Scientific Book

Relazioni sociali e risposte biologiche alla solitudine

Le relazioni sociali rappresentano una componente importante della salute psicofisica, con possibili implicazioni sulla regolazione dello stress, sull'attività neuroendocrina e sui processi infiammatori. Isolamento sociale, solitudine e qualità dei rapporti interpersonali sono associati a differenti esiti di salute, attraverso meccanismi biologici e comportamentali complessi. Nel libro «La scelta di Vivere in Salute o in Malattia», il dott. A. Colonnese e R. Panzironi approfondiscono il legame tra socialità, equilibrio psicofisico e funzionamento dell'organismo.

Cita questo articolo
Colonnese, A. & Panzironi, R. (2026). Relazioni sociali e risposte biologiche alla solitudine. La scelta di Vivere in Salute o in Malattia. https://lifesciencehub.info/it/la-scelta-di-vivere-in-salute-o-in-malattia/la-socialita
La scelta di Vivere in Salute o in Malattia · ISBN 979-12-82692-02-1

DOI lsh.it.libro.21

  • Pubblicazione 03/11/2026
  • Aggiornamento 03/11/2026
  • ISOLAMENTO SOCIALE
  • SOLITUDINE
  • STRESS CRONICO
  • CORTISOLO
  • REDD1

ABSTRACT

Socialità, isolamento e salute metabolica: ruolo dello stress cronico e della segnalazione REDD1/mTOR nell’insulino-resistenza

La socialità costituisce una dimensione biologica della salute, associata alla sopravvivenza, al comportamento e alla regolazione metabolica. Nel libro "La scelta di Vivere in Salute o in Malattia", il Dott. A. Colonnese e R. Panzironi esaminano le relazioni tra isolamento sociale, stress cronico e segnalazione insulinica. Studi epidemiologici associano solitudine e isolamento persistenti a maggiore mortalità e rischio cardiovascolare, senza dimostrare un rapporto causale univoco.

La rilevanza delle relazioni trova un contesto evolutivo nella cooperazione, nella condivisione delle risorse e nell’apprendimento sociale delle comunità umane. Durante infanzia e adolescenza, l’isolamento è stato associato a infiammazione, obesità e successive alterazioni cardiometaboliche. Nell’età adulta, la disconnessione sociale si accompagna frequentemente a qualità alimentare inferiore, minore attività fisica, maggiore propensione al fumo e ridotta aderenza terapeutica. Questi comportamenti possono concorrere alle associazioni osservate tra scarso supporto sociale, insulino-resistenza e alterazioni glicemiche.

Oltre ai comportamenti, modelli sperimentali suggeriscono effetti dell’isolamento sulla sensibilità insulinica centrale e periferica, sullo stress ossidativo e sulla trasmissione del segnale insulinico. Un possibile collegamento coinvolge l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene: la solitudine persistente può modificare la regolazione circadiana del cortisolo. Attraverso il recettore dei glucocorticoidi, il cortisolo induce REDD1, che agisce su TSC1/TSC2 riducendo l’attività di mTOR. Questa risposta può favorire temporaneamente l’adattamento energetico, mentre la sua persistenza potrebbe compromettere il metabolismo cellulare.

La modulazione prolungata di mTOR può interessare mTORC2 e l’attivazione di AKT, interferendo con la sequenza AKT-AS160-GLUT4 e la captazione del glucosio; le evidenze richiamano inoltre possibili effetti sulla funzione delle cellule β pancreatiche. Nel complesso, emerge una rete di associazioni epidemiologiche e meccanismi sperimentali che collega relazioni sociali, risposta allo stress e omeostasi metabolica. Comprenderne le interazioni può orientare ulteriori ricerche, evitando di considerare il percorso cortisolo-REDD1-mTOR una spiegazione esclusiva degli effetti sanitari della solitudine. Resta fondamentale distinguere gli effetti dello stress transitorio dalle conseguenze di una esposizione persistente.

La socialità come nuovo fattore di rischio

La socialità rappresenta uno dei pilastri più profondi e spesso sottovalutati della salute umana. L’essere umano, per sua natura, è una specie sociale: fin dalle origini, la sopravvivenza è dipesa dalla capacità di creare legami, cooperare e vivere all’interno di una comunità. Le relazioni non sono quindi un semplice contorno della vita quotidiana, ma una componente strutturale della nostra biologia. Quando questo equilibrio relazionale viene meno, non si genera soltanto un disagio emotivo, ma si attiva una vera e propria cascata di modificazioni fisiologiche che possono compromettere la salute nel lungo termine.

Negli ultimi anni, la letteratura scientifica ha iniziato a riconoscere la disconnessione sociale, intesa come isolamento oggettivo o come esperienza soggettiva di solitudine, come un vero e proprio fattore di rischio, al pari di quelli tradizionalmente considerati in ambito clinico. In questo contesto, la socialità smette di essere un elemento accessorio e diventa un determinante centrale dello stato di salute.

Le evidenze epidemiologiche sono particolarmente chiare. Un’ampia revisione meta-analitica condotta su oltre 300.000 individui ha dimostrato che le persone con relazioni sociali più solide presentano una probabilità di sopravvivenza superiore del 50% rispetto a quelle più isolate (Holt-Lunstad et al., 2010) [1]. Questo dato assume un significato ancora più rilevante se confrontato con altri fattori di rischio: l’impatto delle relazioni sociali sulla mortalità risulta infatti comparabile a quello del fumo, dell’obesità e della sedentarietà, suggerendo che la dimensione relazionale sia un determinante biologico di primaria importanza.

Questa osservazione viene ulteriormente confermata da studi su larga scala che hanno analizzato direttamente il ruolo dell’isolamento sociale nella mortalità. In un campione rappresentativo della popolazione adulta, l’isolamento si è dimostrato un predittore indipendente di mortalità, con un impatto simile a quello del fumo e superiore a quello dell’ipertensione (Pantell et al., 2013) [2]. In altre parole, la mancanza di relazioni sociali può influenzare la sopravvivenza tanto quanto alcuni dei più noti fattori di rischio clinici, sottolineando come la salute non sia determinata esclusivamente da parametri biologici, ma anche dalla qualità delle connessioni umane.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda la natura multidimensionale della socialità. Non conta soltanto il numero di relazioni, ma anche la loro qualità e la percezione soggettiva di connessione. Due persone possono avere lo stesso numero di contatti sociali, ma vivere esperienze completamente diverse: una può sentirsi supportata e integrata, l’altra profondamente sola. È proprio questa discrepanza tra relazioni desiderate e relazioni reali a definire la solitudine, una condizione che, se persistente, può avere effetti ancora più marcati sulla salute.

La distinzione tra solitudine situazionale e solitudine cronica aiuta a comprendere meglio questo fenomeno. La prima è temporanea, legata a eventi specifici della vita; la seconda è persistente e rappresenta una condizione più stabile e radicata. Le evidenze mostrano che entrambe aumentano il rischio di mortalità, ma con intensità diverse: la solitudine situazionale è associata a un incremento del rischio superiore al 50%, mentre quella cronica può arrivare ad aumentarlo fino all’83% (Shiovitz-Ezra e Ayalon, 2010) [3]. Questo suggerisce che la durata e la persistenza della disconnessione sociale giocano un ruolo cruciale nel determinare l’impatto sulla salute.

A rendere ancora più rilevante questo tema è il fatto che la disconnessione sociale non agisce solo a livello psicologico o comportamentale, ma coinvolge direttamente i sistemi biologici dell’organismo. Studi recenti hanno dimostrato che l’isolamento sociale è in grado di alterare profondamente l’omeostasi cellulare, attivando una complessa rete di meccanismi neuroendocrini, immunitari e metabolici (Qaisiya et al., 2025) [4]. In condizioni di isolamento, l’organismo entra in uno stato di stress cronico, caratterizzato da un’iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e da un aumento persistente dei livelli di cortisolo. Questo assetto ormonale favorisce alterazioni metaboliche come iperglicemia, insulino-resistenza e redistribuzione del tessuto adiposo, elementi chiave nello sviluppo della sindrome metabolica.

Parallelamente, si osserva un aumento dello stato infiammatorio cronico. L’organismo, come se percepisse una minaccia costante, mantiene attivo il sistema immunitario, producendo citochine pro-infiammatorie che, nel lungo periodo, contribuiscono allo sviluppo di patologie cardiovascolari e metaboliche. A questo si aggiungono fenomeni di stress ossidativo, disfunzione mitocondriale e alterazioni dei processi di autofagia, tutti elementi che compromettono la capacità delle cellule di mantenere il proprio equilibrio interno.

In questa prospettiva, la solitudine può essere interpretata come una vera e propria sindrome immunometabolica, caratterizzata da una rete di alterazioni che coinvolgono simultaneamente sistema nervoso, sistema immunitario e metabolismo (Pourriyahi et al., 2021) [5]. Non si tratta quindi solo di una condizione psicologica, ma di uno stato biologico complesso che modifica il funzionamento dell’intero organismo.

Un ulteriore elemento di riflessione riguarda il contesto sociale contemporaneo. I cambiamenti culturali, l’aumento dell’individualismo, la digitalizzazione delle relazioni e l’impatto di eventi globali come la pandemia hanno contribuito a rendere la disconnessione sociale sempre più diffusa. Oggi, una quota significativa della popolazione sperimenta forme di isolamento o solitudine, rendendo questo fenomeno una vera e propria emergenza di sanità pubblica. Le evidenze suggeriscono che l’impatto della disconnessione sociale sulla mortalità è comparabile a quello del consumo di circa quindici sigarette al giorno, un dato che rende immediatamente evidente la sua rilevanza clinica (Na et al., 2023) [6].

Anche sul piano cardiovascolare, le implicazioni sono rilevanti. Solitudine e isolamento sociale sono associati a un aumento significativo del rischio di cardiopatia coronarica e ictus, indipendentemente dagli altri fattori di rischio tradizionali (Holt-Lunstad e Smith, 2016) [7]. Questo conferma che la dimensione relazionale agisce come un determinante autonomo della salute, capace di influenzare direttamente i principali sistemi fisiologici.

Nel complesso, emerge un quadro chiaro: la socialità non è un semplice elemento di benessere psicologico, ma un vero e proprio fattore biologico che modula la salute e la sopravvivenza. Le relazioni sociali funzionano come un sistema di regolazione, capace di attenuare lo stress, favorire comportamenti salutari e mantenere l’equilibrio fisiologico. Al contrario, la loro assenza espone l’organismo a una condizione di vulnerabilità sistemica, in cui diversi meccanismi patologici tendono ad attivarsi e a rinforzarsi reciprocamente.

Comprendere la socialità in questi termini significa compiere un cambio di paradigma: non più considerarla un aspetto secondario della vita, ma riconoscerla come uno dei determinanti centrali della salute. In questa prospettiva, promuovere relazioni sociali di qualità non è soltanto un obiettivo sociale o psicologico, ma una vera e propria strategia preventiva, capace di influenzare in modo concreto il destino biologico dell’individuo.

La socialità nel passato e il cervello sociale

Per comprendere davvero quanto la socialità sia radicata nella nostra biologia, è necessario fare un passo indietro e osservare l’evoluzione del cervello umano. Ciò che emerge con chiarezza è che il nostro sistema nervoso non si è sviluppato semplicemente per risolvere problemi tecnici o ambientali, ma soprattutto per gestire relazioni. In altre parole, il cervello umano è, prima di tutto, un cervello sociale.

L’ipotesi del cervello sociale rappresenta uno dei modelli più solidi in biologia evolutiva per spiegare l’espansione del cervello nei primati e nell’uomo. Secondo questa prospettiva, l’aumento delle dimensioni della neocorteccia non è stato guidato principalmente da esigenze legate all’ambiente fisico, ma dalle complesse richieste della vita di gruppo (Dunbar, 2024) [8]. Vivere in una comunità stabile implica infatti una serie di sfide cognitive: riconoscere individui diversi, ricordare le relazioni, interpretare intenzioni, prevedere comportamenti e mantenere equilibri sociali spesso delicati. Tutto questo richiede una capacità di elaborazione estremamente sofisticata.

Questa relazione tra cervello e socialità emerge in modo ancora più evidente osservando la dimensione dei gruppi umani. Studi comparativi hanno dimostrato che esiste una correlazione estremamente robusta tra la dimensione della neocorteccia e il numero di relazioni sociali che un individuo è in grado di gestire. Nell’uomo, questo limite si colloca intorno a circa 150 individui, un valore noto come “numero di Dunbar” (Dunbar, 2024) [8]. Questo dato non è casuale: rappresenta il punto di equilibrio tra le capacità cognitive disponibili e il costo energetico necessario per mantenere relazioni stabili.

Se immaginiamo la mente come una sorta di “gestore di relazioni”, possiamo comprendere meglio questo concetto. Ogni relazione richiede tempo, attenzione, memoria ed energia emotiva. Non è quindi possibile mantenere un numero infinito di legami significativi: il cervello impone un limite naturale, che si riflette nella struttura delle reti sociali umane, organizzate in cerchie concentriche di diversa intensità.

L’importanza della socialità nello sviluppo del cervello non è un’esclusiva dell’essere umano, ma emerge chiaramente anche confrontando diverse specie. Studi comparativi tra vertebrati mostrano che, nei primati, la dimensione del cervello è strettamente legata non solo al numero di individui nel gruppo, ma soprattutto alla qualità e stabilità delle relazioni sociali (Shultz e Dunbar, 2007) [9]. Mantenere legami duraturi, cooperare, negoziare e risolvere conflitti rappresenta una sfida cognitiva molto più complessa rispetto alla semplice sopravvivenza individuale.

Un elemento particolarmente interessante è che l’evoluzione della socialità sembra essere passata attraverso fasi progressive. In molte specie, l’aumento delle capacità cognitive è inizialmente legato alla gestione del legame di coppia, che richiede monitoraggio reciproco, coordinamento e fiducia. Nei primati, questo sistema si è poi esteso a gruppi più ampi, dando origine a strutture sociali sempre più complesse (Shultz e Dunbar, 2007) [9]. Questo passaggio rappresenta uno dei momenti chiave dell’evoluzione del cervello sociale.

Nell’uomo, questo processo ha raggiunto un livello di integrazione senza precedenti. La nostra specie non si limita a vivere in gruppo, ma costruisce vere e proprie reti sociali altamente coordinate, basate su cooperazione, comunicazione e condivisione di conoscenze. Questo concetto è stato descritto come “nicchia socio-cognitiva”, un sistema in cui capacità cognitive e strutture sociali si rafforzano reciprocamente (Whiten e Erdal, 2012) [10]. In questa prospettiva, il cervello umano non è semplicemente uno strumento individuale, ma parte di un sistema collettivo, in cui ogni individuo contribuisce al funzionamento del gruppo.

La teoria della mente, ovvero la capacità di comprendere pensieri, emozioni e intenzioni degli altri, rappresenta uno dei pilastri di questo sistema. Essa consente di prevedere il comportamento altrui, coordinare azioni e costruire relazioni basate sulla fiducia. Accanto a questa capacità, il linguaggio permette di trasmettere informazioni in modo preciso, mentre la cultura consente di accumulare e condividere conoscenze nel tempo (Whiten e Erdal, 2012) [10]. Questi elementi, insieme alla cooperazione e all’egualitarismo, formano un sistema integrato che ha guidato l’evoluzione della specie umana.

A livello neurobiologico, queste funzioni sociali sono supportate da una rete di strutture cerebrali specifiche. Tra queste, la corteccia prefrontale, l’amigdala e la giunzione temporo-parietale svolgono un ruolo centrale nei processi di mentalizzazione e nella gestione delle relazioni. Queste aree permettono di interpretare segnali sociali, valutare le intenzioni altrui e adattare il proprio comportamento in modo flessibile (Dunbar, 2024) [8].

Un dato particolarmente significativo emerge dagli studi di neuroimaging (tecniche utilizzate per visualizzare e studiare il cervello): la dimensione e la struttura di queste aree cerebrali sono direttamente correlate alla complessità della rete sociale di un individuo. In particolare, è stato osservato che le persone con reti sociali più ampie e più integrate presentano un maggiore volume di materia grigia in regioni chiave del cervello sociale, come la corteccia orbitofrontale e la corteccia prefrontale dorsomediale. Questo suggerisce che la capacità di costruire e mantenere relazioni non è solo una competenza appresa, ma riflette una vera e propria organizzazione strutturale del cervello (Kwak et al., 2018) [11].

Un aspetto interessante di questi risultati è che non conta soltanto quante relazioni una persona percepisce di avere, ma anche quanto è riconosciuta dagli altri come nodo centrale della rete sociale. Essere “visti” dagli altri come punto di riferimento relazionale si associa infatti a un maggiore sviluppo delle aree cerebrali coinvolte nella comprensione sociale. Questo rafforza l’idea che la socialità sia un fenomeno profondamente interattivo, che emerge dall’incontro tra individui e non dalla sola percezione soggettiva (Kwak et al., 2018) [11].

Nel complesso, il cervello umano appare quindi modellato dalla necessità di vivere in relazione. Ogni interazione, ogni legame, ogni dinamica sociale contribuisce a plasmare le nostre strutture cognitive e biologiche. La socialità non è un’aggiunta alla nostra natura, ma una delle sue componenti fondamentali. Comprendere questo aspetto significa riconoscere che l’essere umano non è progettato per l’isolamento: al contrario, è costruito per connettersi.

Il comportamento sociale nei cacciatori-raccoglitori

Se il cervello umano si è evoluto per gestire relazioni, il comportamento sociale rappresenta la sua espressione concreta nel mondo reale. Non si tratta semplicemente di “stare insieme”, ma di un insieme di dinamiche estremamente sofisticate che hanno permesso alla nostra specie di sopravvivere, adattarsi e prosperare in contesti spesso imprevedibili. Osservando le società umane più vicine a quelle ancestrali, emerge con chiarezza che la socialità non era un’opzione, ma una necessità biologica.

Uno degli aspetti più sorprendenti riguarda il modo in cui gli esseri umani apprendono fin dai primi anni di vita. Nelle società di cacciatori-raccoglitori, l’apprendimento non è confinato a momenti formali o strutturati, ma avviene continuamente attraverso l’interazione sociale. I bambini, già nei primi mesi di vita, iniziano a interiorizzare comportamenti, valori e competenze osservando gli altri, imitandoli e partecipando attivamente alla vita del gruppo (Hewlett et al., 2011) [12]. Questo processo è estremamente precoce e rapido: entro i primi anni di vita vengono acquisite molte delle competenze fondamentali per la sopravvivenza.

Ciò che rende questo sistema particolarmente efficace è la sua natura distribuita. L’apprendimento non avviene solo dai genitori, ma da un’intera rete sociale che include pari, altri adulti e membri della comunità. Questa trasmissione culturale multilivello, verticale, orizzontale e obliqua, consente una diffusione rapida e flessibile delle informazioni. In questo contesto, la fiducia e l’autonomia giocano un ruolo centrale: i bambini non sono semplici destinatari passivi, ma partecipano attivamente, esplorano e apprendono attraverso il gioco e l’esperienza diretta (Hewlett et al., 2011) [12].

Accanto all’apprendimento, un altro pilastro del comportamento sociale umano è rappresentato dalla cooperazione. A differenza di molte altre specie, gli esseri umani cooperano su larga scala anche con individui non imparentati. Questo aspetto emerge in modo particolarmente evidente analizzando la struttura sociale delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori: studi condotti su diverse comunità mostrano che i gruppi sono composti prevalentemente da individui non consanguinei, con una bassa correlazione genetica tra i membri (Hill et al., 2011) [13]. Questo dato è fondamentale, perché indica che la cooperazione umana non può essere spiegata esclusivamente dalla logica della parentela, ma si basa su reti sociali più ampie e complesse.

Queste reti sono caratterizzate da una notevole flessibilità. Gli individui si spostano tra gruppi, formano nuove connessioni e mantengono legami distribuiti su più livelli. Questa struttura favorisce lo scambio di informazioni, la trasmissione culturale e l’innovazione, creando un sistema dinamico in cui il gruppo funziona come un organismo collettivo. In questo contesto, la socialità diventa il mezzo attraverso cui si costruisce e si trasmette la conoscenza (Hill et al., 2011) [13].

Un esempio concreto di questa interdipendenza emerge osservando le dinamiche di condivisione del cibo. Nelle società ancestrali, l’accesso alle risorse non era garantito: la caccia e la raccolta erano attività caratterizzate da elevata variabilità e incertezza. In questo scenario, la condivisione del cibo rappresentava una strategia fondamentale per ridurre il rischio individuale e garantire la sopravvivenza del gruppo. Modelli recenti mostrano che la distribuzione delle risorse tende a organizzarsi in reti modulari, in cui individui e famiglie si aggregano attorno a nodi centrali, creando sistemi cooperativi efficienti (Plana et al., 2023) [14]. Questo tipo di organizzazione non è casuale, ma emerge come soluzione ottimale in contesti di scarsità e imprevedibilità.

La condivisione non è quindi solo un atto altruistico, ma una strategia adattativa. Attraverso di essa, il rischio di fame viene distribuito tra i membri del gruppo, trasformando una vulnerabilità individuale in una resilienza collettiva. In altre parole, il gruppo diventa una rete di sicurezza.

Questa logica si riflette anche nella struttura multilivello delle società umane. Studi condotti su popolazioni contemporanee di cacciatori-raccoglitori mostrano che l’organizzazione sociale si articola in diversi livelli: la famiglia, piccoli gruppi di condivisione e accampamenti più ampi (Dyble et al., 2016) [15]. Ogni livello svolge una funzione specifica. All’interno della famiglia si osserva una cooperazione basata sulla divisione dei ruoli; nei gruppi di condivisione emerge il supporto reciproco tra parenti; a livello di comunità più ampia, la cooperazione con individui non imparentati consente di affrontare la variabilità delle risorse.

Questa struttura multilivello rappresenta una delle caratteristiche distintive della socialità umana. Essa permette di bilanciare relazioni strette e legami più ampi, garantendo sia stabilità che flessibilità. Da un lato, le relazioni più intime offrono supporto emotivo e sicurezza; dall’altro, le reti più estese aumentano le opportunità di scambio, apprendimento e cooperazione.

Nel complesso, il comportamento sociale umano appare come un sistema altamente integrato, in cui apprendimento, cooperazione e condivisione si intrecciano continuamente. Ogni individuo non agisce in isolamento, ma all’interno di una rete di relazioni che ne influenzano profondamente le possibilità di sopravvivenza e sviluppo.

Questa prospettiva consente di comprendere un punto fondamentale: la socialità non è semplicemente un vantaggio, ma una condizione necessaria per il funzionamento della specie. Nel passato, essere isolati significava essere esposti a un rischio elevato, non solo dal punto di vista emotivo, ma soprattutto in termini di sopravvivenza. La connessione con gli altri rappresentava il principale strumento di adattamento all’ambiente.

Comprendere queste dinamiche evolutive aiuta a interpretare in modo più profondo il ruolo della socialità anche nel contesto moderno. Ciò che oggi può sembrare un bisogno psicologico, in realtà affonda le radici in meccanismi biologici e comportamentali costruiti nel corso di migliaia di anni. L’essere umano, in definitiva, non è progettato per vivere da solo, ma per esistere all’interno di una rete di relazioni.

Una conferma che viene dal passato: la socialità nei cacciatori-raccoglitori

Per comprendere fino in fondo il ruolo della socialità nella storia umana, è necessario osservare da vicino il contesto in cui la nostra specie ha vissuto per la maggior parte della sua esistenza: quello dei cacciatori-raccoglitori. Per oltre il 95% della storia evolutiva, gli esseri umani non hanno vissuto in città, né in società strutturate come le conosciamo oggi, ma in sistemi sociali dinamici, flessibili e profondamente interconnessi. È in questo ambiente che si sono sviluppati i meccanismi biologici e comportamentali che ancora oggi guidano il nostro modo di relazionarci.

Contrariamente all’immagine tradizionale di piccoli gruppi isolati, le evidenze più recenti mostrano che le società di cacciatori-raccoglitori erano inserite in reti sociali molto più ampie e articolate. I gruppi locali, spesso di dimensioni ridotte, rappresentavano solo una parte visibile di una struttura sociale più estesa, composta da relazioni distribuite su territori vasti e mantenute nel tempo attraverso scambi, mobilità e legami simbolici. In questo contesto, la socialità non era confinata al gruppo immediato, ma si estendeva ben oltre, creando una rete continua di connessioni tra individui e comunità.

Questa organizzazione reticolare emerge chiaramente analizzando la composizione dei gruppi. I dati etnografici indicano che le unità locali non erano composte prevalentemente da parenti stretti, ma da individui provenienti da contesti diversi, spesso non consanguinei (Bird et al., 2019) [16]. Questo implica che la coesione sociale non si basava esclusivamente sulla genetica, ma su sistemi di relazioni costruite, mantenute e attivate nel tempo. La vera “ricchezza” non era rappresentata dall’accumulo materiale, ma dalla capacità di costruire e mantenere legami sociali: una vera e propria ricchezza relazionale.

Un altro elemento fondamentale riguarda la straordinaria variabilità di queste società. Per lungo tempo si è ritenuto che i cacciatori-raccoglitori vivessero in piccoli gruppi nomadi e rigidamente egualitari. Tuttavia, le evidenze archeologiche ed etnografiche mostrano un quadro molto più complesso. Alcune popolazioni erano altamente mobili, altre più sedentarie; alcune mostravano una distribuzione equa delle risorse, altre forme di gerarchia e organizzazione più strutturata (Singh e Glowacki, 2022) [17]. Questa diversità suggerisce che la socialità umana non segue un unico modello, ma è il risultato di una straordinaria capacità di adattamento alle condizioni ambientali.

Questa flessibilità rappresenta uno degli elementi chiave dell’evoluzione umana. Gli esseri umani non si sono adattati a un singolo tipo di organizzazione sociale, ma hanno sviluppato la capacità di modificare le proprie strutture relazionali in base al contesto. In ambienti ricchi e prevedibili, potevano emergere forme di sedentarietà e aggregazioni più ampie; in contesti più difficili, prevalevano mobilità e organizzazioni più fluide (Singh e Glowacki, 2022) [17]. In entrambi i casi, la socialità rimaneva il fattore centrale che permetteva di gestire risorse, rischi e opportunità.

Un aspetto particolarmente affascinante riguarda l’estensione geografica delle reti sociali. Analisi archeologiche basate sugli isotopi di stronzio hanno dimostrato che già oltre 30.000 anni fa esistevano sistemi di scambio che collegavano gruppi distanti centinaia di chilometri (Stewart et al., 2020) [18]. Oggetti simbolici, come le perline in guscio d’uovo di struzzo, venivano trasportati e scambiati su lunghe distanze, fungendo da veri e propri “marcatori sociali” e strumenti di connessione tra gruppi.

Queste reti non avevano solo una funzione culturale, ma rappresentavano una strategia di sopravvivenza. Collegare gruppi situati in ambienti ecologicamente diversi permetteva di ridurre il rischio legato alla variabilità delle risorse. In caso di scarsità locale, la rete sociale offriva accesso a territori e risorse alternative, aumentando la resilienza complessiva del sistema. In altre parole, la socialità funzionava come una forma di assicurazione biologica contro l’incertezza ambientale (Stewart et al., 2020) [18].

Questo modello evidenzia un principio fondamentale: nel passato, sopravvivere significava essere connessi. L’individuo isolato era esposto a rischi elevati, mentre l’individuo inserito in una rete sociale ampia e attiva aveva maggiori probabilità di adattarsi e prosperare. La cooperazione su larga scala, la mobilità e la capacità di mantenere relazioni anche a distanza rappresentavano vantaggi evolutivi decisivi.

Nel complesso, l’immagine che emerge è quella di una specie profondamente interdipendente, in cui la socialità non era un elemento accessorio, ma la struttura portante dell’organizzazione biologica e comportamentale. I cacciatori-raccoglitori non vivevano semplicemente in gruppi: vivevano all’interno di reti.

Comprendere questa realtà significa ridefinire il concetto stesso di natura umana. L’essere umano non è progettato per l’autosufficienza, ma per l’interdipendenza. La capacità di costruire, mantenere e attivare relazioni non rappresenta solo un vantaggio evolutivo, ma uno dei tratti distintivi della nostra specie.

La socialità nei ragazzi

Se la socialità rappresenta una componente strutturale della biologia umana, esiste una fase della vita in cui questa dimensione diventa particolarmente critica: l’infanzia e l’adolescenza. È proprio in questi anni che il cervello, il sistema endocrino e quello immunitario sono ancora in fase di sviluppo e risultano quindi estremamente sensibili all’ambiente sociale. In questo contesto, la qualità delle relazioni non influenza soltanto il benessere psicologico, ma contribuisce a modellare in modo profondo e duraturo la fisiologia dell’individuo.

Le evidenze longitudinali (osservazione di come qualcosa cambia nel corso del tempo) mostrano con chiarezza che l’isolamento sociale precoce non è un fenomeno transitorio privo di conseguenze, ma un fattore di rischio con effetti che si estendono nel tempo. Bambini che occupano posizioni marginali o isolate nei gruppi di pari presentano, a distanza di decenni, un rischio significativamente maggiore di sviluppare condizioni di salute sfavorevoli, in particolare di natura cardiovascolare (Caspi et al., 2006) [19]. Questo dato è particolarmente rilevante perché l’associazione persiste anche dopo aver controllato variabili come lo status socioeconomico, il quoziente intellettivo o i comportamenti a rischio, suggerendo un effetto diretto e indipendente della dimensione sociale.

Ancora più significativo è il fatto che questo effetto segue una logica cumulativa. L’esposizione prolungata all’isolamento, distribuita in più fasi della vita, si associa a un rischio più che raddoppiato di sviluppare problematiche di salute in età adulta. Questo suggerisce che il corpo “registra” le esperienze sociali nel tempo, accumulando un carico biologico che può manifestarsi anche molti anni dopo (Caspi et al., 2006) [19].

Uno dei meccanismi principali attraverso cui questo fenomeno si realizza è rappresentato dall’infiammazione cronica di basso grado. Studi longitudinali dimostrano che bambini socialmente isolati presentano, in età adulta, livelli più elevati di proteina C-reattiva, un biomarcatore chiave dell’infiammazione sistemica (Lacey et al., 2014) [20]. Questo dato è particolarmente importante perché l’infiammazione rappresenta uno dei principali fattori patogenetici alla base di malattie come diabete di tipo 2, patologie cardiovascolari e disturbi depressivi.

Il concetto che emerge è quello di “incorporazione biologica”: le esperienze sociali precoci vengono progressivamente integrate nei sistemi fisiologici dell’organismo, modificandone il funzionamento nel lungo termine. In altre parole, ciò che accade sul piano relazionale durante l’infanzia non rimane confinato alla dimensione psicologica, ma si traduce in cambiamenti concreti a livello biologico.

Questa vulnerabilità non si esaurisce con l’infanzia, ma prosegue durante l’adolescenza, una fase caratterizzata da profonde trasformazioni neurobiologiche e sociali. In questo periodo, la solitudine emerge come un potente predittore di alterazioni metaboliche future. Dati recenti mostrano che adolescenti che sperimentano livelli elevati di solitudine presentano un rischio significativamente maggiore di sviluppare obesità in età adulta, con incrementi rilevanti dell’indice di massa corporea (Rangul et al., 2025) [21]. Questo legame può essere mediato da diversi fattori, tra cui comportamenti alimentari disfunzionali, riduzione dell’attività fisica e attivazione cronica dei sistemi di stress.

Parallelamente, anche nei giovani adulti apparentemente sani, la solitudine si associa a segni precoci di compromissione cardiovascolare. In particolare, è stata osservata una relazione significativa tra solitudine e aumento della rigidità arteriosa, un indicatore subclinico di rischio cardiovascolare (Vasan et al., 2024) [22]. Questo dato suggerisce che gli effetti della disconnessione sociale possono iniziare a manifestarsi molto prima della comparsa di patologie clinicamente evidenti.

La dimensione metabolica appare anch’essa fortemente influenzata dai fattori sociali. Un’ampia analisi condotta su 14.217 giovani adulti tra 18 e 35 anni ha evidenziato una stretta associazione tra solitudine, stress, supporto sociale, coesione sociale e presenza di prediabete o diabete di tipo 2. Nella popolazione studiata, all’aumentare della solitudine cresceva progressivamente anche la probabilità di prediabete o diabete di tipo 2: rispetto ai livelli più bassi, il terzo quartile di solitudine era associato a un aumento delle probabilità del 42%, mentre nel quartile più elevato l’aumento raggiungeva il 78%. Anche livelli maggiori di stress e discriminazione, insieme a un minore supporto sociale e a una ridotta coesione sociale del quartiere, risultavano associati a una condizione metabolica più sfavorevole. Un elemento particolarmente rilevante è che questi fattori non sembrano agire isolatamente, ma tendono a organizzarsi in veri e propri “profili sociali”. L’analisi delle classi latenti ha infatti identificato tre distinti profili, mostrando che quello caratterizzato dalle esperienze sociali più sfavorevoli presentava probabilità di prediabete o diabete di tipo 2 più che doppie (OR=2,32) rispetto al profilo di riferimento (Harrison et al., 2025) [23].

Infine, è importante sottolineare che l’impatto dell’isolamento sociale è trasversale a tutte le età, ma risulta particolarmente marcato proprio nelle fasi più precoci della vita. Studi di popolazione mostrano che adolescenti e giovani adulti rappresentano uno dei gruppi più vulnerabili, con associazioni particolarmente forti tra isolamento sociale e condizioni di salute negative, tra cui depressione, comportamenti non salutari e multimorbidità (Hämmig, 2019) [24]. Questo dato evidenzia una criticità spesso sottovalutata: i giovani, pur essendo percepiti come una popolazione a basso rischio, possono in realtà essere profondamente influenzati dalla qualità delle relazioni sociali.

Nel complesso, emerge un quadro chiaro e coerente: la socialità durante l’infanzia e l’adolescenza non è un semplice fattore di benessere, ma un determinante biologico fondamentale. Le esperienze relazionali precoci contribuiscono a modellare i sistemi fisiologici dell’organismo, influenzando il rischio di sviluppare patologie croniche nel corso della vita.

Comprendere questo significa riconoscere che la prevenzione non inizia nell’età adulta, ma molto prima. Investire nella qualità delle relazioni sociali nei primi anni di vita non è solo un intervento educativo o psicologico, ma una vera e propria strategia di prevenzione metabolica, cardiovascolare e sistemica.

Isolamento sociale e solitudine: incidenza sulla mortalità

Quando si analizza il ruolo della socialità nella salute umana, uno degli aspetti più rilevanti e, allo stesso tempo, più impattanti riguarda la sua relazione diretta con la mortalità. Non si tratta più soltanto di comprendere se le relazioni influenzino il benessere o il rischio di malattia, ma di osservare come la loro presenza o assenza possa incidere in modo concreto sulla probabilità stessa di sopravvivenza.

Le evidenze epidemiologiche più solide mostrano che l’isolamento sociale rappresenta un importante predittore di mortalità per tutte le cause. Una vasta coorte prospettica, comprendente 580.182 adulti arruolati nel Cancer Prevention Study II ha evidenziato un’associazione significativa tra crescente isolamento sociale e rischio di morte. Confrontando gli individui più isolati con quelli meno isolati, il rischio di mortalità per tutte le cause risultava più che raddoppiato negli uomini neri (HR=2,34) e nelle donne nere (HR=2,13), mentre aumentava del 60% negli uomini bianchi e dell’84% nelle donne bianche; l’associazione con la mortalità per tutte le cause emergeva quindi in tutti i gruppi analizzati, senza differenze statisticamente significative tra uomini e donne. Il legame non riguardava soltanto la mortalità complessiva: l’isolamento sociale era associato anche a una maggiore mortalità cardiovascolare in ciascun sottogruppo. Nel complesso, questi risultati rafforzano l’ipotesi che la dimensione relazionale rappresenti un determinante rilevante della salute e della longevità, capace di esercitare la propria influenza in popolazioni differenti per sesso e appartenenza etnica (Alcaraz et al., 2019) [25].

Un aspetto particolarmente significativo è che questo aumento di rischio non riguarda solo la mortalità generale, ma si estende a cause specifiche, in particolare quelle cardiovascolari. Studi prospettici hanno evidenziato che individui socialmente isolati presentano un rischio quasi raddoppiato di mortalità cardiovascolare, oltre a un incremento dell’incidenza di eventi come l’ictus (Kawachi et al., 1996) [26]. Questo dato suggerisce che la socialità non agisce soltanto a livello comportamentale, ma interviene direttamente nei meccanismi fisiopatologici che regolano la funzione cardiovascolare.

La forza di questa associazione emerge con ancora maggiore chiarezza quando si analizzano popolazioni cliniche. Nei pazienti affetti da malattia coronarica, l’isolamento sociale si associa a un aumento significativo del rischio di morte, sia per cause cardiache sia per tutte le cause, con valori più che raddoppiati rispetto ai soggetti non isolati (Brummett et al., 2001) [27]. Questo risultato è particolarmente rilevante perché persiste anche dopo aver controllato per la gravità della malattia e per altri fattori di rischio, indicando che la dimensione sociale influisce direttamente sulla prognosi clinica.

Un elemento chiave che emerge da questi studi è che non conta soltanto la presenza di relazioni, ma anche la loro qualità. Pazienti socialmente isolati non necessariamente percepiscono una riduzione del numero di contatti, quanto piuttosto una minore qualità del supporto sociale ricevuto. Questo suggerisce che il beneficio della socialità non deriva semplicemente dalla quantità di interazioni, ma dalla loro capacità di fornire sostegno emotivo, sicurezza e regolazione dello stress.

Anche a livello di popolazione generale, i dati confermano una relazione chiara e coerente tra isolamento sociale e mortalità. Studi di coorte condotti in contesti diversi mostrano che i soggetti più isolati presentano un aumento del rischio di morte compreso tra il 40% e il 70%, con un gradiente continuo: maggiore è il livello di isolamento, maggiore è il rischio (Laugesen et al., 2018) [28]. Questo andamento suggerisce un effetto dose-risposta, in cui la progressiva riduzione delle relazioni sociali si traduce in un aumento proporzionale della vulnerabilità biologica.

Un ulteriore elemento di grande interesse riguarda la dimensione temporale. Non è soltanto la presenza di isolamento sociale o solitudine ad associarsi agli esiti di salute, ma anche la loro persistenza nel tempo. Uno studio prospettico condotto su 18.258 partecipanti della UK Biobank, di età compresa tra 38 e 73 anni, ha distinto quattro differenti condizioni: assenza, esposizione transitoria, comparsa nel tempo ed esposizione persistente. Durante un follow-up mediano di 8 anni, l’isolamento sociale persistente, rispetto alla sua assenza, è risultato associato a un aumento del 42% della mortalità per tutte le cause e del 53% della mortalità cardiovascolare. Un andamento analogo è stato osservato per la solitudine persistente, associata rispettivamente a incrementi del 28% e del 52%. L’analisi non si è limitata agli eventi clinici: in un sottogruppo di 5.188 partecipanti, sottoposto a risonanza magnetica cardiovascolare, la persistenza e l’accumulo di queste condizioni sociali risultavano associati anche a una peggiore funzionalità cardiaca. Questi risultati suggeriscono quindi che la durata dell’esposizione rappresenti una componente importante del rapporto tra relazioni sociali e salute: condizioni occasionali o transitorie non sembrano equivalenti a una situazione di isolamento o solitudine mantenuta negli anni (Chen et al., 2024) [29].

Questo concetto è ulteriormente rafforzato da studi a lungo termine su popolazioni generali, che evidenziano come la solitudine persistente sia associata a un aumento della mortalità fino al 57%, mentre l’isolamento sociale comporta un incremento significativo, seppur leggermente inferiore (Crowe et al., 2021) [30]. La differenza tra queste due dimensioni suggerisce che l’esperienza soggettiva di disconnessione possa avere un impatto ancora più profondo rispetto alla semplice mancanza oggettiva di relazioni.

Anche nei contesti più avanzati dal punto di vista socioeconomico, dove i sistemi di welfare garantiscono elevati livelli di assistenza sanitaria, la relazione tra isolamento sociale e mortalità rimane significativa. Questo dato è particolarmente importante perché indica che la dimensione relazionale opera attraverso meccanismi biologici e comportamentali che non possono essere completamente compensati da fattori esterni (Laugesen et al., 2018) [28].

Infine, è rilevante osservare che l’impatto dell’isolamento sociale sulla mortalità non riguarda esclusivamente le fasce di età avanzate, ma emerge anche negli adulti più giovani. Lo Studio di Tromsø, condotto in Norvegia su 17.796 partecipanti di età compresa tra 25 e 69 anni e con un follow-up esteso fino al 2023, ha evidenziato una significativa associazione tra isolamento sociale, solitudine e mortalità per tutte le cause. Nel corso dell’osservazione sono stati registrati 3.729 decessi, le donne maggiormente isolate presentavano un rischio di mortalità superiore del 37% rispetto alle meno isolate, mentre negli uomini l’incremento raggiungeva il 41%. Un dato particolarmente interessante emerge considerando l’età: nei partecipanti che avevano meno di 50 anni al basale, l’associazione risultava ancora più marcata, con un aumento del rischio del 55% nelle donne e del 76% negli uomini. Anche la solitudine mostrava un’associazione indipendente con la mortalità, con un rischio superiore del 51% nelle donne e del 46% negli uomini. Lo studio evidenzia inoltre la possibile persistenza nel tempo di queste condizioni: una quota consistente dei partecipanti maggiormente isolati continuava a esserlo anche nelle rilevazioni successive (Løvsletten e Brenn, 2024) [31].

Nel complesso, emerge un quadro estremamente chiaro: la socialità non è soltanto un elemento di benessere, ma un determinante diretto della sopravvivenza. Le relazioni sociali agiscono come un sistema di regolazione biologica, in grado di influenzare il funzionamento del sistema cardiovascolare, immunitario e neuroendocrino. La loro assenza, al contrario, espone l’organismo a una condizione di vulnerabilità sistemica, che nel tempo può tradursi in un aumento concreto del rischio di morte.

Comprendere questa relazione significa riconoscere che la salute non può essere interpretata esclusivamente in termini individuali. L’essere umano è biologicamente progettato per vivere in relazione, e la qualità di queste relazioni rappresenta uno dei fattori più potenti nel determinare non solo come viviamo, ma anche quanto a lungo viviamo.

Socialità e diminuzione del rischio

Se l’isolamento sociale si configura come un potente fattore di rischio per la mortalità, l’altra faccia della medaglia è rappresentata dal ruolo protettivo delle relazioni sociali. Comprendere questo aspetto significa spostare lo sguardo da una logica puramente negativa, ciò che aumenta il rischi, a una prospettiva attiva e costruttiva: ciò che lo riduce. In questo senso, la socialità non è soltanto un fattore da attenzionare quando manca, ma una risorsa biologica capace di modulare positivamente la sopravvivenza.

Le evidenze longitudinali mostrano con chiarezza che individui inseriti in reti sociali più ampie e strutturate presentano una maggiore probabilità di sopravvivenza nel tempo. In una coorte di anziani seguiti per dieci anni, la presenza di relazioni sociali solide, in particolare amicizie attive e frequenti, si associa a una riduzione significativa del rischio di morte, pari a circa il 22% rispetto ai soggetti più isolati (Giles et al., 2005) [32]. Questo dato è particolarmente rilevante perché emerge anche dopo aver considerato variabili come stato di salute, condizioni funzionali e stili di vita, suggerendo un effetto diretto delle relazioni sociali sulla longevità.

Un aspetto interessante riguarda la tipologia delle relazioni. Non tutte le connessioni sociali producono lo stesso effetto. Le relazioni amicali, ad esempio, sembrano esercitare un impatto più marcato rispetto ai legami familiari. Questo fenomeno può essere interpretato considerando la natura di questi rapporti: le amicizie sono generalmente basate su scelta, reciprocità e condivisione, elementi che favoriscono un supporto emotivo autentico e una maggiore partecipazione attiva alla vita sociale. Al contrario, i legami familiari, pur fondamentali, possono essere influenzati da obblighi o dinamiche più complesse che non sempre si traducono in un beneficio diretto per la salute (Giles et al., 2005) [32].

Parallelamente, altri studi evidenziano come la protezione associata alla socialità non dipenda esclusivamente dal numero delle relazioni, ma anche dalla struttura della rete sociale e dal ruolo che l’individuo occupa al suo interno. Uno studio condotto su 1.174 anziani residenti a Leganés, in Spagna, seguiti per sei anni, ha mostrato che avere una persona di fiducia era associato a una riduzione di circa il 25% del rischio di mortalità, indipendentemente da diverse caratteristiche sociodemografiche e sanitarie (Rodriguez-Laso et al., 2007) [33]. Il dato non sembra però riconducibile semplicemente al supporto emotivo ricevuto: quest’ultimo, considerato separatamente, non risultava infatti associato alla sopravvivenza. A emergere con maggiore forza erano piuttosto gli aspetti strutturali e partecipativi delle relazioni sociali. La mancanza di partecipazione sociale era associata a un rischio di mortalità superiore del 50%, mentre mantenere ruoli significativi nella vita delle persone vicine risultava associato a una maggiore sopravvivenza. Questo introduce una dimensione particolarmente importante: il beneficio delle relazioni non sembra derivare soltanto dal ricevere sostegno, ma anche dal sentirsi coinvolti, utili e partecipi nella vita degli altri (Rodriguez-Laso et al., 2007) [33].

Un aspetto particolarmente rilevante è che questi effetti protettivi persistono anche dopo aver considerato fattori clinici e funzionali. Ciò significa che la socialità non agisce semplicemente come indicatore indiretto di buona salute, ma rappresenta un determinante indipendente della sopravvivenza. Anche in presenza di comorbidità o condizioni di fragilità, mantenere relazioni sociali attive continua a offrire un vantaggio significativo.

Nel complesso, emerge un concetto chiave: la socialità funziona come un vero e proprio “fattore protettivo sistemico”. Le relazioni sociali agiscono su più livelli contemporaneamente: modulano lo stress, influenzano i comportamenti, supportano l’aderenza alle cure e contribuiscono al mantenimento dell’equilibrio psicofisico. Questo effetto integrato si traduce, nel lungo termine, in una riduzione concreta del rischio di mortalità.

La socialità e altri fattori di rischio: l’alimentazione inadeguata

Se la socialità rappresenta un determinante diretto della salute e della sopravvivenza, uno degli aspetti più rilevanti riguarda la sua capacità di influenzare altri fattori di rischio, in particolare quelli legati allo stile di vita. Tra questi, l’alimentazione occupa un ruolo centrale. Ciò che emerge con crescente chiarezza dalla letteratura è che la qualità della dieta non dipende esclusivamente da scelte individuali o conoscenze nutrizionali, ma è profondamente condizionata dal contesto sociale in cui l’individuo vive.

Le evidenze su larga scala mostrano che l’isolamento sociale è sistematicamente associato a comportamenti alimentari meno salutari. In un’analisi condotta su oltre 67.000 adulti europei, gli individui socialmente isolati presentano una probabilità significativamente maggiore di seguire una dieta inadeguata, caratterizzata in particolare da un ridotto consumo di frutta e verdura (Delerue Matos et al., 2021) [34]. Questo dato non è isolato, ma emerge in modo coerente in numerosi contesti geografici, suggerendo un pattern stabile e riproducibile.

La relazione tra socialità e alimentazione appare ancora più evidente quando si analizza la qualità nutrizionale della dieta. Gli studi indicano che l’isolamento sociale è associato a un aumento significativo del rischio di carenze di micronutrienti essenziali, tra cui magnesio, potassio, vitamina B6, folati e vitamina C. Si tratta di nutrienti fondamentali per il corretto funzionamento del sistema immunitario, cardiovascolare e metabolico. La loro carenza rappresenta quindi un possibile meccanismo attraverso cui l’isolamento sociale contribuisce allo sviluppo di patologie croniche (Steptoe et al., 2024) [35].

Un elemento particolarmente interessante è che questa associazione riguarda principalmente la dimensione oggettiva della socialità, ovvero l’isolamento, piuttosto che la percezione soggettiva di solitudine. In altre parole, non è solo il sentirsi soli a influenzare la dieta, ma soprattutto il vivere in una condizione di scarsa integrazione sociale (Steptoe et al., 2024) [35]. Questo suggerisce che fattori concreti, come la mancanza di supporto pratico o di contesti condivisi, svolgono un ruolo determinante.

A supporto di questa interpretazione, gli studi mostrano che individui socialmente isolati hanno una minore probabilità di mantenere comportamenti alimentari salutari nel tempo, tra cui il consumo adeguato di frutta e verdura (Kobayashi & Steptoe, 2018) [36]. Questo dato evidenzia come la socialità non influenzi solo scelte episodiche, ma contribuisca a strutturare abitudini alimentari stabili nel lungo periodo.

La relazione tra isolamento e alimentazione non si limita alla qualità nutrizionale, ma coinvolge anche le modalità con cui il cibo viene consumato. Una revisione sistematica della letteratura evidenzia che solitudine e isolamento sono associati a una riduzione della qualità complessiva della dieta, a un minor consumo di alimenti freschi e a un maggiore ricorso a cibi ad alta densità energetica (Hanna et al., 2023) [37]. In questo contesto, il pasto perde la sua dimensione sociale e diventa un atto funzionale o, in alcuni casi, un meccanismo di compensazione emotiva.

Il concetto di commensalità, ovvero il mangiare insieme, emerge come elemento chiave per comprendere questo fenomeno. Il pasto condiviso non rappresenta solo un momento nutrizionale, ma un’esperienza relazionale che struttura il comportamento alimentare. La sua assenza può tradursi in una minore regolarità dei pasti, una ridotta varietà alimentare e una minore motivazione alla preparazione di cibi equilibrati (Hanna et al., 2023) [37].

Un ulteriore elemento da considerare è che l’isolamento sociale si associa frequentemente ad altri comportamenti non salutari, creando un effetto cumulativo. Studi su popolazioni generali mostrano che individui isolati presentano contemporaneamente una maggiore probabilità di dieta non sana, inattività fisica e altri fattori di rischio (Hämmig, 2019) [24]. Questo suggerisce che la socialità non agisce su un singolo comportamento, ma influenza l’intero stile di vita.

Dal punto di vista fisiologico e comportamentale, diversi meccanismi possono spiegare queste associazioni. In primo luogo, la mancanza di integrazione sociale riduce l’esposizione a norme e modelli comportamentali salutari, limitando il cosiddetto “controllo sociale” che spesso guida le scelte quotidiane (Delerue Matos et al., 2021) [34]. In secondo luogo, l’assenza di supporto pratico può rendere più difficile l’accesso a cibo di qualità o la preparazione dei pasti. Infine, la riduzione delle occasioni di condivisione limita le opportunità di strutturare comportamenti alimentari regolari.

Nel complesso, emerge una visione integrata: l’alimentazione non è un comportamento isolato, ma un fenomeno profondamente sociale. Le scelte nutrizionali sono influenzate da relazioni, contesti e dinamiche di interazione che vanno ben oltre la dimensione individuale.

Comprendere questa connessione significa riconoscere che intervenire sull’alimentazione senza considerare la socialità rischia di essere parziale. Migliorare la qualità della dieta non significa solo fornire indicazioni nutrizionali, ma anche creare condizioni sociali favorevoli: relazioni, contesti condivisi, supporto e integrazione.

In questa prospettiva, la socialità diventa un determinante indiretto ma potente dell’alimentazione, capace di orientare comportamenti quotidiani e, attraverso di essi, influenzare in modo profondo il rischio metabolico e la salute nel lungo termine.

La socialità e il fumo

Se l’alimentazione rappresenta uno dei principali ambiti in cui la socialità esercita un’influenza indiretta ma profonda, il fumo costituisce un esempio ancora più evidente di come i comportamenti a rischio possano essere modellati dal contesto relazionale. A differenza della dieta, che è spesso percepita come una scelta quotidiana legata alla conoscenza e alla disponibilità di cibo, il consumo di tabacco si inserisce in una dimensione più complessa, in cui fattori emotivi, sociali e neurobiologici si intrecciano in modo stretto.

Le evidenze epidemiologiche mostrano in modo chiaro che l’isolamento sociale è associato a una maggiore probabilità di fumare. In una popolazione rappresentativa di oltre 8.000 anziani, gli individui socialmente isolati presentano una probabilità più che doppia di essere fumatori, con un aumento che diventa superiore a cinque volte nei casi di isolamento grave (Gimm et al., 2023) [38]. Questo dato suggerisce un effetto dose-risposta particolarmente marcato: all’aumentare dell’isolamento, aumenta in modo proporzionale il rischio di adottare questo comportamento.

Questo legame non è limitato alla presenza o assenza del comportamento, ma si estende anche alla sua intensità. Questi studi indicano che livelli più elevati di solitudine sono associati a un aumento significativo del numero di sigarette fumate quotidianamente (Yang et al., 2022) [39]. In altre parole, non solo le persone più isolate hanno una maggiore probabilità di essere fumatori, ma tendono anche a fumare di più, amplificando ulteriormente il rischio.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda il ruolo dei comportamenti come mediatori tra isolamento sociale e mortalità. In pazienti con cardiopatia ischemica stabile, il fumo emerge come uno dei principali fattori attraverso cui la bassa integrazione sociale si traduce in un aumento del rischio di morte (Kreibig et al., 2014) [40]. Questo dato è di grande rilevanza perché indica che la socialità non agisce solo direttamente sulla fisiologia, ma anche indirettamente, modulando comportamenti che hanno un impatto concreto sulla sopravvivenza.

Per comprendere questa relazione è utile considerare i meccanismi sottostanti. Uno dei più rilevanti è rappresentato dalla funzione del fumo come strategia di coping (comportamento o pensiero utilizzato per gestire lo stress e adattarsi alle difficoltà). In condizioni di isolamento, caratterizzate da maggiore stress, noia e disagio emotivo, il consumo di nicotina può diventare uno strumento di autoregolazione, utilizzato per modulare stati interni negativi (Gimm et al., 2023) [38]. Questo spiega perché l’isolamento sia spesso associato anche a livelli più elevati di ansia e depressione, che a loro volta favoriscono il mantenimento del comportamento.

Accanto a questo, emerge un secondo meccanismo legato alla riduzione del controllo sociale. In presenza di relazioni attive, i comportamenti individuali sono spesso influenzati, in modo più o meno esplicito, da norme condivise, aspettative e feedback degli altri. L’assenza di questo sistema di regolazione può facilitare l’adozione e il mantenimento di comportamenti a rischio, come il fumo (Gimm et al., 2023) [38]. In altre parole, quando manca il contesto sociale, viene meno anche uno dei principali freni comportamentali.

Un ulteriore elemento riguarda la possibile bidirezionalità della relazione. Il fumo, infatti, può a sua volta contribuire all’isolamento sociale, sia per ragioni legate allo stigma, sia per la progressiva riduzione delle interazioni in contesti in cui il consumo di tabacco è limitato o socialmente disincentivato. Questo crea un circolo vizioso in cui isolamento e fumo si rinforzano reciprocamente, rendendo più difficile interrompere il comportamento (Gimm et al., 2023) [38].

A livello più profondo, studi sperimentali suggeriscono anche una base neurobiologica di questa associazione. Modelli animali mostrano che l’isolamento sociale è in grado di alterare i sistemi di ricompensa, aumentando la sensibilità agli stimoli associati alla nicotina e facilitando la ricaduta (Mastrogiovanni et al., 2021) [41]. In queste condizioni, non è tanto la sostanza in sé a cambiare, quanto il modo in cui il cervello risponde agli stimoli che la richiamano, rendendo il comportamento più automatico e difficile da controllare.

Questa maggiore vulnerabilità emerge chiaramente anche in contesti reali. Durante periodi di isolamento forzato, come il lockdown legato alla pandemia di SARS-CoV-2, una quota significativa di fumatori ha aumentato il consumo di sigarette, con incrementi medi rilevanti (Ferrante et al., 2020) [42]. Questo dato conferma come la riduzione delle interazioni sociali possa tradursi rapidamente in un peggioramento dei comportamenti di salute.

Nel complesso, il quadro che emerge è coerente e multidimensionale. La socialità agisce come un fattore regolatore del comportamento: quando è presente, contribuisce a limitare l’adozione di comportamenti a rischio; quando viene meno, lascia spazio a dinamiche che favoriscono l’instaurarsi e il mantenimento della dipendenza.

Comprendere questa relazione significa riconoscere che il fumo non è semplicemente una scelta individuale o una dipendenza isolata, ma un comportamento profondamente influenzato dal contesto sociale. Intervenire esclusivamente sul singolo comportamento, senza considerare la dimensione relazionale, rischia quindi di essere insufficiente.

In questa prospettiva, la socialità diventa un elemento chiave anche nelle strategie di prevenzione e cessazione del fumo. Rafforzare le reti sociali, promuovere l’integrazione e ridurre l’isolamento non rappresenta solo un intervento sul benessere psicologico, ma una leva concreta per modificare comportamenti che incidono in modo diretto sulla salute e sulla sopravvivenza.

La socialità e la mancata aderenza alle terapie

Un ulteriore ambito, spesso meno visibile ma altrettanto cruciale, riguarda l’aderenza alla terapia farmacologica. In questo caso, il problema non è tanto l’adozione di un comportamento dannoso, quanto la mancata esecuzione di un comportamento protettivo. Eppure, le conseguenze possono essere altrettanto rilevanti, soprattutto nei soggetti affetti da patologie croniche.

Le evidenze mostrano in modo coerente che l’isolamento sociale è associato a una riduzione significativa dell’aderenza terapeutica. In ampie popolazioni di anziani con malattie croniche, gli individui socialmente isolati presentano una probabilità maggiore di non seguire correttamente le prescrizioni farmacologiche, compromettendo così l’efficacia dei trattamenti (Lu et al., 2020) [43]. Questo dato è particolarmente rilevante perché riguarda una dimensione centrale della medicina moderna: la capacità di trasformare una terapia prescritta in un beneficio reale per il paziente.

La relazione tra socialità e aderenza non è però diretta e lineare, ma mediata da una serie di fattori psicosociali. Tra questi, il supporto sociale emerge come elemento chiave. Studi basati su modelli di mediazione dimostrano che l’isolamento sociale riduce la disponibilità di supporto emotivo, informativo e pratico, e che questa riduzione rappresenta il principale meccanismo attraverso cui si verifica la mancata aderenza (Lu et al., 2020) [43]. In altre parole, non è semplicemente l’isolamento in sé a determinare il problema, ma ciò che viene a mancare quando le relazioni si riducono.

Questa dinamica è stata confermata anche da diversi studi, che mostrano come l’isolamento sociale aumenti nel tempo la solitudine e riduca progressivamente il supporto sociale, con un effetto cumulativo negativo sull’aderenza terapeutica (Yu et al., 2024) [44]. Questo andamento suggerisce che il problema non è statico, ma evolve nel tempo, diventando sempre più rilevante con il progredire dell’isolamento.

Accanto al supporto sociale, la solitudine rappresenta un ulteriore fattore critico. A differenza dell’isolamento, che descrive una condizione oggettiva, la solitudine riflette una percezione soggettiva di disconnessione. Studi recenti indicano che livelli elevati di solitudine sono associati a una riduzione dell’aderenza nel lungo termine, con effetti che diventano evidenti soprattutto dopo mesi o anni (Fan et al., 2024) [45]. Questo suggerisce che la dimensione emotiva della socialità possa influenzare in modo progressivo la motivazione e la capacità di seguire una terapia.

Un elemento particolarmente interessante riguarda il ruolo dell’autoefficacia, ovvero la percezione di essere in grado di gestire correttamente il proprio trattamento. Studi su pazienti ipertesi mostrano che la solitudine è associata a una riduzione dell’autoefficacia, mentre il supporto sociale la incrementa (Hacihasanoglu Asilar et al., 2020) [46]. Questo dato è fondamentale perché l’aderenza terapeutica non dipende solo dalla comprensione delle indicazioni mediche, ma anche dalla fiducia del paziente nelle proprie capacità di applicarle nella vita quotidiana.

In questo contesto, il supporto sociale svolge una funzione multipla. Da un lato, fornisce un aiuto pratico, promemoria, assistenza nella gestione dei farmaci, accompagnamento alle visite mediche. Dall’altro, offre un sostegno emotivo che riduce lo stress e aumenta la motivazione. Questa doppia funzione rende le reti sociali uno dei determinanti più importanti dell’aderenza terapeutica (Improta et al., 2026) [47].

Un ulteriore aspetto da considerare è che la mancata aderenza non è un fenomeno isolato, ma si inserisce spesso in un quadro più ampio di comportamenti di salute sfavorevoli. Come già osservato per il fumo e l’alimentazione, anche in questo caso l’isolamento sociale tende a generare un effetto cumulativo, in cui diversi fattori di rischio si rafforzano reciprocamente. Questo rende la gestione clinica particolarmente complessa, soprattutto nei pazienti con multimorbidità.

Nel complesso, emerge un concetto chiave: la terapia farmacologica non è un atto puramente individuale, ma un comportamento profondamente influenzato dal contesto sociale. Seguire una terapia richiede organizzazione, motivazione, supporto e continuità, tutte dimensioni che vengono facilitate o ostacolate dalla qualità delle relazioni.

Comprendere questa relazione significa ridefinire il concetto stesso di aderenza. Non si tratta semplicemente di “prendere correttamente i farmaci”, ma di essere inseriti in un sistema che rende possibile questo comportamento nel tempo. In assenza di tale sistema, anche la migliore terapia rischia di perdere efficacia. In questa prospettiva, la socialità diventa una componente integrante del percorso terapeutico. Intervenire sull’aderenza significa quindi non solo educare il paziente, ma anche rafforzare le sue reti relazionali, ridurre l’isolamento e promuovere un contesto in cui la cura possa essere realmente sostenuta.

La socialità e la ridotta attività fisica

Se l’alimentazione, il fumo e l’aderenza terapeutica rappresentano ambiti in cui la socialità modula comportamenti complessi, l’attività fisica costituisce probabilmente l’espressione più immediata e visibile di questa influenza. Il movimento, infatti, non è soltanto una funzione biologica, ma un comportamento profondamente integrato nel contesto sociale: spesso nasce da occasioni di interazione, condivisione e partecipazione. Quando queste dimensioni vengono meno, anche il livello di attività tende a ridursi in modo significativo.

Le evidenze mostrano in modo coerente che l’isolamento sociale è associato a una diminuzione dell’attività fisica e a un aumento del comportamento sedentario. Studi basati su misurazioni oggettive tramite accelerometri evidenziano che gli individui socialmente isolati presentano livelli significativamente inferiori di attività fisica totale e trascorrono più tempo in condizioni di sedentarietà, indipendentemente da fattori come età, stato di salute o condizioni socioeconomiche (Schrempft et al., 2019) [48]. Questo dato è particolarmente rilevante perché indica un effetto diretto della socialità sul comportamento motorio, non mediato esclusivamente da condizioni cliniche o limitazioni funzionali.

Un aspetto interessante riguarda la distinzione tra isolamento sociale e solitudine. Mentre il primo, inteso come condizione oggettiva di ridotta rete relazionale, mostra un’associazione chiara con la riduzione dell’attività fisica, la solitudine percepita non sempre presenta la stessa relazione (Schrempft et al., 2019) [48]. Questo suggerisce che la presenza concreta di relazioni e contesti sociali rappresenti uno stimolo diretto al movimento, indipendentemente dalla percezione soggettiva.

Tuttavia, quando si analizza la dimensione longitudinale, emerge anche il ruolo della solitudine come fattore predittivo. Studi prospettici dimostrano che individui che sperimentano livelli più elevati di solitudine hanno una probabilità significativamente inferiore di praticare attività fisica negli anni successivi e una maggiore tendenza a diventare sedentari (Hawkley et al., 2009) [49]. Questo dato evidenzia come la dimensione emotiva della disconnessione sociale possa influenzare progressivamente il comportamento, riducendo la motivazione e la capacità di mantenere uno stile di vita attivo.

Accanto a questi dati, emerge con forza il ruolo protettivo del benessere sociale. Livelli più elevati di supporto sociale e partecipazione attiva alla vita comunitaria sono associati a una riduzione significativa del tempo trascorso in attività sedentaria e a un aumento dei livelli di attività fisica, anche di tipo leggero (Chen et al., 2021) [51]. Questo effetto è particolarmente evidente nelle fasce di età più avanzate, suggerendo che, con l’aumentare dell’età, la socialità diventa un fattore sempre più determinante per mantenere uno stile di vita attivo.

Questa relazione emerge in modo trasversale anche in popolazioni più giovani. Studi condotti su studenti universitari mostrano che livelli elevati di solitudine sono associati a una maggiore probabilità di inattività fisica e a una maggiore presenza di comportamenti sedentari (Jiang et al., 2024) [50]. Questo suggerisce che l’influenza della socialità sull’attività fisica non è limitata all’età avanzata, ma si distribuisce lungo tutto il ciclo di vita.

Per comprendere questi risultati è utile considerare i meccanismi sottostanti. Da un lato, la socialità crea opportunità concrete di movimento: uscire, incontrarsi, partecipare ad attività di gruppo implica inevitabilmente un aumento dell’attività fisica. Dall’altro, agisce a livello motivazionale ed emotivo. La presenza di relazioni favorisce la condivisione di obiettivi, il sostegno reciproco e la continuità dei comportamenti nel tempo.

Un elemento particolarmente rilevante riguarda il ruolo della regolazione emotiva. Studi a supporto indicano che la solitudine può ridurre la capacità di modulare gli stati emotivi, rendendo più difficile mantenere comportamenti salutari come l’attività fisica (Hawkley et al., 2009) [49]. In questo contesto, il movimento perde la sua dimensione di gratificazione e diventa più difficile da sostenere nel tempo.

Nel complesso, emerge un quadro coerente: la socialità non solo facilita l’attività fisica, ma ne rappresenta uno dei principali determinanti. La sua assenza, al contrario, favorisce l’inattività e la sedentarietà, due condizioni strettamente associate a un aumento del rischio metabolico, cardiovascolare e sistemico. Comprendere questa relazione significa riconoscere che promuovere l’attività fisica non può limitarsi a indicazioni individuali o programmi strutturati. È necessario intervenire anche sul contesto sociale, creando condizioni che favoriscano la partecipazione, l’integrazione e la condivisione.

In questa prospettiva, il movimento non è solo un comportamento biologico, ma un fenomeno sociale. E, come tale, dipende in larga parte dalla qualità delle relazioni che circondano l’individuo.

La solitudine e il metabolismo dell’insulina

Se nei paragrafi precedenti la socialità è emersa come determinante di comportamenti di salute, nel caso del metabolismo insulinico il livello di profondità cambia radicalmente. Qui non si parla più soltanto di scelte o abitudini, ma di veri e propri meccanismi biologici che collegano direttamente la dimensione relazionale al funzionamento cellulare. La solitudine e l’isolamento sociale, infatti, non si limitano a influenzare indirettamente il rischio metabolico, ma sembrano agire direttamente sui processi che regolano la glicemia e la sensibilità all’insulina.

Le evidenze epidemiologiche più ampie mostrano che la dimensione sociale rappresenta un determinante indipendente dell’insulino-resistenza. In una coorte di oltre 117.000 individui, il basso supporto sociale risulta significativamente associato a un aumento del rischio di insulino-resistenza, con valori quasi triplicati rispetto ai soggetti con reti sociali più solide (Riutord-Sbert et al., 2025) [52]. Questo dato è particolarmente rilevante perché emerge anche dopo aver controllato per fattori tradizionali come dieta, attività fisica e fumo, suggerendo un effetto diretto della socialità sul metabolismo glucidico.

Questa associazione si inserisce in un quadro più ampio di disregolazione metabolica. Gli studi indicano che livelli più elevati e stabili di integrazione sociale sono associati a una significativa riduzione del rischio di alterazioni metaboliche, tra cui obesità addominale, ipertensione e disfunzioni glicemiche (Yang et al., 2013) [53]. Al contrario, la riduzione delle relazioni sociali si traduce in un aumento del carico metabolico complessivo, evidenziando come la socialità agisca come un vero e proprio regolatore sistemico.

Un elemento particolarmente importante riguarda la dimensione soggettiva della solitudine. Studi a riguardo mostrano che la solitudine è associata a un peggioramento progressivo di diversi biomarcatori metabolici, tra cui l’emoglobina glicata, l’indice di massa corporea e il carico metabolico globale (Shiovitz-Ezra e Parag, 2019) [54]. In termini pratici, questo significa che gli individui soli hanno una probabilità fino al 70% maggiore di sviluppare condizioni metaboliche sfavorevoli nel tempo.

Questo effetto diventa ancora più evidente quando la solitudine si associa ad altri fattori psicologici, come la depressione. In queste condizioni, il rischio metabolico aumenta in modo significativo, contribuendo allo sviluppo di multi morbidità (de la Torre-Luque et al., 2021) [55]. Questo suggerisce che la solitudine non agisce in isolamento, ma si inserisce in una rete di fattori psicosociali che amplificano il rischio biologico.

Dal punto di vista fisiologico, uno dei primi segnali di questa alterazione riguarda la glicemia. Studi longitudinali mostrano che l’aumento dello stress e dell’isolamento sociale è associato a un incremento progressivo della glicemia a digiuno, indipendentemente da fattori come età e indice di massa corporea (Fang et al., 2024) [56]. Questo dato è particolarmente significativo perché la glicemia a digiuno rappresenta uno dei primi indicatori di disfunzione metabolica.

A un livello ancora più profondo, studi sperimentali permettono di osservare direttamente i meccanismi biologici coinvolti. Modelli animali dimostrano che l’isolamento sociale è in grado di compromettere la sensibilità all’insulina sia a livello centrale sia periferico, anche in assenza di alterazioni evidenti della glicemia (Bove et al., 2022) [57]. In questi modelli, l’isolamento induce un aumento dell’indice HOMA, indicativo di insulino-resistenza precoce, accompagnato da alterazioni della segnalazione insulinica nei tessuti chiave come cervello e fegato.

Un elemento centrale di questo processo è rappresentato dallo stress ossidativo. L’isolamento sociale determina un aumento delle specie reattive dell’ossigeno e uno squilibrio nei sistemi antiossidanti, con conseguente danno a livello epatico e alterazione delle vie di segnalazione insulinica (Bove et al., 2022) [57]. Questo meccanismo suggerisce che lo stress psicosociale possa tradursi in un’alterazione concreta della funzione cellulare, anticipando lo sviluppo di patologie metaboliche.

Nel complesso, emerge un modello integrato in cui la solitudine e l’isolamento sociale agiscono attraverso più vie simultanee. Da un lato, influenzano i comportamenti di salute, come alimentazione e attività fisica; dall’altro, attivano direttamente sistemi biologici legati allo stress, all’infiammazione e al metabolismo energetico.

Comprendere questa relazione significa riconoscere che l’insulina non è regolata esclusivamente da fattori nutrizionali o genetici, ma anche da variabili relazionali. La qualità delle connessioni sociali diventa così parte integrante della regolazione metabolica.

In questa prospettiva, la solitudine può essere interpretata come uno stressor cronico capace di alterare progressivamente l’equilibrio fisiologico, mentre la socialità rappresenta un fattore protettivo in grado di mantenere la stabilità dei sistemi biologici.

Il messaggio che emerge è chiaro: il metabolismo non è un sistema isolato, ma profondamente interconnesso con l’ambiente sociale. E, tra tutti i fattori che lo influenzano, le relazioni umane rappresentano uno dei più potenti e, al tempo stesso, più sottovalutati.

La solitudine e il cortisolo

Se la relazione tra solitudine e insulina evidenzia come i fattori sociali possano influenzare direttamente il metabolismo, il legame con il cortisolo rappresenta il passaggio fisiologico che rende questo collegamento possibile. Il cortisolo, infatti, è l’ormone chiave della risposta allo stress e costituisce uno dei principali mediatori attraverso cui le esperienze psicosociali vengono tradotte in segnali biologici.

Dal punto di vista fisiologico, tutto converge su un sistema centrale: l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA). Questo asse regola la produzione di cortisolo e si attiva ogni volta che l’organismo percepisce una minaccia. Nelle specie sociali, tra cui l’essere umano, l’isolamento e la solitudine rappresentano proprio questo tipo di segnale: una condizione interpretata dal cervello come potenzialmente pericolosa per la sopravvivenza (Hawkley et al., 2012) [58]. In risposta, l’organismo attiva una cascata neuroendocrina che porta all’aumento dei glucocorticoidi.

Nel breve termine, questa risposta ha un significato adattativo: mobilizza energia, modula l’infiammazione e prepara l’organismo ad affrontare lo stress. Tuttavia, quando la solitudine diventa cronica, questo sistema perde la sua funzione regolatoria e va incontro a una vera e propria disregolazione. Si osservano alterazioni nei ritmi circadiani del cortisolo (variazione giornaliera del cortisolo secondo il ciclo sonno-veglia), con modifiche della risposta al risveglio e della pendenza diurna (Hawkley et al., 2012) [58].

Le evidenze nell’uomo confermano questo modello. Studi su giovani adulti mostrano che livelli più elevati di solitudine sono associati a una maggiore produzione totale di cortisolo nell’arco della giornata e a un’alterazione del suo ritmo circadiano (Lai et al., 2019) [59]. In modo analogo, altri lavori evidenziano una combinazione di risposta al risveglio attenuata e aumento della secrezione complessiva, suggerendo una condizione di stress cronico con perdita della fisiologica regolazione dell’asse HPA (Lai et al., 2018) [60].

Questo schema emerge già nelle fasi più precoci della vita. Durante la transizione all’età adulta, un aumento della solitudine è associato a una modificazione della pendenza diurna del cortisolo, indicativa di una risposta allo stress meno efficiente (Drake et al., 2016) [61]. È interessante notare come, in questo contesto, fattori psicologici come la capacità di coping possano attenuare tali alterazioni, suggerendo che la risposta biologica allo stress non sia rigida, ma modulabile.

Parallelamente, studi su adulti di mezza età mostrano che la solitudine è associata a una maggiore reattività del cortisolo allo stress, in particolare nella fase del risveglio (Steptoe et al., 2004) [62]. Questo dato indica una condizione di iperattivazione del sistema di risposta allo stress, che nel tempo può contribuire allo sviluppo di patologie croniche.

Un elemento particolarmente rilevante riguarda l’interazione tra solitudine e stress quotidiano. Le evidenze mostrano che la solitudine non agisce solo come fattore indipendente, ma amplifica la risposta fisiologica agli eventi stressanti. In soggetti più soli, le difficoltà quotidiane si associano a incrementi più marcati del cortisolo, evidenziando una maggiore vulnerabilità biologica (Lai et al., 2019) [59]. In altre parole, la solitudine rende l’organismo più sensibile allo stress.

Nel lungo termine, questa iperattivazione cronica si traduce in un aumento del cosiddetto carico allostatico, ovvero l’usura progressiva dei sistemi biologici dovuta all’esposizione prolungata allo stress. La solitudine è infatti associata a una persistente attivazione dell’asse HPA, a livelli elevati di cortisolo e a una ridotta sensibilità ai glucocorticoidi, con conseguente compromissione dei meccanismi di feedback (Warren, 2025) [63]. Questo stato di disregolazione rappresenta uno dei principali ponti tra stress psicosociale e malattia.

Accanto alla quantità di relazioni, emerge anche il ruolo della loro qualità. Studi sugli anziani mostrano che non è tanto il numero di contatti sociali a influenzare il cortisolo, quanto la capacità di coltivare attivamente le relazioni. Gli individui più coinvolti nel mantenimento dei propri legami presentano un profilo circadiano più efficiente, caratterizzato da livelli più bassi di cortisolo e da un declino diurno più marcato (Lai et al., 2012) [64]. Questo suggerisce che la socialità non è solo presenza, ma partecipazione attiva.

Nel complesso, emerge un modello chiaro e coerente. La solitudine attiva l’asse dello stress, aumentando la produzione di cortisolo; quando questa condizione persiste, il sistema perde la sua capacità di autoregolazione, generando uno stato di iperattivazione cronica. Questo stato, a sua volta, influenza altri sistemi fisiologici, tra cui quello immunitario e metabolico.

Comprendere questo meccanismo è fondamentale perché il cortisolo rappresenta uno dei principali punti di connessione tra mente e corpo. È attraverso questo ormone che esperienze apparentemente “immateriali”, come la qualità delle relazioni, diventano segnali biologici concreti.

In questa prospettiva, la solitudine non può più essere considerata solo una condizione emotiva, ma uno stressor cronico capace di alterare profondamente l’equilibrio fisiologico. Al contrario, la socialità agisce come un regolatore naturale del sistema dello stress, contribuendo a mantenere la stabilità dell’organismo. Il risultato è una visione integrata in cui le relazioni umane non rappresentano un elemento accessorio della vita, ma uno dei principali modulatori dei sistemi biologici che determinano salute e malattia.

Il cortisolo e REDD1

Lo stress cronico e l’eccesso di cortisolo non influenzano soltanto la mente, ma alterano direttamente il metabolismo. Attraverso mediatori come REDD1, il segnale dello stress interferisce con il pathway dell’insulina, riducendo progressivamente la sensibilità cellulare a questo ormone. È qui che la risposta biologica allo stress può trasformarsi in insulino-resistenza, alterazioni glicemiche e disfunzioni metaboliche croniche.

Comprendere il legame tra cortisolo e REDD1 significa quindi entrare nel cuore del meccanismo con cui lo stress cronico modifica il metabolismo, la crescita cellulare e, in ultima analisi, lo stato di salute dell’organismo.

Dal punto di vista molecolare, il passaggio chiave è rappresentato dall’attivazione del recettore dei glucocorticoidi. Quando il cortisolo aumenta, come avviene in condizioni di stress cronico o solitudine, si lega a questo recettore e ne attiva la funzione trascrizionale, inducendo l’espressione di specifici geni sensibili allo stress. Tra questi, REDD1 emerge come uno dei più rilevanti (Koyanagi e Arimura, 2020) [65].

REDD1, come abbiamo già visto nel capitolo 4 dedicato al pathway dell’insulina, è una proteina altamente conservata che viene rapidamente indotta in risposta a diverse forme di stress, tra cui ipossia, danno al DNA e, soprattutto, esposizione ai glucocorticoidi (Canal et al., 2014) [66]. Questo elemento è fondamentale perché colloca REDD1 come un vero e proprio sensore cellulare dello stress: ogni volta che il sistema percepisce una minaccia prolungata, la sua espressione aumenta.

Le evidenze sperimentali dimostrano in modo diretto questo legame. L’esposizione a glucocorticoidi sintetici, come il desametasone, determina un aumento rapido e significativo dell’espressione di REDD1 in diversi tessuti, tra cui muscolo scheletrico e cellule immunitarie (Wang et al., 2006) [67]. Questo incremento non è un fenomeno secondario, ma rappresenta un passaggio chiave attraverso cui i glucocorticoidi esercitano i loro effetti catabolici (effetti che favoriscono la degradazione delle riserve dell’organismo).

Il ruolo funzionale di REDD1 emerge con chiarezza quando si analizza il suo principale bersaglio: la via mTOR. Questa via rappresenta uno dei sistemi centrali di regolazione della crescita cellulare, della sintesi proteica e del metabolismo energetico. In condizioni fisiologiche, mTOR promuove la costruzione e il mantenimento dei tessuti; al contrario, quando viene inibito, l’organismo entra in una modalità di risparmio energetico e catabolismo.

REDD1 agisce esattamente in questo punto. Una volta indotto dai glucocorticoidi, inibisce la segnalazione mTOR attraverso l’attivazione del complesso della tuberosa TSC1/TSC2 e la conseguente inattivazione di un attivatore diretto di mTOR. Questo porta a una riduzione della fosforilazione dei principali target di mTOR e quindi a una diminuzione della sintesi proteica (Wang et al., 2006) [67].

Questo meccanismo è stato confermato anche da studi indipendenti, che identificano REDD1 come un potente regolatore negativo della via mTOR in risposta allo stress cellulare (Corradetti et al., 2005) [68]. In altre parole, REDD1 rappresenta il punto in cui il segnale dello stress si traduce in una modifica concreta del metabolismo cellulare.

Le implicazioni di questo processo sono profonde. In condizioni di stress acuto, l’inibizione temporanea di mTOR può avere un significato adattativo: riduce il consumo energetico e favorisce processi di sopravvivenza, come l’autofagia, che permette alla cellula di eliminare componenti danneggiati e riciclare risorse (Molitoris et al., 2011) [69]. In questo contesto, REDD1 svolge una funzione protettiva.

Tuttavia, quando l’attivazione del sistema diventa cronica, come avviene in presenza di stress persistente o solitudine prolungata, questo equilibrio si rompe. L’espressione continua di REDD1 mantiene mTOR in uno stato di inibizione persistente, favorendo processi catabolici a scapito di quelli anabolici. Questo si traduce in perdita di massa muscolare, riduzione della sintesi proteica e alterazioni metaboliche più ampie.

Modelli sperimentali confermano questo scenario. In condizioni di stress cronico, caratterizzate da elevati livelli di cortisolo, si osserva un aumento dell’espressione di REDD1 associato a un’attivazione delle vie cataboliche e a una soppressione della segnalazione IGF-1/AKT/mTOR (Batsukh et al., 2023) [70]. Questo squilibrio rappresenta uno dei meccanismi principali attraverso cui lo stress cronico contribuisce al deterioramento della funzione muscolare e metabolica.

Un ulteriore elemento emerge dall’analisi del sistema nervoso centrale. Studi sperimentali dimostrano che l’ipercortisolemia cronica è associata a un aumento dell’espressione di REDD1 nel cervello, accompagnato da una riduzione della segnalazione AKT-mTOR e da un aumento della proteolisi (processo di degradazione delle proteine) (Nipu et al., 2022) [71]. Questo suggerisce che gli effetti dello stress non si limitano ai tessuti periferici, ma coinvolgono direttamente anche la regolazione energetica centrale.

Nel complesso, emerge un modello integrato e coerente. Il cortisolo, prodotto in risposta alla solitudine e allo stress cronico, attiva il recettore dei glucocorticoidi e induce l’espressione di REDD1. Quest’ultimo, a sua volta, inibisce la via mTOR, spostando l’equilibrio cellulare da uno stato anabolico a uno catabolico.

Questo passaggio rappresenta uno dei punti più critici della fisiologia dello stress, perché collega direttamente un’esperienza psicosociale, come la solitudine, in una modifica strutturale del metabolismo cellulare energetico. Non si tratta più di un’influenza indiretta, ma di un vero e proprio pathway biologico.

In questa prospettiva, REDD1 può essere considerato come un “traduttore molecolare” dello stress: trasforma segnali ambientali e relazionali in modificazioni concrete della funzione cellulare. Quando questo sistema è attivato in modo acuto, favorisce l’adattamento; quando diventa cronico, contribuisce alla disfunzione e alla malattia.

Il risultato finale è una visione profondamente integrata della fisiologia umana, in cui mente, relazioni e biologia cellulare non sono elementi separati, ma parti di un unico sistema interconnesso.

REDD1 e mTOR

Se REDD1 rappresenta il punto di traduzione molecolare dello stress, la sua relazione con mTOR costituisce uno dei nodi centrali attraverso cui questo segnale si trasforma in una modificazione concreta del metabolismo cellulare. Per comprendere questo passaggio è necessario partire da un principio fondamentale: mTOR, come abbiamo già visto nel capitolo 4 dedicato al pathway dell’insulina, non è semplicemente una proteina, ma un vero e proprio regolatore della crescita, della sintesi proteica e dell’equilibrio energetico della cellula. Quando mTOR è attivo, la cellula cresce, sintetizza proteine e consuma energia; quando viene inibito, il sistema entra in una modalità di risparmio, rallentando i processi anabolici.

In questo contesto, REDD1 si inserisce come uno dei principali regolatori negativi di mTOR, agendo come un vero e proprio interruttore molecolare sensibile allo stress. Numerose evidenze dimostrano che l’induzione di REDD1 porta a una soppressione diretta dell’attività di mTORC1, con conseguente riduzione della fosforilazione dei suoi principali target, fondamentali per la sintesi proteica (Brugarolas et al., 2004) [72].

Il meccanismo attraverso cui questo avviene è estremamente raffinato. REDD1 non agisce direttamente su mTOR, ma modula un sistema regolatorio a monte, rappresentato dal complesso TSC1/TSC2. In condizioni fisiologiche, segnali di crescita attivano AKT, che inibisce TSC2 permettendo a mTOR di rimanere attivo. Tuttavia, quando REDD1 viene indotto, questo equilibrio si ribalta: la proteina riattiva il complesso TSC1/TSC2 e determina così l’inibizione di mTOR (DeYoung et al., 2008) [73].

Questo passaggio rappresenta un vero punto di controllo metabolico. REDD1 funziona come un sensore che intercetta segnali di stress, ipossia, danno cellulare, glucocorticoidi e li converte in una risposta adattativa: spegnere mTOR per ridurre il consumo energetico e favorire la sopravvivenza cellulare (Kim et al., 2023) [74]. In altre parole, quando le risorse diventano limitate o l’ambiente diventa ostile, la cellula interrompe i processi di crescita per preservare energia.

Le evidenze sperimentali confermano in modo diretto questa relazione. In cellule di mieloma multiplo resistenti, l’induzione di REDD1 è associata a una rapida defosforilazione di S6K (enzima attivato principalmente da mTORC1 che contribuisce a regolare la sintesi delle proteine e la crescita cellulare) e a una riduzione delle dimensioni cellulari, segni tipici della soppressione della via mTORC1 (Decaux et al., 2010) [75]. Questo dato dimostra che l’attivazione di REDD1 non è un fenomeno teorico, ma si traduce in modificazioni concrete della fisiologia cellulare.

Un aspetto particolarmente interessante è che questo meccanismo può assumere un duplice significato biologico. In condizioni acute, l’inibizione di mTOR mediata da REDD1 rappresenta una risposta protettiva: riduce il consumo energetico, attiva l’autofagia e permette alla cellula di adattarsi allo stress. Questo è evidente, ad esempio, nei contesti di ipossia, dove la soppressione di mTOR consente alla cellula di sopravvivere in condizioni di scarsa disponibilità di ossigeno (DeYoung et al., 2008) [73].

Tuttavia, quando questo sistema rimane attivo in modo cronico, il quadro cambia radicalmente. L’inibizione persistente di mTOR porta a una riduzione prolungata della sintesi proteica, a un aumento dell’autofagia e a una prevalenza dei processi catabolici. Questo può tradursi in perdita di massa muscolare, disfunzione metabolica e compromissione della capacità rigenerativa dei tessuti.

Le implicazioni di questo meccanismo emergono chiaramente anche in contesti patologici. Studi su modelli di fibrosi epatica mostrano che la sovraespressione di REDD1 attenua l’attivazione della via PI3K/AKT/mTOR, riducendo la proliferazione cellulare e la deposizione di matrice extracellulare (Li et al., 2025) [76]. In questo caso, l’inibizione di mTOR assume un ruolo protettivo, limitando la progressione della malattia.

Al contrario, in altri contesti, come il danno polmonare indotto dal fumo, l’attivazione di REDD1 e la conseguente inibizione di mTOR contribuiscono all’aumento dello stress ossidativo, all’infiammazione e all’apoptosi cellulare (Yoshida et al., 2010) [77]. Questo evidenzia un concetto fondamentale: il rapporto tra REDD1 e mTOR non è intrinsecamente “buono” o “cattivo”, ma dipende dal contesto e dalla durata dell’attivazione.

Nel complesso, emerge un modello estremamente coerente. REDD1 rappresenta un sensore dello stress che, attraverso l’attivazione del complesso TSC1/TSC2, inibisce mTOR e sposta la cellula da uno stato anabolico a uno catabolico. Questo passaggio consente un adattamento rapido alle condizioni avverse, ma, se mantenuto nel tempo, può contribuire alla disfunzione e alla malattia.

Comprendere questo equilibrio è fondamentale perché mTOR rappresenta uno dei principali regolatori della longevità cellulare e del metabolismo sistemico. La sua modulazione da parte di REDD1 costituisce quindi uno dei punti di connessione più profondi tra ambiente, stress e biologia cellulare.

In questa prospettiva, la relazione REDD1–mTOR non è semplicemente un pathway biochimico, ma un vero e proprio sistema di adattamento evolutivo: un meccanismo che permette all’organismo di sopravvivere allo stress, ma che, se attivato in modo cronico, può diventare uno dei principali motori della disfunzione metabolica.

Inibizione di mTOR e insulino-resistenza

Se il rapporto tra REDD1 e mTOR rappresenta il punto di snodo tra stress e regolazione cellulare, è proprio nella conseguente inibizione di mTOR che si manifesta uno degli effetti metabolici più rilevanti: lo sviluppo dell’insulino-resistenza. Questo passaggio chiude il cerchio fisiologico iniziato con la solitudine e lo stress, mostrando come un segnale inizialmente psicosociale possa tradursi in una disfunzione metabolica sistemica.

Le evidenze sperimentali dimostrano in modo chiaro che l’inibizione di mTOR, sia acuta sia cronica, compromette profondamente la sensibilità insulinica. Studi in vivo mostrano che il blocco farmacologico della chinasi mTOR induce rapidamente insulino-resistenza sistemica, accompagnata da intolleranza al glucosio e da un’alterazione dell’utilizzo dei substrati energetici (Kleinert et al., 2014) [78]. Questo dato è particolarmente significativo perché evidenzia come la funzione di mTOR non sia accessoria, ma centrale nella regolazione del metabolismo glucidico.

Un elemento chiave di questo processo è rappresentato dal ruolo differenziale dei due complessi mTORC1 e mTORC2. Se mTORC1 è principalmente coinvolto nella crescita cellulare e nella sintesi proteica, mTORC2 svolge una funzione essenziale nella regolazione della segnalazione insulinica. L’inibizione di mTORC2 comporta una riduzione della fosforilazione di AKT, uno dei principali mediatori dell’azione insulinica, determinando così una ridotta capacità delle cellule di rispondere allo stimolo insulinico (Lamming et al., 2012) [79].

Questa distinzione è fondamentale per comprendere la natura dell’insulino-resistenza indotta dall’inibizione di mTOR. Non si tratta semplicemente di una riduzione della sensibilità periferica, ma di un’alterazione diretta della cascata di segnalazione insulinica. In assenza di una corretta attivazione di AKT, vengono compromessi processi essenziali come la traslocazione dei trasportatori GLUT4 e l’assorbimento del glucosio nei tessuti periferici.

Le evidenze a livello tissutale confermano questo meccanismo. Nel muscolo scheletrico, principale sito di captazione del glucosio, l’inibizione cronica di mTOR determina una riduzione significativa dell’assorbimento glucidico, associata a una compromissione della via AKT-AS160 e a una diminuzione dell’espressione e della traslocazione di GLUT4 (Deblon et al., 2012) [80]. Questo si traduce in una ridotta capacità del muscolo di utilizzare il glucosio, contribuendo in modo diretto all’insulino-resistenza sistemica.

Un quadro analogo emerge anche nel tessuto adiposo umano. Studi su adipociti maturi dimostrano che la rapamicina (un farmaco che agisce come inibitore di mTOR) riduce significativamente l’assorbimento di glucosio sia in condizioni basali sia dopo stimolazione insulinica, attraverso una riduzione della fosforilazione di AKT e di altri mediatori chiave della segnalazione insulinica (Pereira et al., 2012) [81]. Questo dato è particolarmente rilevante perché conferma che l’effetto non è limitato ai modelli animali, ma si manifesta anche nei tessuti umani.

Accanto alle alterazioni periferiche, emerge anche un coinvolgimento della funzione pancreatica. L’inibizione cronica di mTORC1 mediante rapamicina determina una riduzione della massa delle cellule β pancreatiche, una diminuzione del contenuto di insulina e una compromissione della secrezione insulinica (Yang et al., 2012) [82]. In questo caso, l’insulino-resistenza si associa a una ridotta disponibilità di insulina, creando una condizione metabolica particolarmente sfavorevole.

Questo insieme di evidenze chiarisce un concetto fondamentale: l’inibizione di mTOR non agisce su un singolo livello, ma coinvolge simultaneamente più compartimenti fisiologici. Da un lato, riduce la capacità dei tessuti periferici di rispondere all’insulina; dall’altro, compromette la produzione stessa dell’ormone. Il risultato è una disfunzione integrata dell’omeostasi glucidica.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda la dimensione temporale di questi effetti. L’inibizione acuta di mTOR può determinare alterazioni rapide ma reversibili della sensibilità insulinica, mentre l’inibizione cronica porta a modificazioni strutturali più profonde, come la riduzione della massa β-cellulare e la riorganizzazione dei pathway metabolici (Yang et al., 2012) [82]. Questo suggerisce che la durata dell’esposizione rappresenti un elemento critico nella transizione da adattamento a disfunzione.

Nel complesso, emerge un modello coerente e multilivello. L’inibizione di mTOR, inizialmente attivata come risposta adattativa allo stress, può nel tempo trasformarsi in un fattore patogenetico, contribuendo allo sviluppo dell’insulino-resistenza e delle alterazioni glicemiche.

In questa prospettiva, il pathway cortisolo/REDD1/mTOR/insulino-resistenza rappresenta una delle connessioni più profonde tra ambiente, stress e metabolismo. Ciò che inizia come una risposta protettiva, ridurre l’attività anabolica in condizioni avverse può, se protratto nel tempo, compromettere l’equilibrio metabolico.

Il risultato finale è una visione integrata in cui la regolazione dell’insulina non dipende esclusivamente da nutrienti o geni, ma anche da segnali cellulari modulati dallo stress e dalla qualità delle relazioni. In questo senso, l’insulino-resistenza non è solo una condizione metabolica, ma l’espressione finale di un sistema complesso in cui biologia e ambiente sono profondamente interconnessi.

Conclusioni

Nel complesso, le evidenze analizzate mostrano che la socialità non rappresenta soltanto una dimensione psicologica dell’esistenza, ma una componente profondamente radicata nella biologia umana. Gli studi epidemiologici associano relazioni sociali solide a una maggiore sopravvivenza, mentre isolamento e solitudine, soprattutto quando persistenti, si accompagnano a un aumento della mortalità e del rischio cardiovascolare.

Questa relazione trova una spiegazione evolutiva nella stessa organizzazione del cervello umano: la vita in gruppi complessi ha favorito lo sviluppo di capacità cognitive dedicate alla cooperazione, alla comunicazione e alla gestione delle relazioni. Le osservazioni sulle società di cacciatori-raccoglitori rafforzano questa prospettiva, mostrando come condivisione delle risorse, apprendimento sociale e reti estese abbiano rappresentato strumenti fondamentali di adattamento e sopravvivenza.

La vulnerabilità alla disconnessione emerge già nelle prime fasi della vita: isolamento durante infanzia e adolescenza è stato associato, negli studi riportati, a maggiore infiammazione, rischio cardiovascolare, obesità e alterazioni metaboliche negli anni successivi. Le relazioni sociali sembrano quindi lasciare una vera impronta biologica nel tempo. Gli effetti diventano ancora più evidenti osservando i comportamenti quotidiani.

L’isolamento è associato a una qualità alimentare inferiore, maggiore rischio di carenze nutrizionali, aumento del fumo, minore aderenza alle terapie e riduzione dell’attività fisica. La socialità può dunque influenzare indirettamente la salute modulando numerosi fattori di rischio contemporaneamente.

Il passaggio successivo porta però oltre il comportamento e direttamente nel metabolismo. Le evidenze riportate collegano basso supporto sociale e solitudine a maggiore rischio di insulino-resistenza, alterazioni della glicemia e peggioramento di diversi indicatori metabolici. I modelli sperimentali suggeriscono inoltre alterazioni della sensibilità insulinica centrale e periferica, accompagnate da stress ossidativo e modificazioni della segnalazione insulinica. È a questo punto che emerge il possibile ponte biologico con lo stress.

La solitudine persistente può alterare l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e la regolazione circadiana del cortisolo, trasformando una risposta inizialmente adattativa in una condizione di stress cronico. Il cortisolo, attraverso il recettore dei glucocorticoidi, induce quindi l’espressione di REDD1, proteina sensibile allo stress capace di intervenire direttamente sulla regolazione metabolica cellulare. REDD1, attraverso TSC1/TSC2, riduce infatti l’attività di mTOR, spostando temporaneamente la cellula dall’anabolismo verso una modalità di risparmio energetico e adattamento.

Se transitoria, questa risposta può risultare funzionale alla sopravvivenza; se persistente, può invece favorire catabolismo, riduzione della sintesi proteica e alterazioni metaboliche. Le evidenze sull’inibizione prolungata di mTOR completano il percorso: la compromissione di mTORC2 può ridurre l’attivazione di AKT, interferire con la via AKT-AS160-GLUT4 e diminuire la captazione del glucosio, mentre l’inibizione cronica può coinvolgere anche la funzione delle cellule β pancreatiche.

Emerge così un percorso integrato: disconnessione sociale → stress cronico → cortisolo → REDD1 → TSC1/TSC2 → alterazione di mTOR → compromissione della segnalazione insulinica. La socialità entra quindi nei meccanismi metabolici non come elemento accessorio, ma come uno dei fattori ambientali capaci di dialogare, attraverso lo stress, con i meccanismi cellulari che regolano metabolismo, adattamento e salute.

Riferimenti

[1] Social Relationships and Mortality Risk: A Meta-analytic Review

Holt-Lunstad et al., 2010

PLoS Med. 2010;7(7):e1000316.

[2] Social Isolation: A Predictor of Mortality Comparable to Traditional Clinical Risk Factors

Pantell et al., 2013

Am J Public Health. 2013;103(11):2056–2062.

[3] Situational Versus Chronic Loneliness as Risk Factors for All-Cause Mortality

Shiovitz-Ezra e Ayalon, 2010

Int Psychogeriatr. 2010;22(3):455–462.

[4] Social Isolation: An Integrated Molecular Network Disrupting Cellular Homeostasis

Qaisiya et al., 2025

Front Neurosci. 2025;19:1693696.

[5] Loneliness: An Immunometabolic Syndrome

Pourriyahi et al., 2021

Int J Environ Res Public Health. 2021;18(22):12162.

[6] Social Disconnection as a Global Behavioral Epidemic: A Call to Action

Na et al., 2023

JAMA Psychiatry. 2023;80(2):101–102.

[7] Loneliness and Social Isolation as Risk Factors for Cardiovascular Disease

Holt-Lunstad e Smith, 2016

Heart. 2016;102(13):987–989.

[8] The social brain hypothesis: thirty years on

Dunbar, 2024

Ann Hum Biol. 2024;51(1):2359920.

[9] The evolution of the social brain: anthropoid primates contrasted with other vertebrates

Shultz e Dunbar, 2007

Proc Biol Sci. 2007;274(1624):2429– 2436.

[10] The human socio-cognitive niche and its evolutionary origins

Whiten e Erdal, 2012

Philos Trans R Soc Lond B Biol Sci. 2012;367(1599):2119–2129.

[11] Social brain volume is associated with in-degree social network size among older adults

Kwak et al., 2018

Proc Biol Sci. 2018;285(1871):20172708.

[12] Social Learning among Congo Basin Hunter– Gatherers

Hewlett et al., 2011

Philos Trans R Soc Lond B Biol Sci. 2011;366(1567):1168–1178.

[13] Co-residence patterns in hunter–gatherer societies show unique human social structure

Hill et al., 2011

Science. 2011;331(6022):1286–1289.

[14] The modularity of food-sharing networks minimizes individual and group starvation risk in hunter–gatherer societies

Plana et al., 2023

PLoS One. 2023;18(5):e0272733.

[15] Networks of food sharing reveal the functional significance of multilevel sociality in two hunter– gatherer groups

Dyble et al., 2016

Curr Biol. 2016;26(15):2017–2021.

[16] Variability in the organization and size of hunter–gatherer groups: hunter–gatherers do not live in small-scale societies

Bird et al., 2019

Journal of Human Evolution. 2019;131:96–108.

[17] Human social organization in the late Pleistocene: beyond the nomadic-egalitarian model

Singh e Glowacki, 2022

Evolution and Human Behavior. 2022;43(5):418–431.

[18] Strontium isotopes in ostrich eggshell beads reveal persistent social networks across southern Africa during the late Quaternary

Stewart et al., 2020

Proc Natl Acad Sci U S A. 2020;117(12):6453–6462.

[19] Socially isolated children 20 years later: risk of cardiovascular disease

Caspi et al., 2006

Arch Pediatr Adolesc Med. 2006;160(8):805–811.

[20] Social isolation in childhood and inflammation in adulthood: evidence from a national birth cohort

Lacey et al., 2014

Psychoneuroendocrinology. 2014;50:85–94.

[21] Adolescent loneliness as a predictor of adult obesity: a longitudinal study from the HUNT cohort

Rangul et al., 2025

BMC Public Health. 2025;25(1):2751.

[22] Loneliness is associated with early cardiovascular dysfunction in young adults

Vasan et al., 2024

Scientific Reports. 2024;14:14221.

[23] Loneliness, discrimination, stress and risk of type 2 diabetes in young adults

Harrison et al., 2025

Am J Prev Med. 2025;68(2):217–226.

[24] Health risks associated with social isolation in different age groups

Hämmig, 2019

PLoS One. 2019;14(7):e0219663.

[25] Social isolation and mortality in US black and white men and women

Alcaraz et al., 2019

Am J Epidemiol. 2019;188(1):102–109.

[26] A prospective study of social networks in relation to total mortality and cardiovascular disease in men

Kawachi et al., 1996

J Epidemiol Community Health. 1996;50(3):245–251.

[27] Characteristics of socially isolated patients with coronary artery disease who are at high risk of mortality

Brummett et al., 2001

Psychosom Med. 2001;63(2):267–272.

[28] Social isolation and all-cause mortality: a population-based cohort study in Denmark

Laugesen et al., 2018

Sci Rep. 2018;8:4731.

[29] Changes in social isolation and loneliness in relation to cardiovascular events and mortality

Chen et al., 2024

J Epidemiol Glob Health. 2024;14(3):962–973.

[30] Associations of loneliness and social isolation with healthy life expectancy and lifespan

Crowe et al., 2021

J Gerontol A Biol Sci Med Sci. 2021;76(11):1997–2006.

[31] Social isolation and loneliness and their association with all-cause mortality: the Tromsø study 1994–2023

Løvsletten e Brenn, 2024

Prev Med Rep. 2024;48:102930.

[32] The effect of social networks on 10-year survival in very old Australians: the Australian longitudinal study of ageing

Giles et al., 2005

J Epidemiol Community Health. 2005;59(7):574–579.

[33] Social relationships and mortality in elderly people: a cohort study in southern Europe

Rodriguez-Laso et al., 2007

BMC Geriatr. 2007;7:19.

[34] Social isolation, physical inactivity and inadequate diet among European middle-aged and older adults

Delerue Matos et al., 2021

BMC Public Health. 2021;21:924.

[35] Social isolation, loneliness and low micronutrient intake in older adults

Steptoe et al., 2024

Age Ageing. 2024;53(10):afae223.

[36] Social isolation, loneliness and health behaviours in older adults: a longitudinal cohort study

Kobayashi e Steptoe, 2018

Ann Behav Med. 2018;52(7):582–593.

[37] The association between loneliness or social isolation and diet and eating behaviours: a scoping review

Hanna et al., 2023

Appetite. 2023;191:107051.

[38] Social isolation and smoking among older adults

Gimm et al., 2023

J Appl Gerontol. 2023;42(11):2261–2267.

[39] The influence of loneliness on smoking and physical activity among community-dwelling older adults

Yang et al., 2022

Am J Health Promot. 2022;36(6):959–966.

[40] Social integration and mortality in patients with coronary heart disease: the Heart and Soul Study

Kreibig et al., 2014

Psychosom Med. 2014;76(8):659–668.

[41] Social isolation increases cue-induced sucrose and nicotine seeking and this effect is reversed by social housing

Mastrogiovanni et al., 2021

Sci Rep. 2021;11(1):2422.

[42] Did social isolation during the SARS-CoV-2 epidemic have an impact on citizens’ lifestyles?

Ferrante et al., 2020

Epidemiol Prev. 2020;44(5-6 Suppl 2):353–362.

[43] How social isolation and loneliness effect medication adherence among elderly with chronic diseases: An integrated theory and validated cross-sectional study

Lu et al., 2020

Arch Gerontol Geriatr. 2020;90:104154.

[44] Association between social isolation and medication adherence in older adults with chronic diseases: serial mediation of social support and loneliness

Yu et al., 2024

Ann Behav Med. 2024;58(10):670–678.

[45] Loneliness, perceived social support and their changes predict medication adherence over 12 months in patients with coronary heart disease

Fan et al., 2024

Br J Health Psychol. 2024;29(3):814–832.

[46] The effect of loneliness and perceived social support on self-efficacy in medication adherence in hypertensive patients

Hacihasanoglu Asilar et al., 2020

J Vasc Nurs. 2020;38(4):183–190.

[47] Effects of social isolation and loneliness on medication adherence in older adults: a systematic review

Improta et al., 2026

BMC Public Health. 2026;26:577.

[48] Social isolation, loneliness and objective physical activity in older men and women

Schrempft et al., 2019

BMC Public Health. 2019;19:74.

[49] Loneliness predicts reduced physical activity: cross-sectional and longitudinal analyses

Hawkley et al., 2009

Health Psychol. 2009;28(3):354–363.

[50] Loneliness is associated with unhealthy eating and physical inactivity among U.S. college students

Jiang et al., 2024

J Am Coll Health. 2024;72(8):2932–2937.

[51] Subjective and social well-being and their associations with sedentary behavior and physical activity in older adults

Chen et al., 2021

J Gerontol A Biol Sci Med Sci. 2021;76(10):1789–1795.

[52] Sociodemographic, lifestyle and social isolation correlates of TyG, METS-IR and SPISE-IR scores in a large working population

Riutord-Sbert et al., 2025

Med Sci (Basel). 2025;13(3):171.

[53] Social integration and metabolic function: evidence from a nationally representative longitudinal study of U.S. older adults

Yang et al., 2013

BMC Public Health. 2013;13:1210.

[54] Loneliness and subsequent changes in inflammatory and metabolic markers

Shiovitz-Ezra e Parag, 2019

Aging Ment Health. 2019;23(10):1358–1366.

[55] Metabolic dysregulation in older adults with depression and loneliness: the ATHLOS study

de la Torre-Luque et al., 2021

Psychoneuroendocrinology. 2021;123:104918.

[56] Psychological stress and fasting glucose among Chinese immigrants in the United States

Fang et al., 2024

Ann Behav Med. 2024;58(12):799–808.

[57] Social isolation triggers oxidative state and impairs insulin sensitivity in normoglycemic rats

Bove et al., 2022

Biomed Pharmacother. 2022;149:112820.

[58] Effects of social isolation on glucocorticoid regulation in social mammals

Hawkley et al., 2012

Horm Behav. 2012;62(3):314–323.

[59] Daily stress, loneliness, and diurnal cortisol rhythms in young adults

Lai et al., 2019

Horm Behav. 2019;115:104558.

[60] Loneliness and diurnal salivary cortisol in young adults

Lai et al., 2018

Int J Mol Sci. 2018;19(7):1944.

[61] Daily cortisol activity, loneliness, and coping efficacy in late adolescence: A longitudinal study of the transition to college

Drake et al., 2016

Int J Behav Dev. 2016;40(4):334–345.

[62] Loneliness and neuroendocrine, cardiovascular and inflammatory stress responses

Steptoe et al., 2004

Psychoneuroendocrinology. 2004;29(5):593–611.

[63] Loneliness as a determinant of allostatic load

Warren, 2025

Stress. 2025;28(1):2594067.

[64] Social network characteristics and salivary cortisol in healthy older people

Lai et al., 2012

ScientificWorldJournal. 2012;2012:929067.

[65] Comparative analysis of stress-inducible gene expression in murine immune cells

Koyanagi e Arimura, 2020

Immunol Invest. 2020;49(8):907–925.

[66] RTP801/REDD1: a stress management regulator that becomes a troublemaker in neurodegenerative disorders

Canal et al., 2014

Front Cell Neurosci. 2014;8:313.

[67] Dexamethasone represses mTOR signaling in muscle cells by inducing REDD1 expression

Wang et al., 2006

J Biol Chem. 2006;281(51):39128–39134.

[68] Stress-induced proteins RTP801 and RTP801L are negative regulators of mTOR signaling

Corradetti et al., 2005

J Biol Chem. 2005;280(11):9769–9772.

[69] Glucocorticoid-induced Dig2/RTP801/REDD1 mediates autophagy in lymphocytes

Molitoris et al., 2011

J Biol Chem. 2011;286(34):30181–30189.

[70] Rice Germ Attenuates Chronic Unpredictable Mild Stress-Induced Muscle Atrophy

Batsukh et al., 2023

Nutrients. 2023;15(12):2719.

[71] Glucocorticoid receptor activation reduces food intake independent of hyperglycemia in zebrafish

Nipu et al., 2022

Sci Rep. 2022;12:15677.

[72] Regulation of mTOR function in response to hypoxia by REDD1 and the TSC1/TSC2 tumor suppressor complex

Brugarolas et al., 2004

Genes Dev. 2004;18(23):2893–2904.

[73] Hypoxia regulates TSC1/2-mTOR signaling via REDD1-mediated 14-3-3 protein displacement

DeYoung et al., 2008

Genes Dev. 2008;22(2):239–251.

[74] The stress-responsive protein REDD1 and its physiological and pathological roles

Kim et al., 2023

Exp Mol Med. 2023;55(9):1933–1944.

[75] Inhibition of mTORC1 activity by REDD1 induction in multiple myeloma cells

Decaux et al., 2010

Cancer Sci. 2010;101(4):889–897.

[76] REDD1 attenuates cholestatic liver fibrosis via suppression of PI3K/AKT/mTOR signaling

Li et al., 2025

Front Med (Lausanne). 2025;12:1628260.

[77] RTP801 is a key mediator of cigarette smoke-induced lung injury via mTOR suppression

Yoshida et al., 2010

Nat Med. 2010;16(7):767–773.

[78] Acute inhibition of mTOR induces insulin resistance and alters substrate utilization in vivo

Kleinert et al., 2014

Mol Metab. 2014;3(6):630–641.

[79] Rapamycin-induced insulin resistance is mediated by mTORC2 loss and is separable from longevity

Lamming et al., 2012

Science. 2012;335(6076):1638–1643.

[80] Chronic mTOR inhibition by rapamycin induces muscle insulin resistance despite weight loss in rats

Deblon et al., 2012

Br J Pharmacol. 2012;165(7):2325–2340.

[81] Rapamycin impairs insulin signaling and glucose uptake in human adipocytes

Pereira et al., 2012

Mol Cell Endocrinol. 2012;355(1):96–105.

[82] Rapamycin induces glucose intolerance by reducing islet mass, insulin content, and insulin sensitivity

Yang et al., 2012

J Mol Med (Berl). 2012;90(5):575–585.