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Il dialogo tra metabolismo e infiammazione

L'infiammazione è una risposta biologica essenziale per la difesa dell'organismo, ma quando diventa persistente può contribuire allo sviluppo di numerose patologie croniche. Il metabolismo lipidico, l'acido arachidonico, le prostaglandine e le vie PI3K/AKT/mTOR partecipano alla regolazione dei segnali infiammatori. Nel libro «La scelta di Vivere in Salute o in Malattia», il dott. A. Colonnese e R. Panzironi analizzano le connessioni tra insulina, metabolismo cellulare e infiammazione, distinguendo i meccanismi fisiologici dalle alterazioni patologiche.

Cita questo articolo
Colonnese, A. & Panzironi, R. (2026). Il dialogo tra metabolismo e infiammazione. La scelta di Vivere in Salute o in Malattia. https://lifesciencehub.info/it/la-scelta-di-vivere-in-salute-o-in-malattia/l-infiammazione
La scelta di Vivere in Salute o in Malattia · ISBN 979-12-82692-02-1

DOI lsh.it.libro.5

  • Pubblicazione 03/11/2026
  • Aggiornamento 03/11/2026
  • IPERINSULINEMIA CRONICA
  • INFIAMMAZIONE METABOLICA
  • ACIDO ARACHIDONICO
  • SREBP-1C
  • COX-2/PGE₂

ABSTRACT

Iperinsulinemia cronica e infiammazione: interazioni molecolari tra metabolismo lipidico e risposta immunitaria

L’infiammazione cronica può svilupparsi anche in relazione ad alterazioni persistenti della regolazione metabolica. Nel quinto capitolo del libro "La scelta di Vivere in Salute o in Malattia", il Dott. A. Colonnese e R. Panzironi esaminano i possibili collegamenti molecolari tra iperinsulinemia, metabolismo lipidico e attivazione dei segnali infiammatori, descrivendo un circuito nel quale processi fisiologicamente distinti possono influenzarsi reciprocamente.

Una stimolazione insulinica prolungata può favorire, attraverso SREBP-1c e le desaturasi, la sintesi di acido arachidonico, componente lipidico coinvolto nella produzione di mediatori infiammatori. La sua disponibilità dipende tuttavia anche dal rilascio dai fosfolipidi di membrana. In questo passaggio, la segnalazione MAPK/ERK e l’aumento del calcio intracellulare possono promuovere l’attività di cPLA₂α, rendendo accessibile il substrato necessario alle successive trasformazioni.

L’induzione di COX-2 permette quindi la formazione di prostaglandina E₂ (PGE₂), molecola capace di partecipare alla comunicazione infiammatoria. Attraverso il recettore EP4, PGE₂ può interagire con EGFR e favorire la riattivazione della cascata PI3K/AKT/mTOR. Si configura così un possibile circuito di amplificazione nel quale la stimolazione metabolica persistente alimenta la produzione di mediatori lipidici che, a loro volta, influenzano vie intracellulari coinvolte nella crescita e nell’adattamento cellulare.

Le conseguenze di questi segnali possono estendersi oltre la singola cellula. L’attivazione dei macrofagi favorisce infatti il rilascio di citochine e chemochine, il reclutamento di altre cellule immunitarie e la modificazione del microambiente tissutale, contribuendo alla comunicazione con i linfociti e alla modulazione della risposta infiammatoria.

Questa prospettiva distingue la descrizione dei meccanismi cellulari dalla dimostrazione del loro peso clinico nelle diverse condizioni patologiche umane. Nel complesso, il capitolo propone una lettura integrata di metabolismo e immunità, nella quale l’iperinsulinemia persistente rappresenta un possibile fattore di disregolazione, non una causa universale di infiammazione. Comprendere tali interazioni offre una base per approfondire il ruolo delle popolazioni immunitarie nella durata e nella risoluzione delle risposte infiammatorie.

Iperinsulinemia e infiammazione

L’infiammazione cronica di basso grado rappresenta uno dei tratti distintivi delle principali patologie metaboliche moderne, incluse obesità, diabete di tipo 2, sindrome metabolica e malattie cardiovascolari. Per lungo tempo, questo stato infiammatorio è stato interpretato come una conseguenza tardiva della disfunzione metabolica, spesso attribuita in modo quasi esclusivo all’iperglicemia o all’accumulo di tessuto adiposo. Tuttavia, un’analisi più attenta della letteratura scientifica suggerisce un quadro causale più complesso e, soprattutto, temporalmente diverso.

Negli ultimi anni è emersa con sempre maggiore chiarezza l’ipotesi che l’iperinsulinemia cronica – intesa come esposizione persistente dei tessuti a livelli elevati di insulina basale – preceda e contribuisca in modo diretto allo sviluppo dello stato infiammatorio sistemico. In numerosi contesti clinici, infatti, marcatori di infiammazione risultano aumentati già in soggetti normoglicemici ma iperinsulinemici, suggerendo che l’attivazione infiammatoria non sia necessariamente una risposta secondaria all’iperglicemia, bensì un evento biologico più precoce.

In questo capitolo ci addentriamo in uno dei passaggi forse più complessi, ma anche più sorprendenti, della fisiopatologia moderna: il modo in cui l’insulina in eccesso può contribuire direttamente alla nascita e al mantenimento dell’infiammazione cronica.

Come abbiamo già visto nel capitolo precedente dedicato al pathway dell’insulina, l’iperinsulinemia non è soltanto una conseguenza passiva di uno squilibrio metabolico. Al contrario, può diventare un segnale biologico attivo, capace di spingere la cellula verso modificazioni profonde e durature. Anche in questo caso, ciò che emerge è un concetto molto interessante, di cui si parla ancora relativamente poco: alla fine del percorso, si tornerà nuovamente su mTOR, che appare come punto di convergenza finale, come una sorta di snodo centrale dove metabolismo, crescita cellulare e infiammazione finiscono per incontrarsi.

Questa volta però, il cammino che porta a mTOR è diverso. Non si tratta del pathway dell’insulina descritto nel capitolo precedente, ma di un percorso alternativo, più tortuoso, che attraversa la cascata MAPK, la mobilizzazione dell’acido arachidonico, la produzione di prostaglandine e l’utilizzo di recettori infiammatori come EP4 ed EGFR per mantenere e avviare l’infiammazione. È come se l’insulina, quando è presente in eccesso per troppo tempo, riuscisse a trasformare un segnale metabolico in un segnale infiammatorio, e da lì rientrare nuovamente nei circuiti della crescita e stimolazione cellulare.

È importante avvisare il lettore che questo capitolo è inevitabilmente tecnico. Per dimostrare davvero la relazione tra insulina cronica e infiammazione, l’unico modo possibile era entrare nel dettaglio biochimico più profondo, seguendo passo dopo passo enzimi, recettori e mediatori lipidici. Alcuni termini potranno risultare impegnativi, ma sono necessari per mantenere rigore e coerenza scientifica.

Proprio per questo motivo, chi non è interessato ad approfondire questo specifico livello di dettaglio può tranquillamente saltare questo capitolo senza perdere il filo generale del libro. A differenza del capitolo sul pathway insulinico canonico che abbiamo trattato nel capitolo precedente, che rappresenta il filo conduttore a cui si collegheranno tutti i capitoli successivi dove tratteremo le singole patologie, qui vengono descritti, in una prima fase, le evidenze cliniche e sperimentali che identificano l’iperinsulinemia come un fattore chiave nella patogenesi dell’infiammazione cronica di basso grado; successivamente, vengono esaminati in modo sequenziale e rigoroso i meccanismi biochimici attraverso i quali una stimolazione insulinica cronica può attivare pathway pro-infiammatori, contribuendo alla progressiva perdita dell’omeostasi metabolica. Questo capitolo rappresenta quindi un approfondimento specialistico per chi desidera comprendere fino in fondo come l’iperinsulinemia possa trasformarsi, nel tempo, in un motore biologico dell’infiammazione cronica.

L’iperinsulinemia come fattore patogenetico primario

Come abbiamo evidenziato nei capitoli precedenti, un numero crescente di evidenze scientifiche ha progressivamente messo in discussione il paradigma secondo cui l’iperinsulinemia rappresenterebbe esclusivamente una risposta compensatoria all’insulino-resistenza; allo stesso modo l’iperinsulinemia, come vedremo con le seguenti evidenze scientifiche, può divenire anche il motore dell’attivazione e del mantenimento dell’infiammazione cronica.

Infatti, nel 2021 è stata pubblicata una revisione ampia e sistematica che ha contribuito in modo decisivo a questo cambio di prospettiva. Analizzando dati sperimentali e clinici, emerge come, nelle fasi iniziali dell’obesità e del diabete di tipo 2, l’iperinsulinemia preceda spesso sia l’iperglicemia sia l’insulino-resistenza conclamata. In questo contesto, l’insulina in eccesso non agisce come segnale neutro, ma come potente modulatore della segnalazione cellulare, in grado di promuovere infiammazione cronica, disfunzione metabolica, accelerazione dei processi di invecchiamento e aumento del rischio oncologico (Zhang et al., 2021) [1].

A supporto di questa visione, studi sperimentali che isolano l’effetto dell’insulina dall’eccesso calorico forniscono prove particolarmente robuste. In uno studio del 2018, l’iperinsulinemia cronica è stata indotta in modelli murini (animali da laboratorio, soprattutto topi, utilizzati negli studi scientifici) mediante infusione continua di insulina, in assenza di incremento dell’apporto energetico. In queste condizioni, l’iperinsulinemia si è dimostrata sufficiente a indurre infiammazione del tessuto adiposo, caratterizzata da un aumento delle popolazioni immunitarie pro-infiammatorie, da uno squilibrio tra macrofagi M1 e M2 (cellule del sistema immunitario) e da una marcata deposizione di matrice extracellulare. Al contrario, la riduzione parziale dell’insulina circolante, anche in presenza di obesità, attenuava l’infiammazione e migliorava la sensibilità insulinica, identificando l’iperinsulinemia come fattore causale diretto dell’infiammazione metabolica (Kumar et al., 2018) [2].

Il ruolo patogenetico dell’iperinsulinemia emerge con chiarezza anche al di fuori dei tessuti metabolicamente classici. Nel 2022 è stato dimostrato che l’iperinsulinemia associata a resistenza insulinica promuove l’attivazione pro-infiammatoria della microglia, la principale popolazione immunitaria del sistema nervoso centrale. In modelli animali e cellulari, l’esposizione cronica all’insulina induce alterazioni del metabolismo energetico microgliale, disfunzioni mitocondriali (strutture cellulari che producono energia necessaria alla cellula) e polarizzazione verso un fenotipo pro-infiammatorio. Questi cambiamenti risultano strettamente associati allo sviluppo di neuroinfiammazione e a deficit cognitivi, suggerendo un collegamento patogenetico diretto tra diabete di tipo 2 e malattie neurodegenerative (Yang et al., 2022) [3].

Un’ulteriore conferma di questo modello emerge da una revisione pubblicata nel 2022, che analizza in modo critico le interazioni tra iperinsulinemia, infiammazione e disfunzione metabolica. In questo contesto, i macrofagi vengono identificati come un nodo centrale di integrazione tra segnali metabolici e immunitari. I macrofagi esprimono recettori per l’insulina e rispondono direttamente alla sua segnalazione; tuttavia, l’esposizione cronica a concentrazioni elevate di insulina compromette la funzione regolatoria fisiologica, favorendo la perdita dei segnali antinfiammatori e il potenziamento delle risposte pro-infiammatorie. Questo squilibrio contribuisce alla formazione di circuiti viziosi immuno-metabolici che sostengono e amplificano la progressione delle malattie metaboliche (Püschel et al., 2022) [4].

Nel loro insieme, questi studi convergono su un punto fondamentale: l’iperinsulinemia cronica emerge come un determinante patogenetico attivo, capace di innescare e sostenere processi infiammatori sistemici e tissutali. L’infiammazione non appare quindi come un evento secondario o successivo, ma come una conseguenza coerente di una segnalazione insulinica aberrante e non fisiologica. Questo quadro concettuale costituisce il presupposto necessario per analizzare, nelle sezioni successive, le 3 fasi attraverso cui l’insulina in eccesso viene tradotta in attivazione infiammatoria.

Il primo evento è silenzioso ma fondamentale: l’insulina stimola la cellula ad aumentare la produzione di acido arachidonico, un acido grasso polinsaturo omega-6 presente nelle membrane delle cellule. Questo avviene attraverso l’attivazione di SREBP-1c (proteina che attiva geni coinvolti nella produzione di grassi da parte della cellula), che potenzia gli enzimi necessari a costruire substrati lipidici come trigliceridi e colesterolo (Matsuzaka et al., 2002) [5]. In altre parole, l’iperinsulinemia non genera ancora infiammazione, ma crea le condizioni perché essa diventi possibile.

Una volta accumulato nelle membrane cellulari, l’acido arachidonico deve essere liberato per diventare biologicamente attivo. Qui entra in gioco un secondo passaggio decisivo: l’insulina attiva la cascata MAPK (una catena di segnali che trasmette informazioni all’interno della cellula), aumenta il calcio intracellulare e mette in funzione cPLA2α, l’enzima responsabile del rilascio dell’acido arachidonico libero (Gijón et al., 2000) [6].

Infine, l’acido arachidonico liberato viene convertito in prostaglandina E2, uno dei mediatori centrali dell’infiammazione cronica, per azione della COX2 (enzima che contribuisce alla produzione di sostanze coinvolte nell’infiammazione) stimolata dall’insulina in eccesso, attraverso l’attivazione della cascata MAPK. La PGE2 non resta un semplice prodotto terminale: diventa un segnale attivo che accende il recettore EP4 (recettore cellulare che riceve il segnale della prostaglandina E2 (PGE2)), riattiva EGFR (recettore cellulare che, quando attivato, stimola segnali di crescita e sopravvivenza della cellula) e converge nuovamente sull’asse PI3K–AKT– mTOR, chiudendo un circuito di amplificazione profondo tra infiammazione e crescita cellulare (Oshima et al., 2011) [7].

Nei seguenti paragrafi entreremo in maniera più dettagliata in ciascuna delle 3 fasi sopra descritte per meglio far comprendere tutti i passaggi biologicamente connessi.

Attivazione di SREBP-1c

Una delle prime risposte cellulari alla stimolazione insulinica cronica è l’attivazione dal fattore di trascrizione SREBP-1c (Sterol Regulatory Element-Binding Protein-1c) che permette l’avvio del programma lipogenico (produzione di lipidi come trigliceridi e colesterolo). Questo passaggio rappresenta un nodo cruciale di conversione del segnale insulinico in rimodellamento lipidico e costituisce il primo anello di congiunzione tra iperinsulinemia e produzione di mediatori lipidici bioattivi.

Già in modelli fisiologici, la stimolazione insulinica è in grado di aumentare in modo marcato l’espressione di SREBP-1c a livello epatico, con un effetto che risulta selettivamente conservato (mantenuto nel tempo perché utile o importante) anche in condizioni di insulino-resistenza. In particolare, è stato dimostrato che l’attivazione di SREBP-1c e della lipogenesi rimane intatta o addirittura potenziata.

Dal punto di vista molecolare, l’attivazione insulinica di SREBP-1c richiede l’integrità della via PI3K/AKT e, in modo specifico, del complesso mTORC1. L’inibizione farmacologica di mTORC1 blocca selettivamente l’induzione di SREBP-1c da parte dell’insulina, a prescindere da altri effetti metabolici dell’ormone, dimostrando che la lipogenesi rappresenta un ramo funzionale della segnalazione insulinica (Li et al., 2010) [8].

Oltre alla regolazione trascrizionale, l’insulina controlla anche la proteolisi (il processo di degradazione delle proteine da parte dell'organismo) di SREBP-1c, necessario per la sua traslocazione nel nucleo e l’attivazione dei geni bersaglio. È stato chiarito che questo secondo livello di controllo dipende ancora da mTORC1. Questo doppio controllo – trascrizionale e post-traduzionale – rende SREBP-1c particolarmente sensibile a una stimolazione insulinica persistente, come nel caso dell’iperinsulinemia. (Owen et al., 2012) [9]

L’importanza funzionale di questo asse è stata ulteriormente confermata in modelli cellulari e animali, nei quali l’attivazione di AKT promuove crescita cellulare e accumulo lipidico esclusivamente quando l’attività di mTORC1 e SREBP è preservata. Il blocco di SREBP impedisce l’aumento della sintesi lipidica e limita l’espansione cellulare, dimostrando che la lipogenesi indotta dall’insulina non rappresenta un effetto accessorio, ma una componente strutturale del programma anabolico insulinico (Porstmann et al., 2008) [10].

Questo meccanismo non è confinato al fegato. Anche cellule immunitarie come i monociti rispondono direttamente all’insulina attraverso l’induzione di SREBP-1c. È stato dimostrato che l’esposizione insulinica aumenta l’espressione di SREBP-1c e delle principali desaturasi degli acidi grassi (enzimi fondamentali nel metabolismo dei lipidi), suggerendo che l’insulina possa modulare in modo diretto la composizione lipidica cellulare e la disponibilità di acidi grassi polinsaturi (acido linoleico, DGLA, acido arachidonico) precursori di mediatori infiammatori, come vedremo successivamente (Arbo et al., 2011) [11].

Nel loro insieme, queste evidenze indicano che l’attivazione di SREBP-1c rappresenta una risposta primaria e altamente conservata alla stimolazione insulinica. In condizioni di iperinsulinemia cronica, questo programma lipogenico perde il suo carattere adattativo e diventa persistente, predisponendo l’ambiente cellulare a un aumento della sintesi e della modificazione degli acidi grassi, passaggio essenziale per le fasi successive della cascata infiammatoria.

SREBP-1c aumenta desaturasi 6 per la conversione dell’acido linoleico in DGLA

L’attivazione insulinica di SREBP-1c non si limita all’induzione dei geni coinvolti nella sintesi degli acidi grassi saturi e monoinsaturi, ma si estende in modo specifico alla regolazione degli enzimi chiave responsabili della biosintesi degli acidi grassi polinsaturi a lunga catena (acido linoleico, DGLA, acido arachidonico). Tra questi, la Δ6-desaturasi rappresenta il principale punto di controllo dell’intero pathway.

È stato dimostrato che questa desaturasi è un gene bersaglio diretto di SREBP-1c. In modelli murini, la sovraespressione epatica di SREBP-1 determina un marcato aumento dell’espressione della desaturasi, mentre la delezione del gene SREBP-1 si associa a una riduzione significativa dell’espressione di questo enzima chiave, in particolare nelle condizioni di rialimentazione post-digiuno, quando il segnale insulinico è fisiologicamente elevato (Matsuzaka et al., 2002) [5].

Dal punto di vista molecolare, l’attivazione di SREBP-1c promuove la trascrizione di Δ6-desaturasi e aumenta la capacità cellulare di avviare la desaturazione degli acidi grassi essenziali omega-6 (Nakamura e Nara, 2003) [12].

L’importanza fisiologica di questo controllo emerge chiaramente considerando che la Δ6-desaturasi rappresenta il primo passaggio obbligato nella conversione dell’acido linoleico (il più diffuso e principale rappresentante degli acidi grassi omega-6) in DGLA (acido diomo-gamma-linolenico), un punto centrale perché rappresenta un possibile “bivio” tra produzione di segnali antinfiammatori oppure trasformazione in acido arachidonico, potenzialmente pro-infiammatorio. Di conseguenza, l’attivazione cronica di SREBP-1c in condizioni di iperinsulinemia comporta un aumento strutturale della capacità cellulare di produrre acido arachidonico, predisponendo il sistema a una maggiore disponibilità di substrati per la sintesi di eicosanoidi (lipidi con funzione ormone-simile derivati dell'acido arachidonico: leucotrieni, prostaglandine, prostacicline, trombossani).

Questo meccanismo non è confinato al fegato. Anche nelle cellule immunitarie, l’attivazione di SREBP-1c si associa a un aumento dell’espressione della Δ6-desaturasi. È stato dimostrato che l’esposizione all’insulina induce nei monociti umani (cellule del sistema immunitario) un aumento coordinato dell’espressione di SREBP-1c, suggerendo che lo stesso asse trascrizionale operi anche in cellule direttamente coinvolte nei processi infiammatori (Arbo et al., 2011) [11].

Nel loro insieme, queste evidenze indicano che l’attivazione di SREBP-1c rappresenta non solo un segnale lipogenico generale, ma un passaggio funzionale specifico che potenzia la sintesi endogena di acido arachidonico attraverso l’induzione della Δ6-desaturasi. In condizioni fisiologiche, questo meccanismo contribuisce alla costituzione della membrana lipidica cellulare. In condizioni di iperinsulinemia, invece, la sua attivazione persistente crea il presupposto biochimico per l’amplificazione delle vie pro-infiammatorie, aprendo la strada alla fase successiva della cascata che osserveremo meglio nel successivo paragrafo.

SREBP-1c aumenta desaturasi 5

L’attivazione di SREBP-1c non si esaurisce con l’induzione della Δ6-desaturasi, ma prosegue lungo la stessa via biosintetica attraverso l’aumento dell’espressione della Δ5-desaturasi, l’enzima responsabile del passaggio finale e determinante nella sintesi dell’acido arachidonico. Questo evento rappresenta un punto di consolidamento del programma lipogenico indotto dall’insulina, poiché rende effettiva la conversione dei precursori polinsaturi come il DGLA in acido arachidonico.

È stato dimostrato che l’espressione della Δ5-desaturasi è regolata in modo coordinato con quella della Δ6-desaturasi e risponde agli stessi segnali dell’insulina. In particolare, la stimolazione di SREBP-1 è sufficiente a indurre un aumento precoce dei livelli di mRNA della Δ5-desaturasi in monociti (globuli bianchi, parte del sistema immunitario innato, che circolano nel sangue). Questo dato indica che SREBP-1c rappresenta il principale mediatore della regolazione iniziale della Δ5-desaturasi in risposta a segnali anabolici (Risé et al., 2007) [13].

Dal punto di vista funzionale, la Δ5-desaturasi catalizza la conversione del DGLA (acido grasso polinsaturo a catena lunga della serie omega-6) in acido arachidonico, un passaggio che determina in modo diretto la quantità di substrato disponibile per la sintesi di eicosanoidi. Di conseguenza, l’induzione coordinata di Δ6- e Δ5-desaturasi da parte di SREBP-1c non rappresenta un semplice adattamento metabolico, ma un meccanismo strutturato volto a potenziare selettivamente la produzione di acido arachidonico.

Questo schema regolatorio è stato osservato anche nelle cellule immunitarie. In condizioni di stimolazione insulinica, i monociti umani mostrano un aumento dose- e tempo-dipendente dell’espressione di un gene che codifica per l'enzima delta-5 desaturasi, in parallelo con l’induzione di SREBP-1c, suggerendo che l’asse insulina–SREBP-1c–Δ5-desaturasi sia operativo anche in cellule direttamente coinvolte nei processi infiammatori (Arbo et al., 2011) [11]; (Nakamura e Nara, 2002) [14].

In condizioni fisiologiche, questo sistema consente un adattamento fine della composizione lipidica cellulare. In condizioni di iperinsulinemia, invece, l’attivazione persistente di SREBP-1c determina un aumento strutturale dell’espressione della Δ5-desaturasi, completando il potenziamento della via biosintetica dell’acido arachidonico. Questo passaggio crea il presupposto biochimico diretto per l’aumento della disponibilità di DGLA, preparando la transizione verso la fase successiva della cascata.

Conversione del DGLA in acido arachidonico

L’induzione della Δ5-desaturasi rappresenta il punto di arrivo funzionale dell’asse insulina–SREBP-1c–desaturasi, poiché consente la conversione effettiva del DGLA in acido arachidonico (AA). Questo passaggio non è meramente teorico o potenziale, ma costituisce un evento biochimico misurabile e regolato, con conseguenze dirette sulla disponibilità di substrati per la sintesi di mediatori lipidici pro-infiammatori, come l’acido arachidnico.

La dimostrazione più diretta di questo processo proviene da studi condotti nell’uomo, nei quali la conversione del DGLA in AA è stata tracciata in vivo mediante marcatura isotopica, una tecnica di laboratorio molto utile per tracciare il percorso di una sostanza. È stato mostrato che il DGLA somministrato per via orale viene progressivamente incorporato nei fosfolipidi plasmatici (grassi presenti nel sangue) e convertito in AA in modo dipendente dall’attività della Δ5-desaturasi. In soggetti diabetici non trattati, questa conversione risulta fortemente ridotta, mentre viene ripristinata dopo trattamento insulinico, dimostrando in modo diretto che l’attività della Δ5-desaturasi è sensibile allo stato insulinico anche nell’uomo (El Boustani et al., 1989) [15].

Dal punto di vista fisiopatologico, questo dato assume un significato rilevante: l’insulina non si limita a regolare l’espressione degli enzimi a monte, ma controlla la produzione finale di acido arachidonico nei fosfolipidi di membrana. È proprio da questo pool che l’AA può essere rapidamente mobilizzato in risposta a stimoli infiammatori, diventando substrato per la sintesi degli eicosanoidi tipo prostaglandine, trombossani e leucotrieni (ormoni locali che regolano infiammazione, coagulazione e risposte immunitarie).

Il ruolo causale della Δ5-desaturasi nella determinazione dei livelli di AA è ulteriormente confermato da studi di inibizione selettiva dell’enzima. È stato dimostrato che il blocco farmacologico della Δ5-desaturasi determina una riduzione significativa dei livelli di AA e, contestualmente, un aumento del DGLA, con un profondo rimodellamento del profilo degli eicosanoidi prodotti. In modelli murini predisposti all’aterosclerosi, questa modulazione si associa a una marcata riduzione delle lesioni vascolari, indipendentemente dai livelli plasmatici di colesterolo, indicando che la conversione DGLA in AA rappresenta un nodo critico dell’infiammazione cronica (Takagahara et al., 2019) [16].

Risultati analoghi emergono in modelli di obesità indotta da dieta, nei quali l’inibizione selettiva della Δ5-desaturasi riduce il rapporto AA/DGLA, migliora la sensibilità insulinica e attenua l’infiammazione del tessuto adiposo. Questi effetti si accompagnano a una riduzione dell’infiltrazione macrofagica (processo in cui i macrofagi migrano nei tessuti, solitamente associato a stati infiammatori) e a un miglioramento del profilo metabolico globale, suggerendo che la produzione di AA rappresenti un passaggio funzionale centrale nel collegamento tra metabolismo lipidico e infiammazione (Yashiro et al., 2016) [17].

Nel loro insieme, queste evidenze dimostrano che l’aumento dell’attività della Δ5-desaturasi completa la sequenza avviata dall’iperinsulinemia: l’induzione coordinata delle desaturasi delta-6 e delta-5 porta a un incremento strutturale della produzione di acido arachidonico, trasformando un segnale metabolico cronico in una maggiore disponibilità di precursori pro-infiammatori. Questo passaggio chiude la prima grande fase meccanicistica (fase in cui si studia come e perché avviene un processo biologico) e crea il presupposto diretto per l’attivazione delle vie eicosanoidi-dipendenti, mediatori infiammatori, che verranno analizzate nella sezione successiva.

Insulina e rilascio dell’acido arachidonico con attivazione della via MAPK-ERK

Il legame dell’insulina con il suo recettore non attiva esclusivamente la via PI3K–AKT responsabile degli effetti metabolici classici, ma innesca in parallelo una seconda cascata di segnalazione, la via MAPK-ERK. Questa biforcazione del segnale insulinico è un evento fisiologico ben documentato e rappresenta un passaggio chiave nella traduzione del segnale ormonale in risposte cellulari non tradizionalmente metaboliche.

Dopo l’attivazione del recettore insulinico, la fosforilazione dei substrati IRS (aggiunta di gruppi fosfati a IRS che ne modifica la capacità di trasmettere il segnale insulinico) innesca quindi la cascata sequenziale MAPK-ERK: questo ramo della segnalazione insulinica è funzionalmente distinto dalla via AKT, ma viene attivato in modo coordinato e temporaneamente sovrapposto (Arkun, 2016) [18].

L’attivazione della via MAPK-ERK da parte dell’insulina non è un evento accessorio, bensì un passaggio regolato e necessario per il controllo fine della durata e dell’intensità del segnale insulinico. È stato dimostrato che i mediatori di questa cascata partecipano a circuiti di feedback che modulano l’attivazione del recettore insulinico nella membrana plasmatica, contribuendo alla sua attività sulla membrana cellulare (Choi et al., 2019) [19].

Dal punto di vista funzionale, la via MAPK-ERK rappresenta un asse di integrazione tra segnali nutrizionali, ormonali e mitogenici (effetti che favoriscono la moltiplicazione delle cellule). In condizioni fisiologiche, la sua attivazione transitoria contribuisce all’adattamento metabolico e alla regolazione dell’espressione genica cellulare. Tuttavia, quando la stimolazione insulinica diventa cronica, come nell’iperinsulinemia, l’attivazione ripetuta o prolungata di MAPK-ERK può assumere un significato qualitativamente diverso, favorendo programmi cellulari associati a stress metabolico e infiammazione (Gehart et al., 2010) [20].

È importante sottolineare che questa via non agisce semplicemente come un amplificatore del segnale insulinico, ma modula la sensibilità stessa della cellula all’insulina. Studi in vivo hanno dimostrato che un’adeguata attività della cascata MAPK-ERK è necessaria per mantenere una normale risposta insulinica, mentre la sua alterazione cronica contribuisce allo sviluppo di resistenza all’insulina attraverso meccanismi di regolazione trascrizionale e di feedback negativo (Zhang et al., 2011) [21].

Nel complesso, l’attivazione della via MAPK-ERK rappresenta il primo passaggio della seconda fase del processo che attraverso questa cascata conduce il segnale insulinico verso programmi cellulari in grado di modulare enzimi, lipidi di membrana e risposte infiammatorie, creando il presupposto molecolare per tutti gli eventi successivi.

MAPK/ERK attiva cPLA2α: il ponte tra segnalazione insuli-nica e mobilizzazione lipidica

Una volta attivata la cascata MAPK-ERK, il segnale insulinico acquisisce la capacità di modulare direttamente enzimi deputati alla mobilizzazione dei fosfolipidi di membrana, come l’acido arachidonico. In questo contesto, la cPLA2α (fosfolipasi A2 citosolica α) rappresenta il nodo biochimico più rilevante, poiché costituisce il principale enzima responsabile del rilascio dei fosfolipidi contenenti acido arachidonico.

L’importanza di cPLA2α risiede nel fatto che la sua attivazione rappresenta il primo passo obbligato per trasformare il rilascio intracellulare di acido arachidonico in una disponibilità immediatamente utilizzabile per la sintesi di mediatori pro-infiammatori. In condizioni fisiologiche, l’attività di questo enzima è strettamente controllata da segnali intracellulari rapidi, tra cui il rilascio di calcio.

Già nel 1993 è stato dimostrato in modo diretto che cPLA2α è un substrato specifico di MAPK e incrementa significativamente la sua attività catalitica (capacità di facilitare e velocizzare una reazione chimica). In particolare, è stata identificata una mutazione che riduce l’attività di questo enzima e questo ha determinato una drastica riduzione del rilascio di acido arachidonico in risposta a stimoli extracellulari (Lin et al., 1993) [22].

Le ricerche successive hanno mostrato che l’attivazione di cPLA2α avviene attraverso più meccanismi che collaborano tra loro. Da una parte, le MAPK attivano l’enzima attraverso la fosforilazione; dall’altra, l’aumento del calcio all’interno della cellula favorisce lo spostamento di cPLA2α verso la membrana cellulare che contiene fosfolipidi ricchi di acido arachidonico. Una volta raggiunta cPLA2α può agire direttamente su questi fosfolipidi e liberare l’acido arachidonico che diventa così disponibile per le successive reazioni cellulari, comprese quelle coinvolte nella produzione di importanti mediatori dell’infiammazione (Gijón e Leslie, 1999) [23].

Nel loro insieme, queste evidenze dimostrano che la cascata insulinica MAPK/ERK rappresenta il principale attivatore di cPLA2α. Questo passaggio costituisce il ponte molecolare che collega la segnalazione insulinica cronica alla mobilizzazione dell’acido arachidonico dalle membrane cellulari, preparando la transizione verso la fase successiva che vedremo nel prossimo paragrafo.

L’insulina induce un aumento del Ca2+ intracellulare

Affinché cPLA2α possa essere pienamente attivata e traslocare verso i compartimenti di membrana ricchi di fosfolipidi contenenti acido arachidonico, non è sufficiente la sola fosforilazione mediata da MAPK/ERK. È richiesto anche un secondo segnale indispensabile: l’aumento del calcio intracellulare (Ca2+). Questo passaggio rappresenta quindi un elemento chiave nel collegamento tra segnalazione insulinica e mobilizzazione dell’acido arachidonico.

L’insulina è in grado di modulare rapidamente la dinamica del Ca2+ in numerosi tipi cellulari, attivando sia l’ingresso di calcio dall’esterno sia il rilascio da depositi intracellulari. Già nel 2005 è stato dimostrato che la stimolazione insulinica induce un aumento significativo dell’afflusso di Ca2+ in cellule umane, con un incremento fino a quattro volte rispetto ai livelli basali. Questo effetto risulta dipendente dall’attività enzimatica del recettore insulinico e coinvolge canali del calcio sensibili al “verapamil” (un farmaco calcio-antagonista utilizzato principalmente per trattare ipertensione e aritmie), indicando che il segnale insulinico può attivare direttamente vie Ca2+-dipendenti anche in cellule non classiche (Zancan e Sola-Penna, 2005) [24].

Nel muscolo scheletrico, uno dei principali bersagli fisiologici dell’insulina, l’aumento del Ca2+ indotto dall’ormone è estremamente rapido e richiede l’ingresso di Ca2+ extracellulare. Questo profilo è distinto da quello indotto da IGF-I (ormone che favorisce la crescita e lo sviluppo delle cellule e dei tessuti), dimostrando che l’insulina possiede un meccanismo specifico e dedicato per mobilizzare segnali Ca2+ precoci (Espinosa et al., 2004) [25].

Evidenze più recenti hanno chiarito che questo aumento del Ca2+ non rappresenta un evento secondario, ma una componente integrata dell’azione insulinica. È stato dimostrato che l’insulina stimola la produzione controllata di radicali liberi attraverso un enzima fondamentale nelle cellule immunitarie, e che tali segnali redox (segnali chimici che permettono alla cellula di percepire e rispondere ai cambiamenti del suo equilibrio ossidativo) attivano il rilascio di Ca2+. Parallelamente, l’insulina attiva anche un altro canale, generando un doppio circuito convergente di mobilizzazione del Ca2+ (Contreras-Ferrat et al., 2014) [26].

Questa architettura è stata ulteriormente sintetizzata in una revisione dedicata, nella quale viene sottolineato come l’insulina induca picchi di Ca2+ citoplasmatico (calcio presente all’interno della cellula che contribuisce alla trasmissione dei segnali cellulari), e come questi segnali cooperino con la cascata canonica PI3K/AKT nel controllo del metabolismo. In particolare, viene evidenziato che la segnalazione del calcio rappresenta un meccanismo complementare indispensabile per sostenere l’azione insulinica nei muscoli striati (Contreras-Ferrat et al., 2014) [27].

Nel contesto di questo paragrafo, l’aspetto cruciale è che l’aumento del Ca2+ indotto dall’insulina costituisce uno dei due segnali fondamentali richiesti per l’attivazione funzionale di cPLA2α (Gijón e Leslie, 1999) [23].

Di conseguenza, la stimolazione insulinica cronica non solo attiva MAPK-ERK, ma induce anche segnali Ca2+-dipendenti che cooperano per rendere cPLA2α pienamente operativa. Questo passaggio prepara il terreno per la fase successiva, nella quale l’enzima attivato causa il rilascio di fosfolipidi di membrana, liberando così l’acido arachidonico, evento che innesca direttamente l’ultima fase della cascata pro-infiammatoria, che analizzeremo nel prossimo paragrafo.

cPLA2α catalizza il rilascio di acido arachidonico libero

Le fasi precedenti hanno mostrato che l’insulina, attraverso l’attivazione della cascata MAPK/ERK e l’aumento del calcio intracellulare, fornisce i due segnali fondamentali necessari per l’attivazione completa della cPLA2α. Una volta fosforilata e traslocata verso le membrane intracellulari, cPLA2α è in grado di catalizzare il passaggio biochimico decisivo: il rilascio dell’acido arachidonico libero (AA).

Questo evento rappresenta un punto di svolta nella transizione tra metabolismo lipidico e risposta infiammatoria. In condizioni fisiologiche, infatti, l’acido arachidonico non è presente in forma libera nel citoplasma (ambiente interno della cellula), ma è immagazzinato nei fosfolipidi di membrana: la sua liberazione costituisce, quindi, un evento controllato e limitante, poiché determina la disponibilità immediata del substrato per la sintesi di mediatori infiammatori.

La cPLA2α si distingue dalle altre fosfolipasi (enzima che scinde i fosfolipidi delle membrane cellulari) proprio per la sua spiccata specificità verso fosfolipidi contenenti acido arachidonico. Essa rappresenta l’unica isoforma (variante di una stessa proteina) ben caratterizzata in grado di mobilizzare selettivamente questo acido grasso, rendendola il principale regolatore della disponibilità di AA e, di conseguenza, della produzione di eicosanoidi pro-infiammatori (Leslie, 1997) [28].

Dal punto di vista molecolare, l’attivazione della cPLA2α avviene attraverso un processo altamente ordinato. In condizioni basali, l’enzima è localizzato nel citosol (componente liquida interna della cellula); in seguito all’aumento transitorio del Ca2+ intracellulare, il calcio induce una rapida traslocazione verso compartimenti particolarmente ricchi di fosfolipidi contenenti acido arachidonico. Questa localizzazione strategica consente un rilascio immediato ed efficiente del substrato (AA) verso gli enzimi a valle della cascata infiammatoria (Hirabayashi e Shimizu, 2000) [29].

Una volta associata alla membrana, la cPLA2α, permette il rilascio di acido arachidonico libero: questo passaggio costituisce l’evento iniziale e limitante nella biosintesi di prostaglandine, trombossani e leucotrieni (eicosanoidi), poiché, senza disponibilità di AA libero, questi processi non potrebbero sussistere.

L’essenzialità funzionale di cPLA2α per il rilascio di acido arachidonico è stata dimostrata in modo diretto in modelli cellulari immunitari: nei macrofagi (cellule fondamentali del sistema immunitario innato) privi geneticamente di cPLA2α, il rilascio di AA e la produzione di eicosanoidi risultano praticamente aboliti in risposta sia ad attivatori che mobilitano il calcio sia ad attivatori che non lo mobilitano, confermando che questo enzima rappresenta un passaggio obbligato e insostituibile della cascata infiammatoria lipidica (Gijón et al., 2000) [6].

In questo contesto, la stimolazione insulinica cronica assume un significato patogenetico particolarmente rilevante: attraverso MAPK/ERK e segnali Ca2+-dipendenti, l’insulina non solo promuove la sintesi dell’acido arachidonico, ma ne rende possibile anche la liberazione effettiva dalle membrane cellulari. Questo evento costituisce l’anello di congiunzione diretto tra iperinsulinemia e attivazione della cascata eicosanoide-dipendente.

Con il rilascio di acido arachidonico libero, si completa dunque la seconda grande fase. Il sistema cellulare si trova ora nella condizione biochimica necessaria per avviare la produzione di mediatori lipidici pro-infiammatori, che verranno analizzati nella fase successiva attraverso l’attivazione delle cicloossigenasi (COX, enzima che contribuisce alla produzione di prostaglandine a partire dall’acido arachidonico).

Insulina–MAPK–COX-2: induzione dell’enzima chiave della prostaglandina E2

Una volta che l’insulina ha reso disponibile acido arachidonico libero attraverso l’attivazione di cPLA2α, la cellula entra in una nuova condizione biochimica: il substrato lipidico AA è ora presente nel citoplasma e può essere immediatamente convogliato verso la sintesi di eicosanoidi. Tuttavia, affinché l’acido arachidonico venga effettivamente trasformato in prostaglandine, è necessario un secondo requisito fondamentale: l’induzione di COX-2 (enzima cicloossigenasi-2), principale catalizzatore della biosintesi della PGE2 (prostaglandina E2).

La COX-2 rappresenta infatti l’anello limitante della risposta infiammatoria lipidica: in condizioni basali la sua espressione è bassa o assente nella maggior parte dei tessuti, ma viene rapidamente indotta da segnali insulinici attraverso le vie di trasduzione intracellulare dipendenti da MAPK.

È stato dimostrato che la cascata MAPK, è sufficiente a determinare un aumento diretto dell’espressione di COX-2 e un incremento parallelo della produzione di PGE2. L’attivazione dei mediatori induce COX-2 in modo completamente dipendente dalla fosforilazione della via MAPK-ERK e l’inibizione farmacologica di quest’ultima abolisce interamente sia l’espressione dell’enzima sia la sintesi di prostaglandine (Guan et al., 1998) [30].

Questi risultati chiariscono un punto cruciale: la segnalazione MAPK-ERK non agisce solo a monte del rilascio dell’acido arachidonico, ma controlla anche la capacità della cellula di trasformarlo in mediatori infiammatori attraverso l’induzione di COX-2.

L’importanza della via MAPK-ERK nella regolazione di COX-2 è stata confermata anche in contesti patologici caratterizzati da infiammazione persistente e microambienti pro-tumorali. È stato osservato che un’attivazione sostenuta della proteina MAPK-ERK, stabilizza l’mRNA di COX-2 e ne amplifica l’espressione, producendo una risposta pro-infiammatoria potenziata e durevole (Park e Kwon, 2011) [31].

Nel contesto specifico della segnalazione insulinica, questo collegamento assume un significato diretto. È stato dimostrato che l’insulina può attivare cellule immunitarie residenti, come le microglia (un tipo di cellule che si occupano della principale difesa immunitaria attiva nel sistema nervoso centrale), inducendo un aumento persistente dell’espressione di COX-2. Questo dato indica che l’insulina non solo mobilizza il substrato lipidico, ma può anche avviare l’induzione dell’apparato enzimatico necessario alla sua conversione in prostaglandine pro-infiammatorie (Haas et al., 2020) [32].

A livello trascrizionale (regolazione durante il quale avviene la trascrizione del DNA in RNA messaggero, mRNA), l’espressione di COX-2 risulta regolata dall’attivazione di segnali MAPK-ERK. In modelli cellulari umani, l’inibizione selettiva di MAPK-ERK riduce significativamente l’induzione di COX-2, confermando che questa chinasi rappresenta uno dei principali nodi funzionali nella regolazione dell’enzima (Garcia-Garcia et al., 2012) [33].

Nel complesso, questa prima sottofase dell’ultima sequenza mostra che l’insulina, attraverso l’attivazione della via MAPK-ERK, è in grado di indurre COX-2, creando le condizioni enzimatiche necessarie affinché l’acido arachidonico liberato venga canalizzato verso la sintesi di prostaglandina E2. In questo modo, il segnale insulinico cronico completa la transizione da un assetto metabolico fisiologico ad un assetto pro-infiammatorio, predisponendo la cellula alla produzione di mediatori infiammatori attivi come vedremo nel paragrafo seguente.

COX-2 converte l’acido arachidonico in prostaglandina E2

Una volta che l’insulina ha reso disponibile acido arachidonico libero attraverso l’attivazione di cPLA2α e ha indotto l’espressione dell’enzima COX-2, la cellula si trova nella condizione biochimica necessaria per compiere il passaggio successivo: la trasformazione dell’acido arachidonico in prostaglandine. Questo processo rappresenta il momento in cui il segnale insulinico cronico viene tradotto in modo diretto in produzione di mediatori lipidici infiammatori.

La COX-2, catalizza il passaggio limitante della biosintesi delle prostaglandine, convertendo l’acido arachidonico in prostaglandina E2 (PGE2), uno dei principali mediatori pro-infiammatori derivati dall’acido arachidonico (McGinty et al., 2000) [34].

È fondamentale sottolineare che la disponibilità di acido arachidonico libero e l’espressione di COX-2 costituiscono due requisiti congiunti: senza mobilizzazione dell’acido arachidonico dalle membrane da parte di cPLA2α, la COX-2 non dispone del substrato necessario; senza induzione di COX-2, l’acido arachidonico libero non viene efficacemente canalizzato verso la sintesi prostaglandinica. In questo senso, la sequenza insulina → AA → COX-2 rappresenta una vera architettura causale completa dell’infiammazione.

La sufficienza delle vie MAPK-ERK nell’attivare questo asse biosintetico è stata dimostrata in modo diretto: l’attivazione costitutiva delle cascate principali di MAPK-ERK è in grado di indurre COX-2 e aumentare conseguentemente la produzione di PGE2, mostrando che le vie di segnalazione non regolano soltanto l’espressione dell’enzima, ma determinano anche un incremento funzionale dell’output prostaglandinico (McGinty et al., 2000) [34].

In una ricerca effettuata su modelli umani, l’induzione di COX-2 da parte di stimoli intracellulari convergenti come l’insulina, su MAPK-ERK e PI3K si accompagna sistematicamente a un aumento misurabile della sintesi di PGE2. Nelle cellule mesangiali umane (cellule specializzate nel glomerulo renale), l’attivazione coordinata delle vie principali di MAPK determina un incremento marcato della produzione di PGE2 a valle dell’induzione di COX-2, dimostrando che questa via è pienamente operativa anche in contesti patologici cronici (Rodríguez-Barbero et al., 2006) [35].

L’importanza biologica della sintesi di PGE2 mediata da COX-2 emerge anche da modelli fisiologici e metabolici: è stato dimostrato che l’inibizione selettiva della COX-2 riduce la produzione di PGE2 nelle isole pancreatiche e migliora la secrezione insulinica stimolata dal glucosio, indicando che la PGE2 derivata da COX-2 esercita un ruolo funzionale attivo e regolatorio anche nel metabolismo endocrino (Fujita et al., 2007) [36].

Nel sistema nervoso centrale, l’attivazione aberrante della via MAPK-ERK determina un aumento dell’espressione di COX-2 e una sovrapproduzione di PGE2, contribuendo a neurotossicità e morte neuronale microglia-mediata (un attacco alle cellule neuronali da parte del sistema immunitario). Questo dato evidenzia come l’asse COX-2–PGE2 rappresenti un effettore diretto della transizione verso un assetto pro-infiammatorio (Xia et al., 2015) [37].

Nel complesso, quest’ultima fase conclude la terza diretta azione dell’insulina sull’induzione dell’infiammazione, attraverso la disponibilità di acido arachidonico e l’attivazione di COX-2, che rende possibile la sintesi di prostaglandina E2. In questo modo, un segnale metabolico cronico viene trasformato in una produzione sostenuta di mediatori lipidici pro-infiammatori, aprendo la strada alla fase successiva, nella quale la PGE2 eserciterà effetti diretti sull’espressione dell’infiammazione sistemica.

PGE2 Si lega al Recettore EP4 – EGFR

Questa fase rappresenta un passaggio cruciale perché mostra come un mediatore lipidico infiammatorio come PGE2, prodotto a valle dell’iperinsulinemia, possa attivare programmi cellulari di crescita, sopravvivenza e amplificazione infiammatoria attraverso interazioni con EGFR (un recettore di membrana che lega il fattore di crescita dell'epidermide).

Una volta sintetizzata a partire dall’acido arachidonico mediante l’asse COX-2, la PGE2 non agisce semplicemente come prodotto terminale dell’infiammazione, ma diventa un vero e proprio segnale attivo. La PGE2 esercita i suoi effetti legandosi a quattro recettori (EP1/2/3/4), tra i quali il recettore EP4 emerge come uno dei principali mediatori delle risposte proliferative e infiammatorie.

Il legame della PGE2 con EP4 innesca una cascata intracellulare complessa, che coinvolge meccanismi di trasduzione capaci di attivare il recettore EGFR. Questo evento, noto come transattivazione (attivazione indiretta di un’altra via di segnalazione cellulare), rappresenta un punto di amplificazione fondamentale nella biologia dell’infiammazione cronica.

È stato dimostrato in modo diretto che la segnalazione PGE2–EP4 è in grado di attivare l’EGFR nei tumori gastrici attraverso un aumento dell’espressione di EGFR. L’inibizione selettiva di EP4 sopprime completamente questa induzione, dimostrando che EP4 costituisce il nodo essenziale del collegamento tra PGE2 ed EGFR in vivo (Oshima et al., 2011) [7].

Accanto a questo meccanismo indiretto, esistono anche forme di transattivazione intracellulare più rapide. È stato osservato che la PGE2 può indurre in pochi minuti la fosforilazione dell’EGFR e l’attivazione di AKT. Inibitori di EGFR abolivano completamente la migrazione cellulare indotta da PGE2, evidenziando che l’attivazione di EGFR rappresenta un evento precoce obbligato nella risposta cellulare alla prostaglandina (Buchanan et al., 2003) [38].

Questo asse risulta particolarmente ben caratterizzato anche in cellule non tumorali. Nei miociti cardiaci (cellule specializzate che compongono il miocardio), la PGE2 induce ipertrofia cellulare attraverso un meccanismo dipendente da EP4, che coinvolge la transattivazione dell’EGFR. L’antagonismo di EP4 o l’inibizione dell’EGFR aboliscono completamente la sintesi proteica indotta da PGE2, dimostrando una sequenza causale EP4 → EGFR (Mendez e LaPointe, 2005) [39].

A livello molecolare, è stato dimostrato che la stimolazione del recettore EP4 da parte della PGE2 induce la transattivazione dell’EGFR. L’interruzione di questo complesso riduce drasticamente migrazione cellulare e capacità metastatica, indicando che EP4 non è solo un recettore, ma un centro organizzatore della segnalazione infiammatoria pro-oncogenica (Buchanan et al., 2006) [40].

Nel loro insieme, queste evidenze indicano che la PGE2 prodotta a valle dell’iperinsulinemia non rappresenta un semplice mediatore terminale, ma un attivatore funzionale di EP4 capace di transattivare EGFR e amplificare quindi il segnale AKT e tutti i programmi cellulari pro-infiammatori e proliferativi. Questo passaggio completa la trasformazione del segnale insulinico cronico in una rete infiammatoria autosostenuta, che non coinvolge più soltanto metabolismo lipidico, ma anche crescita cellulare, migrazione e rimodellamento patologico, attraverso il pathway dell’insulina PI3K-AKT-mTOR.

EGFR attiva PI3K–AKT–mTOR: convergenza tra infiammazione e crescita cellulare

Dopo il legame della PGE2 al recettore EP4 e l’attivazione del recettore EGFR, la cellula entra in una fase qualitativamente nuova: un segnale lipidico infiammatorio intracellulare viene trasformato in un programma di crescita, sopravvivenza e rimodellamento metabolico.

L’EGFR rappresenta quindi, come abbiamo visto, uno dei nodi di attivazione della via PI3K–AKT-mTOR, l’asse centrale dell’azione metabolica dell’insulina. In questo modo, l’infiammazione derivata dall’acido arachidonico converge direttamente sugli stessi effettori molecolari dell’iperinsulinemia, stabilendo un potente circuito di amplificazione.

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, è stato dimostrato che la PGE2, attraverso EP4, induce una rapida fosforilazione dell’EGFR e, immediatamente a valle, l’attivazione di AKT. L’inibizione farmacologica dell’EGFR abolisce completamente l’attivazione di AKT indotta da PGE2, dimostrando che EGFR è un passaggio obbligato nel collegamento tra segnalazione prostaglandinica e via PI3K/AKT (Buchanan et al., 2003) [38].

Questa osservazione è cruciale: PGE2 non agisce solo come mediatore infiammatorio, ma come attivatore a monte della stessa architettura del pathway che l’insulina utilizza fisiologicamente.

Un’evidenza ancora più specifica è stata fornita dimostrando che EP4, ma non EP2, è in grado di attivare selettivamente la cascata PI3K/ERK e indurre geni precoci di crescita come EGR-1 (proteina che controlla l’attività di alcuni geni). L’inibizione di PI3K elimina completamente la risposta MAPK-ERK, confermando che EP4 è funzionalmente accoppiato alla via PI3K come ramo dominante della sua segnalazione (Fujino et al., 2003) [41].

Questa proprietà distingue EP4 come recettore capace di trasformare un segnale infiammatorio in un impulso proliferativo PI3K-dipendente.

Nel carcinoma del colon, la stimolazione del recettore EP4 ripristina pienamente la proliferazione cellulare anche quando la sintesi endogena di PGE2 viene bloccata da inibitori COX. Questo effetto risulta dipendente dall’attivazione della cascata PI3K/ERK, dimostrando che PGE2 è sufficiente ad attivare pathway proliferativi attraverso EP4 e PI3K (Pozzi et al., 2004) [42].

A valle di AKT, come abbiamo ampiamente visto precedentemente nel capitolo del pathway dell’insulina, uno degli effettori più rilevanti è il complesso mTOR, regolatore centrale della crescita cellulare e del metabolismo biosintetico. In condizioni patologiche, questo asse PI3K/AKT/mTOR costituisce uno dei principali ponti tra infiammazione cronica e progressione tumorale.

In modelli murini di tumorigenesi intestinale, la delezione selettiva di EP4 nelle cellule mieloidi (cellule del midollo osseo) riduce drasticamente la formazione di adenomi ed è associata a una marcata soppressione dell’attivazione di mTOR ed MAPK-ERK nel microambiente tumorale. Questo dato dimostra che la segnalazione PGE2–EP4 è un driver a monte dell’attivazione mTOR in contesti infiammatori cronici (Chang et al., 2015) [43].

Uno studio del 2020 analizza il ruolo della prostaglandina E2 (PGE2) e del suo recettore EP4 nella progressione tumorale. Nei tumori, l’aumentata attività di COX-2 favorisce la produzione di PGE2, che attraverso EP4 può attivare vie di segnalazione come PI3K/AKT, MAPK-ERK, sostenendo proliferazione, migrazione, invasione e metastasi. EP4 contribuisce inoltre alla resistenza alle terapie e alla soppressione della risposta immunitaria antitumorale. Gli autori evidenziano quindi come il blocco farmacologico di EP4 rappresenti una possibile strategia terapeutica, soprattutto in associazione a chemioterapia e immunoterapia (Ching et al., 2020) [44].

Nel complesso, questa fase finale chiude la sequenza causale iniziata con l’iperinsulinemia e infine converge su mTOR, trasformando un segnale infiammatorio in un programma anabolico e proliferativo autosostenuto.

Questo rappresenta uno dei meccanismi più potenti attraverso cui l’iperinsulinemia può innescare l’infiammazione cronica e la progressione delle patologie metaboliche e degenerative.

Il vero punto di arrivo dell’iperinsulinemia: macrofagi, infiammazione e attivazione linfocitaria

La cellula che attiva in modo centrale la risposta infiammatoria appena vista in maniera dettagliata, passo dopo passo, seguendo tutti i processi del pathway, è il macrofago, una “sentinella” del sistema immunitario innato, presente nei tessuti. Il macrofago, come vedremo meglio nel capitolo successivo dedicato interamente al sistema immunitario, è una cellula chiave dell’infiammazione. In condizioni normali, si attiva solo quando necessario. Tuttavia, quando il pathway mTOR viene stimolato in modo persistente, il macrofago può entrare in uno stato di iperattivazione cronica.

Nel macrofago, mTOR funziona come un vero “interruttore metabolico”: integra segnali di disponibilità energetica e nutrienti e li traduce in un programma cellulare più “aggressivo” capace di sostenere una risposta infiammatoria intensa. In termini pratici, è come se il macrofago venisse “messo nelle condizioni” di produrre più rapidamente energia e substrati utili a sintetizzare citochine, enzimi e mediatori dell’infiammazione. In sintesi, quando mTOR resta cronicamente “acceso”, il macrofago non è solo più attivo: è metabolicamente predisposto a sostenere una produzione pro-infiammatoria e, contemporaneamente, è meno efficiente nello spegnere e ripulire i segnali intracellulari che alimentano l’infiammazione. (Weichhart et al., 2015) [45]

Il passaggio decisivo, però, è ciò che accade a valle del macrofago iperattivo: una volta aumentata la produzione di citochine e chemochine (piccole proteine utilizzate dalle cellule, soprattutto quelle immunitarie, per comunicare tra loro), si innesca una cascata di attivazione del sistema immunitario. Le citochine pro-infiammatorie rilasciate (come TNF-α, IL-1β e IL-6) inducono nei tessuti una risposta “di allarme” che comprende un aumento dell’espressione di molecole di adesione endoteliale (proteine fondamentali per mediare l’interazione e la migrazione dei leucociti dal sangue verso i tessuti durante l’infiammazione). In pratica, l’endotelio (il tessuto che riveste l’interno dei vasi sanguigni) viene reso più “aderente” e permissivo al passaggio delle cellule immunitarie: è uno dei passaggi con cui l’infiammazione locale diventa un processo organizzato, popolato da cellule effettrici (Zhang et al., 2011) [46].

Contemporaneamente, il macrofago produce chemochine che guidano il reclutamento di altre cellule innate immunitarie (monociti, neutrofili) e contribuiscono a mantenere e amplificare il microambiente infiammatorio. Questo è il momento in cui la risposta smette di essere il comportamento isolato di una singola cellula e diventa un evento esteso all’intero tessuto: più segnali prodotti dal macrofago, più cellule vengono richiamate, più mediatori vengono rilasciati, con un effetto a circuito che tende ad auto-sostenersi (Duque e Descoteaux, 2014) [47].

Infine, la transizione verso l’immunità adattativa (la seconda linea di difesa del sistema immunitario, che si sviluppa dopo il contatto con specifici agenti patogeni) viene facilitata quando cellule presentanti l’antigene (sostanza riconosciuta dal sistema immunitario), come i macrofagi, aumentano la produzione di citochine capaci di orientare l’attivazione dei linfociti T; in questo ambito, mTOR è descritto come regolatore della funzione delle cellule immunitarie e della loro capacità di stimolare i linfociti, fungendo da ponte tra immunometabolismo e risposta linfocitaria (Sukhbaatar et al., 2016) [48].

Conclusioni

Il percorso affrontato in questo capitolo ci ha permesso di osservare l’infiammazione da una prospettiva diversa da quella con cui viene comunemente descritta. Non soltanto come risposta dell’organismo a un danno, a un’infezione o a una condizione patologica già presente, ma anche come possibile conseguenza di un’alterazione persistente dei segnali metabolici. In questo scenario, l’iperinsulinemia cronica assume un significato particolare: l’insulina, da segnale fisiologico indispensabile per l’omeostasi dell’organismo, quando presente in eccesso e per periodi prolungati può contribuire alla costruzione di un ambiente cellulare favorevole all’infiammazione.

Seguendo passo dopo passo questa trasformazione, abbiamo visto innanzitutto come la stimolazione insulinica possa modificare il metabolismo lipidico attraverso SREBP-1c e l’attivazione delle desaturasi, aumentando la capacità cellulare di produrre acido arachidonico. Si crea così una maggiore disponibilità di un substrato che, pur svolgendo importanti funzioni fisiologiche, rappresenta anche il punto di partenza per la produzione di numerosi mediatori dell’infiammazione.

Ma produrre acido arachidonico non è sufficiente: affinché questo possa essere utilizzato, deve essere liberato dai fosfolipidi delle membrane cellulari, attraverso un secondo percorso nel quale l’insulina, attivando MAPK/ERK e aumentando il calcio intracellulare, favorisce l’attivazione di cPLA2α. È questo enzima a rendere disponibile l’acido arachidonico libero, consentendo alla cascata di procedere.

Da quel momento il segnale assume caratteristiche sempre più chiaramente infiammatorie. L’induzione di COX-2 permette di utilizzare l’acido arachidonico per la produzione di prostaglandina E2. La PGE2, a sua volta, non rappresenta semplicemente il prodotto finale della cascata: attraverso il recettore EP4 può interagire con EGFR e riattivare PI3K, AKT e infine mTOR. Si chiude così un circuito particolarmente significativo: siamo partiti da un eccesso cronico di un segnale metabolico e, attraversando metabolismo lipidico e mediatori dell’infiammazione, siamo ritornati proprio a quel pathway PI3K–AKT–mTOR incontrato nel capitolo precedente.

È probabilmente questo il concetto più importante da conservare al termine di un capitolo inevitabilmente complesso: metabolismo e infiammazione non costituiscono due sistemi indipendenti. Comunicano continuamente e condividono nodi molecolari attraverso i quali un’alterazione metabolica persistente può progressivamente modificare il comportamento delle cellule.

A questo punto, però, il nostro percorso deve necessariamente spostarsi dalla singola cascata molecolare alle cellule che trasformano questi segnali in una vera risposta immunitaria. Ed è qui che emerge il macrofago. La sua attivazione può determinare la produzione di citochine e chemochine, richiamare altre cellule immunitarie, modificare il microambiente tissutale e contribuire all’attivazione dei linfociti. Ciò che era iniziato come un segnale metabolico intracellulare può così assumere una dimensione progressivamente più ampia, coinvolgendo prima una cellula, poi un tessuto e infine una complessa rete di comunicazione immunitaria.

Per comprendere ciò che accade da questo momento in avanti dobbiamo quindi conoscere meglio i protagonisti di questa rete: macrofagi, cellule presentanti l’antigene, linfociti T e le numerose popolazioni cellulari che cooperano nel determinare l’intensità, la durata e la risoluzione della risposta infiammatoria.

È proprio da qui che inizierà il prossimo capitolo: dal sistema immunitario e dalle cellule che trasformano un segnale di allarme in una risposta biologica organizzata.

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