Il legame descritto nel paragrafo precedente tra insulino-resistenza e disfunzione endoteliale rappresenta uno dei primi passaggi attraverso i quali un’alterazione inizialmente metabolica può tradursi, nel tempo, in una vera e propria modificazione strutturale della parete arteriosa. L’aterosclerosi, infatti, non compare improvvisamente con la formazione di una placca già organizzata, ma si sviluppa attraverso una lunga successione di eventi nei quali alterazioni metaboliche, infiammazione, stress ossidativo, accumulo lipidico e modificazioni della risposta delle cellule vascolari tendono progressivamente a sovrapporsi. In questo processo l’insulino-resistenza sembra assumere un ruolo particolarmente importante, tanto che la sua associazione con l’aterosclerosi può essere rilevata quando la malattia è ancora subclinica, cioè prima che produca manifestazioni cardiovascolari evidenti.
Una delle dimostrazioni più ampie deriva dall’analisi della calcificazione delle arterie coronarie, considerata un indicatore del carico aterosclerotico coronarico. Una metanalisi comprendente 15 studi e complessivamente 60.649 partecipanti ha mostrato che valori più elevati dell’indice HOMA-IR erano associati a una maggiore prevalenza di calcificazione coronarica. Considerando HOMA-IR come variabile continua, l’aumento dell’insulino-resistenza si associava a un incremento della probabilità di presentare calcificazioni coronariche, con un OR (un indicatore statistico che misura quanto un evento sia più o meno probabile) complessivo di 1,27. Ancora più interessante, nei dati longitudinali disponibili valori elevati di HOMA-IR erano associati anche alla progressione della calcificazione, con un OR di 1,44. La qualità delle evidenze, tuttavia, è stata giudicata bassa per la prevalenza e molto bassa per la progressione (Li et al., 2023) [13].
La stessa relazione emerge utilizzando un altro indicatore metabolico, l’indice trigliceridi-glucosio, o TyG, ottenuto combinando le concentrazioni a digiuno di trigliceridi e glucosio e frequentemente utilizzato come marcatore surrogato dell’insulino-resistenza. Una revisione delle evidenze disponibili ha confrontato TyG, HOMA e trigliceridi con differenti indicatori di aterosclerosi subclinica, evidenziando come il TyG mostrasse l’associazione più consistente con la calcificazione coronarica. Anche la relazione con la rigidità arteriosa, valutata attraverso la velocità dell’onda di polso (l’onda di pressione che si propaga lungo le arterie ogni volta che il cuore si contrae), risultava robusta. Particolarmente significativo è il fatto che queste alterazioni possano essere osservate anche prima della comparsa di un diabete manifesto: l’insulino-resistenza sembra quindi accompagnare il processo aterosclerotico in una fase nella quale i tradizionali criteri glicemici potrebbero non essere ancora sufficienti a identificarne la presenza (Scott et al., 2024) [14].
Le evidenze diventano ancora più concrete osservando direttamente le arterie carotidi. In uno studio condotto su 4.203 lavoratori siderurgici cinesi, i soggetti appartenenti al quartile più elevato dell’indice TyG presentavano, rispetto a quelli appartenenti al quartile più basso, probabilità oltre tre volte maggiori di aterosclerosi carotidea. L’associazione riguardava sia l’aumento dello spessore intima-media sia, soprattutto, la presenza di una vera e propria placca: per quest’ultima l’OR raggiungeva 3,7. La relazione non era completamente lineare e il rischio aumentava sensibilmente oltre un valore di TyG pari a 8,7. Lo studio suggerisce inoltre che la vulnerabilità metabolica possa interagire con altri fattori ambientali, poiché l’associazione appariva particolarmente evidente nei lavoratori esposti a lavoro a turni, calore, rumore, monossido di carbonio e polveri (Cao et al., 2025) [15].
Un quadro coerente emerge nei pazienti nei quali la malattia coronarica è già clinicamente manifesta. In 1.516 soggetti con malattia coronarica sintomatica, valori crescenti di TyG erano associati parallelamente a una maggiore estensione dell’aterosclerosi coronarica e alla presenza di placche carotidee. Rispetto al quartile inferiore, quello con i valori più elevati presentava una probabilità 2,5 volte maggiore di lesioni coronariche e 2,3 volte maggiore di placca carotidea. È importante sottolineare che l’associazione persisteva dopo l’aggiustamento per diversi fattori cardiovascolari e indipendentemente dalla presenza di diabete o iperlipidemia. Inoltre, la capacità del TyG di identificare le lesioni aterosclerotiche risultava superiore a quella ottenuta considerando separatamente glicemia o trigliceridi (Li et al., 2023) [16].
L’insulino-resistenza sembra inoltre associarsi non soltanto alla presenza della placca, ma anche alle sue caratteristiche. Questo aspetto è particolarmente importante perché non tutte le placche presentano lo stesso rischio. Una placca stabile può persistere per lungo tempo, mentre una placca instabile, caratterizzata generalmente da elementi di maggiore vulnerabilità, può andare incontro a complicazioni con conseguenze cliniche molto più importanti. In oltre 12.000 soggetti sottoposti a ecografia carotidea, valori maggiori di TyG erano significativamente associati alla presenza di placche instabili. L’associazione era presente sia negli uomini sia nelle donne, ma risultava più marcata negli uomini; diventava inoltre particolarmente evidente oltre i 60 anni e nei pazienti diabetici. L’analisi mostrava una relazione non lineare, con un rapido aumento del rischio oltre un TyG di 8,63 (Huo et al., 2025) [17].
Le osservazioni epidemiologiche trovano un importante sostegno negli studi sperimentali, che consentono di isolare il contributo della segnalazione insulinica all’interno della parete vascolare. Nei topi geneticamente predisposti all’aterosclerosi attraverso la perdita dell’apolipoproteina E, l’eliminazione selettiva del recettore dell’insulina dalle cellule endoteliali ha prodotto un risultato particolarmente significativo: nonostante sensibilità insulinica sistemica, tolleranza al glucosio, insulinemia, lipidi plasmatici e pressione arteriosa fossero sostanzialmente comparabili con quelli dei controlli, le lesioni aterosclerotiche risultavano più che raddoppiate. La perdita dell’azione insulinica nell’endotelio era accompagnata da minore attivazione di AKT ed eNOS, compromissione della vasodilatazione, aumento di VCAM-1 (una proteina presente sulla superficie delle cellule che rivestono i vasi sanguigni, che favorisce l'adesione dei globuli bianchi) e maggiore adesione dei leucociti alla parete vascolare (Rask-Madsen et al., 2010) [18].
Questo esperimento permette di compiere un passaggio concettuale importante. L’associazione tra insulino-resistenza e aterosclerosi non sembra dipendere esclusivamente dalle conseguenze sistemiche che frequentemente accompagnano l’insulino-resistenza, come iperglicemia e dislipidemia. La perdita della corretta azione insulinica direttamente nell’endotelio può essere sufficiente, almeno nel modello sperimentale utilizzato, ad accelerare fortemente l’aterogenesi. In altre parole, l’insulina fisiologicamente funzionante non appare semplicemente come un ormone metabolico che controlla la glicemia, ma esercita anche segnali vascolari che contribuiscono a mantenere l’endotelio in uno stato meno favorevole allo sviluppo dell’aterosclerosi.
Questa interpretazione è rafforzata da un esperimento quasi speculare. Se la perdita della segnalazione insulinica endoteliale accelera l’aterosclerosi, il suo potenziamento può produrre l’effetto contrario. La sovraespressione di IRS1 nelle cellule endoteliali di topi predisposti all’aterosclerosi ha infatti aumentato la risposta insulinica attraverso PI3K/AKT e ridotto significativamente le lesioni aterosclerotiche anche in presenza di insulino-resistenza, iperglicemia e iperinsulinemia. Il miglioramento era accompagnato da una minore espressione di VCAM-1 e da una maggiore produzione di NO. Lo studio ha inoltre identificato un meccanismo aggiuntivo: attraverso IRS1/PI3K/AKT, l’insulina aumentava l’espressione endoteliale di EDNRB (recettore dell’endotelina di tipo B), favorendo l’aumento di eNOS. La perdita di EDNRB produceva invece una riduzione del NO e un’accelerazione dell’aterosclerosi (Park et al., 2016) [19].
Questi risultati aiutano anche a interpretare con maggiore cautela il rapporto tra iperinsulinemia e aterosclerosi. La frequente associazione tra elevate concentrazioni di insulina, insulino-resistenza e rischio cardiovascolare potrebbe infatti indurre a considerare automaticamente l’insulina stessa come direttamente aterogena. Gli studi sperimentali forniti mostrano un quadro più complesso. In topi ApoE−/− resi obesi, insulino-resistenti, iperglicemici e iperlipidemici mediante una dieta ricca di grassi, la somministrazione cronica di insulina ha aumentato notevolmente l’insulinemia ma, anziché aggravare l’aterosclerosi, ne ha ridotto l’estensione e la complessità, aumentando l’attivazione di AKT ed eNOS e la produzione di NO. La riduzione della glicemia mediante florizina (una sostanza naturale presente soprattutto nella corteccia e nelle radici del melo), in assenza di questi effetti dell’insulina, non determinava una riduzione comparabile dell’aterosclerosi (Park et al., 2018) [20].
Si delinea quindi una distinzione fisiopatologica fondamentale. Insulino-resistenza e iperinsulinemia non possono essere considerate termini equivalenti, né i loro effetti vascolari possono essere automaticamente sovrapposti. Le evidenze disponibili indicano che la perdita della corretta segnalazione insulinica, soprattutto nell’endotelio, può rimuovere importanti meccanismi vascolari protettivi e favorire l’aterogenesi. Al contrario, quando il segnale insulinico riesce ancora ad attivare efficacemente vie come IRS1/PI3K/AKT/eNOS, l’insulina può sostenere la produzione di NO, ridurre l’attivazione endoteliale e limitare alcuni processi coinvolti nella progressione della placca. Nei modelli sperimentali analizzati, persino un aumento marcato dell’insulinemia può quindi accompagnarsi a una riduzione dell’aterosclerosi quando determina un efficace ripristino di queste azioni.
Nel complesso, le evidenze epidemiologiche e sperimentali convergono quindi su un modello nel quale l’insulino-resistenza rappresenta un importante terreno metabolico associato all’aterosclerosi, dalla fase subclinica fino alla presenza e, potenzialmente, all’instabilità delle placche. HOMA-IR e soprattutto TyG mostrano associazioni con calcificazione coronarica, rigidità arteriosa, aterosclerosi carotidea e coronarica e caratteristiche di instabilità della placca. Parallelamente, gli studi sperimentali indicano che una parte del collegamento può dipendere direttamente dalla perdita della normale azione insulinica nella parete vascolare. Al centro di questo rapporto emerge nuovamente la capacità dell’insulina di attivare la cascata PI3K/AKT e di sostenere la produzione endoteliale di ossido nitrico. Proprio questo passaggio permette ora di spostare l’attenzione dall’associazione generale tra insulino-resistenza e aterosclerosi al meccanismo molecolare che potrebbe contribuire a collegarle: la relazione tra PI3K/AKT e ossido nitrico.