cronica a preparare il terreno alla resistenza insulinica, e non viceversa, come abbiamo già visto nei capitoli precedenti.

Quindi, questa condizione di insulino-resistenza, caratterizzata da una ridotta capacità dei tessuti periferici, in particolare muscoli e tessuto adiposo, di rispondere all’azione dell’insulina, rappresenta una vera e propria anomalia metabolica. Nei pazienti con artrite reumatoide, la resistenza all’insulina è stata osservata anche in assenza di fattori di rischio classici come obesità o diabete, suggerendo che essa non sia una semplice conseguenza dello stile di vita, ma parte integrante della fisiopatologia della malattia.

Uno studio del 2017 ha mostrato che più della metà dei pazienti con artrite reumatoide precoce presentava già valori alterati dell’indice HOMA-IR, un marker di resistenza insulinica, rispetto a un quarto dei soggetti sani. Questa alterazione risultava associata a una riduzione della massa magra appendicolare, ossia della componente muscolare degli arti, e a un’attività di malattia più intensa (Müller et al., 2017) [8]. Allo stesso modo, un altro studio del 2022 condotto in Cina, ha documentato una correlazione diretta tra insulino-resistenza e marcatori infiammatori come PCR e VES, confermando che più la malattia è attiva, maggiore è l’alterazione metabolica (Ye et al., 2022) [9].

Non si tratta di un fenomeno passeggero: nel 2019 altri ricercatori hanno osservato che l’equilibrio iperbolico tra sensibilità insulinica e secrezione delle cellule β pancreatiche è compromesso nei pazienti con AR. In condizioni normali, quando la sensibilità all’insulina cala, il pancreas risponde aumentando la secrezione per compensare; nei pazienti con artrite reumatoide, questa risposta appare inefficiente e instabile, segno di una disfunzione sistemica (Tejera-Segura et al., 2019) [10]. Persino nei pazienti non trattati con glucocorticoidi, noti per i loro effetti diabetogeni, l’IR è stata confermata, a dimostrazione che non è la terapia a causarla, ma la malattia stessa a determinarla (Hoes et al., 2011) [11].

Tutto questo ci porta a un concetto chiave: l’artrite reumatoide non è solo una malattia del sistema immunitario, ma anche una malattia metabolica ormonale, radicata in un’alterazione del metabolismo dell’insulina e aggravata dall’insulino-resistenza.

mTOR come nodo centrale

All’interno di questo intreccio tra immunità e metabolismo, il vero protagonista silenzioso e potente che emerge nel contesto dell’artrite reumatoide è mTOR, la nostra chinasi cellulare, proteina centrale stimolata dal pathway dell’insulina, che agisce come centralina metabolica e immunologica. In condizioni normali, come sappiamo, mTOR regola la crescita e la sopravvivenza delle cellule, rispondendo ai segnali energetici, ormonali e infiammatori. Tuttavia, quando l’organismo è cronicamente esposto a infiammazione e stimoli metabolici alterati, come accade nell’artrite reumatoide, questa via viene iperattivata, contribuendo in modo diretto alla disfunzione immunitaria (Perl, 2016) [12]. È nel pathway dell’insulina, dunque, che si scatena la causa principale, e che si evince come il coinvolgimento di mTOR nella progressione dell’AR sia tutt’altro che marginale; la sua azione è quella di una cabina di regia che orchestra la differenziazione delle cellule T, favorendo l’espansione dei linfociti effettori Th1, Th2 e Th17, (cellule attive del sistema immunitario) responsabili della produzione di citochine infiammatorie, mentre allo stesso tempo ostacola lo sviluppo delle cellule T regolatrici (Treg), fondamentali per mantenere la tolleranza immunologica. Questo squilibrio tra Teff e Treg è uno dei nodi centrali della risposta autoimmune nell’AR (Zhang et al., 2023) [13].

In pratica, è come se mTOR funzionasse da amplificatore delle reazioni immunitarie, trasformando ogni segnale metabolico in un impulso pro-infiammatorio. Quando questa via è iperattiva, anche un piccolo stimolo può innescare una reazione sproporzionata, alimentando la sinovite cronica (infiammazione persistente della membrana sinoviale, il sottile tessuto che riveste le articolazioni), l’attivazione dei macrofagi (ruolo essenziale nella difesa contro infezioni, nella guarigione delle ferite e nel mantenimento dell’omeostasi tissutale), la distruzione ossea e la produzione di autoanticorpi (anticorpi prodotti dal sistema immunitario che, invece di attaccare virus o batteri, riconoscono e aggrediscono erroneamente componenti del proprio organismo). Non sorprende, quindi, che mTOR sia oggi considerato il bersaglio terapeutico emergente nell’artrite reumatoide (Perl, 2016) [12]; (Zhang et al., 2023) [13].

Ma la chiave non è solo inibire la proliferazione dei linfociti T, quanto riprogrammare l’equilibrio immunologico: diversi studi hanno infatti dimostrato che l’inibizione selettiva di mTOR, ad esempio tramite sirolimus (rapamicina, farmaco inibitore di mTOR), non solo riduce l’attività delle cellule effettrici, ma favorisce l’espansione delle cellule T regolatrici, ristabilendo un rapporto più sano tra Th17 e Treg. Questo riequilibrio ha mostrato di migliorare la probabilità di remissione e ridurre le riacutizzazioni cliniche, anche nei pazienti già trattati con farmaci convenzionali (Niu et al., 2020) [14].

Interessante notare che, anche in vitro, la rapamicina permette di espandere efficacemente le cellule Treg mantenendo intatta la loro capacità soppressiva, offrendo quindi una base biologica concreta per un possibile impiego in terapie cellulari personalizzate per l’AR (Battaglia et al., 2012) [15]. Questo dato è rafforzato da evidenze sperimentali secondo cui, in assenza di mTOR, le cellule T naive (cellule precursori vergini) tendono spontaneamente a differenziarsi in Treg piuttosto che in cellule effettrici infiammatorie, a dimostrazione del ruolo determinante che mTOR gioca nel decidere “che tipo di soldato” il sistema immunitario debba reclutare (Delgoffe et al., 2009) [16].

Oltre alla regolazione immunitaria, la via mTOR partecipa anche alla progressione tissutale della malattia, favorendo la proliferazione sinoviale (aumento anomalo del numero di cellule che rivestono la membrana sinoviale, cioè il tessuto che tappezza le articolazioni) e l’angiogenesi (processo biologico attraverso cui si formano nuovi vasi sanguigni a partire da quelli già esistenti). In questo senso, si è osservato che il blocco del pathway PI3K/AKT/mTOR è in grado di ridurre l’infiammazione articolare, la formazione di nuovi vasi e il danno strutturale, anche in modelli animali. È come se si riuscisse a togliere benzina al motore infiammatorio locale, riportando l’ambiente articolare a una condizione più silenziosa e controllata (Ba et al., 2021) [17].

Alla luce di queste evidenze, mTOR non è solo una comparsa ma l’attore principale dell’infiammazione nell’artrite reumatoide: è uno snodo centrale, un trasduttore che traduce i segnali metabolici, immunitari e ambientali in azioni cellulari concrete. Inibirlo con precisione non significa sopprimere il sistema immunitario, ma educarlo nuovamente a distinguere tra pericolo e normalità. È proprio questa la frontiera più avanzata della medicina immunometabolica: intervenire non solo sui sintomi, ma sulla logica interna del pathway dell’insulina che li genera.

Inibitori di mTOR

Negli ultimi anni, infatti, l'interesse verso il target terapeutico mTOR ha fatto un balzo in avanti anche sul fronte pratico, superando i limiti della teoria molecolare per entrare nei primi scenari clinici. La rapamicina, nota anche come sirolimus, è il capostipite di questa nuova classe di farmaci immunometabolici: un inibitore selettivo di mTORC1 capace di ridurre la proliferazione delle cellule T effettrici, di sostenere l'espansione delle Treg e, di conseguenza, di riequilibrare l’intero microambiente immunitario.

Una conferma clinica più recente dell’effetto della rapamicina nell’artrite reumatoide è stata ottenuta nel 2019 in uno studio randomizzato condotto su pazienti con malattia attiva. L’aggiunta di sirolimus, denominazione farmacologica della rapamicina, a basso dosaggio alla terapia convenzionale per 24 settimane si associava a una significativa riduzione dell’attività della malattia, documentata dalla diminuzione del DAS28 (punteggio che indica quanto è attiva l’artrite reumatoide), della VES (esame che può indicare la presenza di uno stato infiammatorio nell’organismo) e del numero di articolazioni dolenti e tumefatte. Parallelamente, nei pazienti trattati con sirolimus veniva osservato un aumento delle cellule T regolatorie rispetto alla sola terapia convenzionale: questi risultati forniscono quindi un’evidenza clinica secondo cui l’inibizione farmacologica di mTOR può contribuire alla modulazione della risposta immunitaria nell’artrite reumatoide, favorendo il recupero delle Treg e accompagnandosi a un miglioramento dei principali indicatori di attività della malattia (Wen et al., 2019) [18].

Un’ulteriore conferma clinica è stata fornita nel 2020 in pazienti con artrite reumatoide caratterizzati da bassa attività di malattia o remissione secondo il DAS28. Lo studio ha coinvolto 55 pazienti precedentemente trattati con farmaci antireumatici convenzionali, dei quali 35 hanno ricevuto sirolimus e 20 hanno proseguito la terapia convenzionale. Prima del trattamento, i pazienti presentavano quantità e proporzioni di cellule T regolatorie CD4+CD25+FOXP3+ significativamente inferiori rispetto ai controlli sani. Dopo la somministrazione di sirolimus, è stato osservato un aumento delle Treg circolanti accompagnato da una significativa riduzione del rapporto Th17/Treg, indicando un riequilibrio tra popolazioni linfocitarie pro-infiammatorie e regolatorie. Inoltre, dopo 12 settimane, una percentuale maggiore dei pazienti trattati con sirolimus aveva raggiunto la remissione secondo il DAS28: questi risultati rafforzano quindi l’ipotesi che l’inibizione farmacologica di mTOR mediante rapamicina possa favorire l’espansione delle cellule Treg FOXP3+ e contribuire al ripristino dell’equilibrio immunologico nell’artrite reumatoide (Niu et al., 2020) [14].

Al di là della somministrazione sistemica, le nuove tecnologie di rilascio mirato stanno cambiando il paradigma. Attraverso nanoparticelle, idrogel intelligenti e nanomotori catalitici, oggi è possibile concentrare la rapamicina direttamente nel sito infiammatorio, aumentandone l’efficacia e riducendone gli effetti collaterali. I risultati sono impressionanti: dai nano-idrogel che rilasciano in modo prolungato peptidi autoantigenici (antigeni che provengono dallo stesso organismo e che, in condizioni normali, non dovrebbero attivare il sistema immunitario) e rapamicina, inducendo tolleranza immunitaria attiva (Cao et al., 2025) [19], ai nanomotori intelligenti caricati con rapamicina, capaci di dirigersi autonomamente verso i macrofagi infiammatori M1 e di favorirne la riconversione nel fenotipo antinfiammatorio M2, contrastando in modo sinergico infiammazione, stress ossidativo e distruzione cartilaginea (Ma et al., 2025) [20].

In modelli animali, queste strategie hanno dimostrato di ridurre l’infiammazione articolare, proteggere la cartilagine e favorire la rigenerazione dei tessuti danneggiati. Un risultato ottenuto non solo sopprimendo la risposta infiammatoria, ma rieducando il sistema immunitario a riconoscere come “non nemico” il proprio tessuto articolare, attraverso un’azione che non è più puramente soppressiva, ma flessibile.

Anche la formulazione in nanoparticelle strategicamente progettate ha dimostrato risultati promettenti: oltre a migliorare la biodisponibilità della rapamicina, queste piattaforme permettono un rilascio controllato e una riduzione della tossicità sistemica, ottimizzando l’effetto sul sistema immunitario. È stato dimostrato, ad esempio, che la rapamicina così veicolata riduce l’attivazione delle cellule dendritiche (cellule del sistema immunitario specializzate nel “catturare” antigeni e nel presentarli ai linfociti T), abbassa i livelli di citochine come IL-6, TNF e IL-1β (tre potenti citochine pro-infiammatorie, prodotte soprattutto dai macrofagi, che coordinano e amplificano la risposta immunitaria) e migliora i parametri clinici dell’AR nei modelli animali (Shao et al., 2017) [21].

In parallelo, anche altre molecole che interferiscono con il metabolismo immunitario stanno emergendo. L’Iguratimod (farmaco), ad esempio, riduce la funzione delle cellule T follicolari helper (Tfh) attraverso la soppressione dell’asse mTOR–HIF1α, limitando la glicolisi necessaria alla loro attivazione. Il risultato è un abbassamento della risposta anticorpale e una riduzione dell’autoimmunità (Bai et al., 2022) [22].

Queste nuove frontiere segnano un cambio di paradigma: non si tratta più solo di spegnere l’infiammazione, ma di riordinare la risposta immunitaria alla radice, agendo sul metabolismo cellulare attraverso la rimodulazione del pathway dell’insulina. La strategia si sposta dall’attacco al nemico all’educazione del sistema di difesa, nel tentativo di ristabilire quell’equilibrio dinamico che chiamiamo tolleranza immunitaria.

mTOR, HIF-1α e riprogrammazione metabolica delle cellule del sistema immunitario

Nell’artrite reumatoide, l’attivazione persistente di mTOR assume un significato particolarmente importante perché può sostenere l’espressione di HIF-1α, trasformando il metabolismo delle cellule coinvolte nella risposta immunitaria. Come abbiamo visto precedentemente, HIF-1α favorisce infatti il passaggio verso un metabolismo prevalentemente glicolitico, fornendo alle cellule attivate un programma metabolico compatibile con una risposta infiammatoria intensa. Le evidenze più recenti indicano che, nell’artrite reumatoide, questa relazione può interessare differenti popolazioni cellulari, dai macrofagi ai linfociti Th17, fino alle cellule mieloidi presenti nel microambiente sinoviale.

Una prima dimostrazione particolarmente significativa è stata ottenuta studiando l’effetto della berberina (sostanza naturale presente in alcune piante) in un modello murino (utilizzo di topi in laboratorio per studiare una malattia o un meccanismo biologico) di artrite indotta da collagene. Gli autori hanno mostrato che l’attivazione di AMPK (sensore energetico della cellula) determina l’inibizione di mTORC1 e la conseguente riduzione di HIF-1α, limitando la glicolisi dei macrofagi M1 e favorendo il riequilibrio della polarizzazione M1/M2. L’utilizzo della leucina (amminoacido essenziale che contribuisce alla sintesi proteica e alla regolazione di mTOR) ha inoltre permesso di interferire sperimentalmente con questi effetti, sostenendo il ruolo funzionale dell’asse AMPK–mTORC1–HIF-1α nella riprogrammazione metabolica dei macrofagi durante l’artrite (Cheng et al., 2023) [23].

Un secondo importante contributo è arrivato dallo studio dei fibroblasti sinoviali (cellule che rivestono le articolazioni), cellule che nell’artrite reumatoide acquisiscono caratteristiche metaboliche e funzionali fortemente alterate. Nel 2025 è stato mostrato che la via PI3K–AKT–mTOR contribuisce all’attivazione di HIF-1α e alla conseguente induzione della glicolisi (processo con cui la cellula utilizza il glucosio per produrre energia). La modulazione sperimentale di questa cascata mediante “Er Miao San” (formula tradizionale della medicina cinese) determinava una riduzione di HIF-1α e di importanti componenti del metabolismo glicolitico, tra cui GLUT1 (trasportatore che permette l’ingresso del glucosio nelle cellule), accompagnandosi a una diminuzione dell’attivazione, della migrazione e dell’invasività dei fibroblasti sinoviali (Zhang et al., 2025) [24].

La rilevanza funzionale di HIF-1α emerge anche direttamente nei macrofagi umani esposti al microambiente dell’artrite reumatoide: nel 2025, macrofagi derivati da monociti umani trattati con siero di pazienti con artrite reumatoide hanno mostrato un aumento della glicolisi, dell’espressione di HIF-1α e della produzione della citochina pro-infiammatoria IL-1β. L’inibizione della glicolisi riduceva HIF-1α, mentre l’inibizione di HIF-1α diminuiva la produzione di IL-1β. Si delineava così un circuito glicolisi–HIF-1α–IL-1β capace di autoalimentare l’attivazione infiammatoria dei macrofagi (Jia et al., 2025) [25].

Un’evidenza ancora più diretta del collegamento tra mTOR e HIF-1α è stata ottenuta nel 2026 studiando i linfociti Th17, popolazione centrale nella patogenesi dell’artrite reumatoide. L’accumulo di lattato aumentava l’attività di mTORC1, documentata attraverso la fosforilazione di S6K e 4EBP1 (due importanti bersagli di mTORC1), e contemporaneamente incrementava HIF-1α, favorendo la differenziazione Th17. Al contrario, l’inibizione di LDHA (enzima che trasforma il piruvato in lattato) o del trasportatore MCT1 (trasportatore che facilita il passaggio del lattato attraverso la membrana cellulare) riduceva l’attivazione dell’asse mTORC1–HIF-1α e la differenziazione Th17 (Zhang et al., 2026) [26].

Infine, un’ulteriore conferma è arrivata nel 2026 attraverso lo studio delle cellule soppressorie di derivazione mieloide (MDSC, cellule che sopprimono la risposta del sistema immunitario) provenienti da pazienti con artrite reumatoide. I fibroblasti sinoviali dell’AR aumentavano l’espressione del recettore TREM1 (recettore delle cellule immunitarie che contribuisce ad amplificare l’infiammazione) nelle MDSC attraverso il contatto cellulare, innescando una sequenza molecolare ben definita: TREM1 → PI3K → AKT → mTOR → HIF-1α. Questa cascata aumentava il flusso glicolitico e favoriva l’acquisizione di caratteristiche pro-infiammatorie. Il blocco farmacologico della via attenuava invece la riprogrammazione metabolica e contribuiva al recupero della funzione immunoregolatoria delle MDSC (Deng et al., 2026) [27].

Nel loro insieme, queste evidenze permettono quindi di delineare un modello coerente. Nell’artrite reumatoide, mTOR non rappresenta soltanto un regolatore della crescita cellulare, ma può agire a monte di HIF-1α e contribuire alla riprogrammazione metabolica delle cellule coinvolte nella malattia. Quando mTORC1 rimane attivo, HIF-1α favorisce il mantenimento di un metabolismo glicolitico compatibile con l’attività di cellule pro-infiammatorie, interessando macrofagi, linfociti Th17 e altre popolazioni mieloidi (famiglie di cellule del sangue, molte delle quali coinvolte nella difesa immunitaria). Al contrario, l’inibizione di mTORC1 si associa alla riduzione di HIF-1α e della glicolisi, con conseguente attenuazione di diversi programmi infiammatori. Si crea così una sequenza particolarmente significativa nella patogenesi dell’artrite reumatoide: attivazione di mTOR → aumento di HIF-1α → aumento della glicolisi → sostegno del fenotipo immunitario pro-infiammatorio.

Vitamina D come modulatore immuno-metabolico

Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, la vitamina D, nella sua forma attiva, svolge un ruolo di coordinamento fondamentale, guidando l’attività del sistema immunitario come un vero e proprio direttore d’orchestra. La vitamina D acquisisce funzioni specifiche che vanno ben oltre il metabolismo osseo: essa agisce infatti come modulatore immunitario, regolando l’attività sia dell’immunità innata (prima linea di difesa dell’organismo, presente fin dalla nascita) sia di quella adattativa (sistema di difesa acquisito dall’organismo dopo l’esposizione a un agente estraneo). Numerosi studi hanno dimostrato che i pazienti con AR presentano in media livelli sierici di vitamina D significativamente più bassi rispetto ai controlli sani, con una correlazione inversa tra concentrazione di vitamina D e attività della malattia: più bassi sono i livelli, più grave risulta il quadro clinico (Sukharani et al., 2021) [28]; (Lee e Bae, 2016) [29]; (Lin et al., 2016) [30].

La carenza di vitamina D non è un fenomeno sporadico, ma una condizione estremamente frequente: in India, ad esempio, una metanalisi ha stimato una prevalenza del 56% nei pazienti con AR, con ulteriori 20% in stato di insufficienza. Anche qui, i livelli sierici mostravano una correlazione negativa con l’attività di malattia, suggerendo che la vitamina D possa rappresentare un regolatore chiave dell’infiammazione articolare (Bose et al., 2023) [31]. Analogamente, altre indagini trasversali hanno confermato che i pazienti con più articolazioni coinvolte o forme cliniche più severe presentano concentrazioni di vitamina D più basse (Tv et al., 2023) [32].

Dal punto di vista meccanicistico, la vitamina D sembra esercitare un effetto protettivo rieducando l’equilibrio immunitario: è stato dimostrato che la sua forma attiva, la 1,25-diidrossivitamina D3, inibisce la differenziazione delle cellule Th17 e promuove l’espansione delle cellule T regolatrici (Treg), agendo anche attraverso la soppressione del segnale dell’IL-6 (proteina-segnale prodotta da cellule del sistema immunitario per amplificare la risposta immunitaria). In modelli animali, questo si traduce in una riduzione dell’incidenza e della gravità dell’artrite, con protezione delle articolazioni dalla distruzione ossea (Zhou et al., 2019) [33]. In termini semplici, la vitamina D aiuta a frenare l’azione delle cellule che “spingono” l’infiammazione, potenziando invece quelle che la “contengono”.

Questi dati trovano riscontro anche nella pratica clinica: in uno studio randomizzato condotto su 150 pazienti con AR è stato dimostrato che l’integrazione di vitamina D con 60.000 UI/mese porta a un miglioramento significativo dei punteggi DAS28 e dei livelli sierici di vitamina D dopo 12 settimane di trattamento (Chandrashekara e Patted, 2017) [34]. Un altro lavoro ha evidenziato che la supplementazione di vitamina D, associata alla terapia standard con DMARD (farmaco antireumatico), non solo migliora l’attività clinica ma aumenta il numero di cellule Treg circolanti, suggerendo un reale effetto immunomodulatore capace di riequilibrare la risposta immunitaria (El-Banna e Gado, 2020) [35].

Infine, non va dimenticato che la vitamina D esercita anche un impatto sulla salute muscolare: nelle malattie reumatiche infiammatorie, compresa l’artrite reumatoide, la carenza di vitamina D si associa a riduzione della forza, affaticamento e sarcopenia (condizione caratterizzata da una progressiva perdita di massa muscolare), peggiorando indirettamente la qualità di vita dei pazienti. Questo significa che correggere la carenza non ha solo un effetto sull’infiammazione, ma anche sulla funzionalità muscolare, con benefici più ampi sulla gestione complessiva della malattia (Hysa et al., 2024) [36].

Nel loro insieme, queste evidenze ci raccontano che la vitamina D rappresenta un modulatore critico nel contesto dell’artrite reumatoide, poiché contribuisce a contenere l’attivazione eccessiva delle vie pro-infiammatorie; infatti come abbiamo visto nel capitolo 6 dedicato al sistema immunitario, attraverso la modulazione di mTOR, essa riduce la produzione di mediatori infiammatori e limita la proliferazione anomala dei linfociti T effettori e stimola la produzione di linfociti T regolatori, processi centrali nella patogenesi della malattia. Questo effetto regolatorio favorisce un miglior controllo della risposta immunitaria, prevenendo l’aggressione autoimmunitaria contro i tessuti articolari.

Inoltre, la capacità della vitamina D di sostenere l’equilibrio energetico cellulare e di ridurre lo stress ossidativo contribuisce a preservare l’integrità delle articolazioni, rallentando i processi degenerativi tipici dell’artrite reumatoide. Nei pazienti carenti, al contrario, l’iperattività di mTOR si associa a una maggiore severità clinica, a un aumento della rigidità e del dolore articolare e a una progressione più rapida della malattia.

In questo quadro, la vitamina D si configura come un elemento essenziale non solo per il metabolismo osseo, ma anche come alleato immunometabolico, capace di migliorare la qualità di vita dei pazienti con artrite reumatoide attraverso il contenimento dell’infiammazione e la protezione della funzionalità articolare.

Conclusioni

Nel loro insieme, le ricerche analizzate delineano l’artrite reumatoide come una patologia nella quale alterazioni immunitarie e metaboliche risultano profondamente interconnesse. La malattia interessa circa lo 0,5-1% degli adulti nei Paesi sviluppati, colpisce prevalentemente le donne e presenta un importante impatto clinico e sociale. Alla tradizionale interpretazione esclusivamente autoimmune si affianca quindi una prospettiva immunometabolica, nella quale l’attivazione delle cellule immunitarie si accompagna a una profonda modificazione del loro metabolismo.

Il primo elemento caratterizzante è lo squilibrio delle popolazioni linfocitarie: nei pazienti con artrite reumatoide le cellule pro-infiammatorie Th17 risultano aumentate, mentre le Treg, fondamentali per mantenere la tolleranza immunitaria, sono ridotte o funzionalmente compromesse. Parallelamente, l’alterazione del rapporto Tfh/Tfr può favorire l’attivazione dei linfociti B e la produzione di autoanticorpi. Il miglioramento clinico osservato quando le popolazioni regolatorie vengono recuperate, come si è visto in diverse ricerche con l’utilizzo di farmaci specifici, rafforza l’importanza di questo equilibrio.

A questo quadro immunologico si associano alterazioni del metabolismo insulinico: gli studi riportati documentano una frequente insulino-resistenza nei pazienti con artrite reumatoide, riscontrabile già nelle fasi precoci della malattia e anche in soggetti non esposti ai glucocorticoidi. Alla luce del modello fisiopatologico sviluppato nei capitoli precedenti, questo dato assume un significato ancora più ampio: l’iperinsulinemia cronica, che può originare anche da una riduzione della clearance insulinica, non deve infatti essere considerata esclusivamente una risposta compensatoria all’insulino-resistenza, ma può precederla e contribuire direttamente alla sua comparsa, attraverso la progressiva desensibilizzazione dei tessuti all’azione dell’insulina. In questa prospettiva, la presenza documentata di insulino-resistenza nell’artrite reumatoide rende plausibile che, almeno in una parte dei pazienti, possa essere presente anche una precedente o concomitante condizione di iperinsulinemia, capace di inserirsi nel complesso intreccio metabolico e infiammatorio caratteristico della malattia.

Il punto di convergenza tra metabolismo alterato e condizione fisiopatologica viene individuato quindi in mTOR: la sua attivazione sostiene la differenziazione delle cellule T effettrici, incluse le Th17, ostacolando contemporaneamente l’equilibrio regolatorio delle Treg. mTOR partecipa inoltre alla proliferazione sinoviale, all’angiogenesi e al mantenimento del microambiente infiammatorio articolare. Coerentemente, l’inibizione di questa via mediante rapamicina/sirolimus ha mostrato risultati sperimentali e clinici: riduzione dell’attività della malattia, aumento delle Treg e diminuzione del rapporto Th17/Treg.

Un ulteriore passaggio riguarda l’asse mTOR–HIF-1α. Le evidenze mostrano che l’attivazione persistente di mTOR può sostenere HIF-1α e favorire la glicolisi nelle cellule coinvolte nell’artrite reumatoide. Questo meccanismo è stato osservato nei macrofagi, nei fibroblasti sinoviali, nei linfociti Th17 e nelle cellule mieloidi. Si delinea pertanto la sequenza iperinsulinemia → mTOR → HIF-1α → glicolisi → fenotipo pro-infiammatorio, mentre l’inibizione della via riduce la riprogrammazione glicolitica e attenua differenti programmi infiammatori.

Infine, la vitamina D emerge come possibile modulatore immunometabolico. Nei pazienti con artrite reumatoide livelli più bassi risultano frequentemente associati a maggiore attività di malattia. La sua forma attiva può contrastare la differenziazione Th17 e favorire le Treg; alcuni studi clinici sulla supplementazione hanno inoltre documentato miglioramenti dell’attività della malattia e incremento delle cellule regolatorie.

Il percorso complessivo suggerisce quindi una stretta interazione tra alterazione metabolica, segnalazione insulinica, mTOR, HIF-1α, riprogrammazione glicolitica e perdita dell’equilibrio immunitario. L’artrite reumatoide emerge così come una patologia nella quale metabolismo e autoimmunità possono alimentarsi reciprocamente, rendendo l’immunometabolismo una chiave interpretativa rilevante per comprenderne i meccanismi e individuare nuovi bersagli terapeutici.

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