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Vitamina D e regolazione delle funzioni cellulari

La vitamina D svolge un ruolo essenziale nel metabolismo del calcio e nella salute ossea, ma partecipa anche alla regolazione di numerosi processi cellulari attraverso il recettore VDR. Le ricerche esplorano le sue interazioni con il sistema immunitario, l'infiammazione e la sensibilità insulinica, con risultati clinici non sempre uniformi. Nel libro «La scelta di Vivere in Salute o in Malattia», il dott. A. Colonnese e R. Panzironi approfondiscono questi meccanismi, distinguendo le funzioni biologiche documentate dalle potenziali applicazioni dell'integrazione.

Cita questo articolo
Colonnese, A. & Panzironi, R. (2026). Vitamina D e regolazione delle funzioni cellulari. La scelta di Vivere in Salute o in Malattia. https://lifesciencehub.info/it/la-scelta-di-vivere-in-salute-o-in-malattia/la-vitamina-d
La scelta di Vivere in Salute o in Malattia · ISBN 979-12-82692-02-1

DOI lsh.it.libro.25

  • Pubblicazione 03/11/2026
  • Aggiornamento 03/11/2026
  • VITAMINA D
  • RECETTORE VDR
  • INSULINO-RESISTENZA
  • PI3K/AKT/MTOR
  • REDD1

ABSTRACT

Vitamina D e regolazione immunometabolica: ruolo di VDR, PI3K/AKT/mTOR e AMPK nella salute cellulare

La vitamina D esercita funzioni che superano il metabolismo osseo, intervenendo nella regolazione immunitaria, energetica e cellulare. Nel libro "La scelta di Vivere in Salute o in Malattia", il Dott. A. Colonnese e R. Panzironi approfondiscono il ruolo del recettore VDR nei processi infiammatori, nella funzione cardiovascolare e nell'integrità delle barriere intestinali e respiratorie. La modulazione delle cellule immunitarie contribuisce all'equilibrio tra difesa e tolleranza, offrendo una possibile interpretazione delle associazioni tra insufficienza vitaminica, infiammazione cronica e autoimmunità.

Sul piano metabolico, la vitamina D può influenzare la funzione delle cellule β pancreatiche, la sensibilità insulinica e la risposta infiammatoria dei tessuti. I meccanismi sperimentali coinvolgono PI3K/AKT/mTOR, una via che coordina crescita e sopravvivenza cellulare. L'attivazione di VDR può aumentare REDD1, favorendo attraverso TSC1/TSC2 la limitazione dell'attività di mTOR e la regolazione dell'autofagia. Parallelamente, AMPK partecipa all'adattamento energetico, all'utilizzo del glucosio e all'ossidazione lipidica, in interazione con SIRT1 e mTOR.

Gli studi sull'integrazione riportano miglioramenti di alcuni parametri glicemici, della sensibilità insulinica e dei marcatori infiammatori, soprattutto in presenza di carenza iniziale. Metanalisi oncologiche segnalano una possibile riduzione della mortalità, senza una corrispondente diminuzione significativa dell'incidenza tumorale. Risultati sperimentali riguardano nefropatia diabetica, osteoartrite, steatosi epatica e modelli neoplastici, nei quali emergono effetti su infiammazione, autofagia e proliferazione. Ulteriori indagini esplorano possibili relazioni con Parkinson, autismo e ADHD, ancora bisognose di conferme cliniche.

Nel complesso, la vitamina D appare coinvolta in reti molecolari che collegano immunità, metabolismo e mantenimento cellulare. L'efficacia della supplementazione dipende tuttavia dallo stato iniziale, dal dosaggio, dalla durata e dalle condizioni individuali. Correggere carenze documentate rappresenta pertanto un obiettivo distinto dall'attribuire alla vitamina benefici terapeutici generalizzati. Le prospettive di ricerca richiedono di chiarire quali effetti sperimentali siano trasferibili alla pratica clinica, senza sostituire trattamenti consolidati. Particolare attenzione merita la distinzione tra modulazione dei pathway e risultati clinici verificabili.

Le sue proprietà

Per molti anni la vitamina D è stata considerata quasi esclusivamente una vitamina coinvolta nella salute dello scheletro. Il suo ruolo nel favorire l'assorbimento intestinale di calcio e fosforo e nel mantenere la corretta mineralizzazione ossea è indiscutibile. Con il progredire della ricerca scientifica, tuttavia, è emerso un quadro molto più ampio. Oggi la vitamina D è riconosciuta come una molecola regolatrice capace di influenzare numerosi organi e sistemi dell'organismo. La scoperta del recettore della vitamina D (Vitamin D Receptor, VDR) in cellule immunitarie, cardiache, endoteliali, pancreatiche e renali ha profondamente modificato la comprensione delle sue funzioni biologiche, suggerendo che il suo raggio d'azione si estenda ben oltre il metabolismo osseo (Młynarska et al., 2025) [1].

Per comprendere l'importanza di questa molecola si può immaginare l'organismo come una grande orchestra. Per molto tempo si è pensato che la vitamina D fosse semplicemente uno dei musicisti incaricati di una singola sezione. Le evidenze più recenti mostrano invece che essa assomiglia maggiormente a un direttore d'orchestra, capace di coordinare numerosi strumenti contemporaneamente affinché il risultato finale sia funzionale.

Uno degli ambiti in cui la vitamina D esercita le sue azioni più importanti è il sistema immunitario. Numerose cellule coinvolte nella difesa dell'organismo esprimono infatti il VDR e sono in grado di rispondere direttamente ai segnali mediati dalla vitamina D. Questo consente una regolazione estremamente raffinata dei processi immunitari, permettendo all'organismo di difendersi dagli agenti patogeni senza generare un'infiammazione eccessiva (Athanassiou et al., 2023) [2].

La vitamina D interviene sia nell'immunità innata sia in quella adattativa. A livello dell'immunità innata favorisce un comportamento più tollerogenico (favorisce la capacità del sistema immunitario di riconoscere e tollerare sostanze innocue) di monociti, macrofagi, cellule dendritiche e cellule natural killer. In particolare, riduce l'espressione di molecole coinvolte nella presentazione dell'antigene e limita la produzione di numerose citochine pro-infiammatorie, mentre favorisce la sintesi di mediatori antinfiammatori come l'interleuchina-10 (Athanassiou et al., 2023) [2]. Il risultato è una risposta immunitaria più controllata, capace di contrastare le minacce esterne senza alimentare inutilmente l'infiammazione.

Anche l'immunità adattativa viene influenzata in modo significativo. Le evidenze mostrano che la vitamina D favorisce il passaggio da una risposta immunitaria di tipo Th1, caratterizzata da una maggiore attività infiammatoria, verso una risposta Th2 più regolata. Parallelamente promuove la differenziazione delle cellule T regolatorie (Treg), fondamentali per il mantenimento della tolleranza immunologica (Athanassiou et al., 2023) [2]. In altre parole, la vitamina D contribuisce a impedire che il sistema immunitario perda la capacità di distinguere ciò che è utile da ciò che va eliminato.

Questa funzione assume rilevanza nelle malattie autoimmuni. Numerose osservazioni cliniche hanno documentato che bassi livelli di vitamina D sono frequentemente presenti in pazienti affetti da artrite reumatoide, lupus eritematoso, sindrome di Sjögren, spondilite anchilosante, artrite psoriasica, sclerosi sistemica e miopatie infiammatorie. In molte di queste condizioni, la carenza vitaminica risulta associata a una maggiore attività della malattia e a manifestazioni cliniche più severe (Athanassiou et al., 2023) [2].

Le proprietà immunologiche della vitamina D si estendono anche ai tessuti di barriera, ovvero quelle strutture che rappresentano il primo punto di contatto tra l'organismo e l'ambiente esterno. L'epitelio intestinale e quello respiratorio possono essere paragonati alle mura difensive di una città. Quando queste strutture mantengono la propria integrità, virus, batteri e altre sostanze potenzialmente dannose incontrano maggiori difficoltà a penetrare nei tessuti profondi. La vitamina D contribuisce a preservare questa funzione attraverso la regolazione delle giunzioni cellulari, della produzione di muco e dell'equilibrio del microbiota residente (Hamza et al., 2023) [3].

La relazione tra vitamina D e microbiota rappresenta uno dei campi di ricerca più promettenti degli ultimi anni. Attraverso la segnalazione mediata dal VDR, la vitamina D contribuisce al mantenimento dell'omeostasi microbica sia a livello intestinale sia a livello respiratorio. Quando questa regolazione viene meno, possono comparire fenomeni di disbiosi, aumento della permeabilità delle barriere epiteliali e attivazione di processi infiammatori cronici (Hamza et al., 2023) [3].

Un'altra importante proprietà della vitamina D riguarda la regolazione dei mastociti. Queste cellule immunitarie, particolarmente abbondanti nella cute, nelle mucose respiratorie e nel tratto gastrointestinale, svolgono un ruolo fondamentale sia nella difesa contro gli agenti infettivi sia nelle reazioni allergiche. Le evidenze mostrano che la vitamina D contribuisce a mantenere la stabilità funzionale dei mastociti, riducendo la loro tendenza a liberare grandi quantità di mediatori infiammatori come istamina, triptasi e citochine pro-infiammatorie (Mehrani et al., 2023) [4].

Tale meccanismo assume importanza durante le infezioni virali. Diversi studi hanno evidenziato che soggetti con bassi livelli di vitamina D presentano una maggiore suscettibilità alle infezioni e un rischio più elevato di sviluppare risposte infiammatorie eccessive. Al contrario, livelli adeguati di vitamina D favoriscono una risposta antivirale più efficiente attraverso l'induzione di peptidi antimicrobici e il potenziamento di meccanismi immunitari coinvolti nella produzione di interferoni antivirali (Mehrani et al., 2023) [4].

Le proprietà della vitamina D non si limitano al sistema immunitario. Il recettore VDR è infatti espresso anche nelle cellule del sistema cardiovascolare, inclusi cardiomiociti e cellule endoteliali. Questa osservazione ha portato allo sviluppo di numerosi studi che hanno indagato il ruolo della vitamina D nella salute cardiaca e vascolare (Anilkumar et al., 2024) [5].

Le evidenze precliniche indicano che la vitamina D è in grado di modulare numerose vie di segnalazione coinvolte nell'infiammazione, nello stress ossidativo e nel rimodellamento tissutale. Attraverso l'interazione con pathway quali PI3K/AKT/mTOR e AMPK, la vitamina D contribuisce a limitare processi associati a ipertrofia cardiaca, fibrosi e disfunzione vascolare; nei modelli sperimentali, la carenza di vitamina D è stata anche associata a disfunzione endoteliale, aumento della pressione arteriosa e compromissione della funzione cardiaca. Al contrario, la supplementazione ha mostrato la capacità di ridurre l'infiammazione, attenuare la fibrosi, limitare la formazione di placche aterosclerotiche e migliorare la funzionalità cardiovascolare complessiva (Anilkumar et al., 2024) [5].

Anche il metabolismo energetico sembra essere influenzato dalla vitamina D. Numerosi studi epidemiologici hanno evidenziato una relazione inversa tra i livelli circolanti di 25-idrossivitamina D e il rischio di sviluppare diabete mellito di tipo 2. Questo effetto appare correlato sia a un miglioramento della sensibilità insulinica sia a una migliore funzionalità delle cellule β pancreatiche, oltre che alla capacità della vitamina D di ridurre l'infiammazione cronica di basso grado e lo stress ossidativo (Młynarska et al., 2025) [1].

Nel loro insieme, queste osservazioni descrivono una molecola estremamente versatile, coinvolta nel mantenimento dell'equilibrio immunitario, dell'integrità delle barriere mucosali, della salute cardiovascolare e del corretto metabolismo energetico. La vitamina D emerge quindi non soltanto come un nutriente essenziale per la salute ossea, ma come uno dei più importanti regolatori biologici dell'organismo umano.

L’integrazione

Dopo aver compreso le numerose funzioni fisiologiche della vitamina D, sorge spontanea una domanda: se questa molecola partecipa a così tanti processi biologici, cosa accade quando una carenza viene corretta attraverso l'integrazione?

Con il progredire della ricerca è emerso che i benefici dell'integrazione sembrano infatti dipendere da molteplici fattori, tra cui lo stato vitaminico iniziale, la presenza di specifiche patologie, il dosaggio utilizzato e la durata dell'intervento. In altre parole, la vitamina D non appare come una terapia valida indistintamente per tutti, ma come uno strumento biologico che può esercitare effetti rilevanti quando viene impiegato nel contesto appropriato.

Uno dei campi più studiati riguarda il metabolismo del glucosio e la sensibilità insulinica. L'interesse nasce dall'osservazione che bassi livelli di vitamina D sono frequentemente riscontrati nei soggetti con obesità, sindrome metabolica, prediabete e diabete mellito di tipo 2. Questa associazione ha spinto i ricercatori a verificare se la correzione della carenza fosse in grado di modificare concretamente il funzionamento del metabolismo glucidico.

Per comprendere questi effetti è utile ricordare che il tessuto adiposo non rappresenta semplicemente un deposito di grasso. Oggi è considerato un vero organo endocrino, capace di produrre numerose molecole che influenzano il metabolismo, l'infiammazione e la sensibilità all'insulina. Quando il tessuto adiposo si espande eccessivamente, può sviluppare uno stato infiammatorio cronico associato a fenomeni di fibrosi che compromettono progressivamente la risposta dell'organismo all'insulina.

Uno studio condotto su soggetti sovrappeso e obesi con carenza di vitamina D ha mostrato che la supplementazione riduce significativamente l'espressione di geni coinvolti nei processi infiammatori e fibrotici del tessuto adiposo. Contestualmente è stata osservata una riduzione dell'accumulo di collagene e un miglioramento della sensibilità epatica all'insulina. Al contrario, i soggetti che non hanno ricevuto integrazione hanno manifestato un progressivo peggioramento dei parametri metabolici nel corso del tempo (Lontchi-Yimagou et al., 2020) [6].

L'aspetto particolarmente interessante di questo lavoro risiede nel fatto che i risultati ottenuti nell'uomo sono stati confermati anche in modelli animali geneticamente modificati. I topi privi del recettore della vitamina D negli adipociti sviluppavano infatti maggiore infiammazione, maggiore fibrosi del tessuto adiposo e una più marcata resistenza epatica all'insulina. Queste osservazioni suggeriscono che una parte importante degli effetti metabolici della vitamina D sia mediata direttamente dagli adipociti attraverso il recettore VDR (Lontchi-Yimagou et al., 2020) [6].

Le evidenze diventano ancora più robuste quando si analizzano le grandi metanalisi che riuniscono i risultati di numerosi studi clinici randomizzati. Una revisione comprendente oltre quattromila partecipanti ha evidenziato che la co-integrazione di vitamina D e calcio determina una riduzione significativa della glicemia a digiuno, dei livelli circolanti di insulina e dell'indice HOMA-IR, uno dei principali marker di insulino-resistenza (Asbaghi et al., 2019) [7].

L'analisi ha inoltre mostrato che i benefici tendono a essere maggiormente evidenti quando vengono utilizzati dosaggi relativamente elevati e quando l'intervento viene mantenuto per un periodo sufficientemente lungo. I risultati suggeriscono che la correzione della carenza possa contribuire a migliorare la capacità dell'organismo di utilizzare il glucosio e di rispondere efficacemente all'azione dell'insulina (Asbaghi et al., 2019) [7].

Ulteriori conferme provengono da una recente metanalisi che ha valutato gli effetti della supplementazione in soggetti affetti da diabete e prediabete. I risultati mostrano che l'integrazione di vitamina D è associata a una riduzione significativa dell'emoglobina glicata, della glicemia a digiuno, dell'insulina circolante e dell'HOMA-IR. Parallelamente è stato osservato un miglioramento della funzionalità delle cellule β pancreatiche, responsabili della sintesi e della secrezione di insulina (Bruna-Mejías et al., 2025) [8].

I benefici osservati non riguardano esclusivamente il metabolismo glucidico. La supplementazione è risultata associata anche a miglioramenti del profilo lipidico, con riduzioni del colesterolo LDL, del colesterolo totale e dei trigliceridi. Contemporaneamente è stata documentata una diminuzione della proteina C-reattiva, uno dei principali marcatori dell'infiammazione sistemica cronica; particolarmente interessante è il dato osservato nei soggetti con prediabete. In questa popolazione, l'integrazione di vitamina D è stata associata a una maggiore probabilità di ritorno alla normoglicemia, suggerendo che la correzione della carenza possa contribuire a rallentare o persino invertire alcune delle alterazioni metaboliche che precedono l'insorgenza del diabete conclamato (Bruna-Mejías et al., 2025) [8].

Un secondo settore che ha attirato notevole attenzione riguarda l'oncologia. Da molti anni studi osservazionali mostrano che individui con livelli più elevati di vitamina D tendono a presentare una prognosi migliore in diverse forme tumorali; una delle più ampie metanalisi disponibili ha analizzato i risultati di ventisei studi clinici randomizzati, valutando l'effetto della supplementazione di vitamina D sull'incidenza e sulla mortalità oncologica. I risultati hanno mostrato che l'integrazione non riduce in maniera significativa il numero complessivo di nuovi casi di cancro diagnosticati nella popolazione generale; lo stesso lavoro ha però evidenziato un dato estremamente interessante: la supplementazione risulta associata a una significativa riduzione della mortalità totale per cancro. In altre parole, la vitamina D non sembra impedire l'insorgenza delle neoplasie, ma potrebbe contribuire a migliorare la sopravvivenza dei pazienti che sviluppano la malattia (Guo et al., 2023) [9].

Conclusioni analoghe emergono da una seconda metanalisi che ha approfondito il ruolo delle diverse modalità di somministrazione. Anche in questo caso non è stata osservata una riduzione significativa dell'incidenza complessiva dei tumori, mentre è stata confermata una diminuzione della mortalità oncologica; un elemento particolarmente rilevante emerso da questa analisi riguarda la frequenza di assunzione. I maggiori benefici sembrano infatti associarsi alla supplementazione quotidiana, mentre i protocolli basati su grandi boli intermittenti mostrano risultati meno favorevoli. Questo suggerisce che il mantenimento costante di livelli fisiologici di vitamina D possa essere più importante rispetto alla semplice somministrazione occasionale di dosi molto elevate (Keum et al., 2022) [10].

Gli autori hanno inoltre osservato che l'obesità potrebbe attenuare parte degli effetti favorevoli della supplementazione. Una possibile spiegazione risiede nella capacità del tessuto adiposo di sequestrare la vitamina D, riducendone la biodisponibilità. A ciò si aggiunge il persistente stato infiammatorio tipico dell'obesità, che potrebbe interferire con alcuni dei meccanismi biologici attraverso cui la vitamina esercita le proprie azioni (Keum et al., 2022) [10].

Nel loro insieme, queste evidenze suggeriscono che i risultati migliori sembrano emergere nei soggetti realmente carenti e in specifici contesti patologici, in particolare quelli caratterizzati da alterazioni metaboliche, infiammazione cronica e aumentato rischio cardiometabolico. Quando la carenza viene corretta in modo appropriato, la vitamina D mostra la capacità di migliorare diversi aspetti del metabolismo glucidico, modulare l'infiammazione sistemica e contribuire a una migliore prognosi in alcune condizioni oncologiche.

Le patologie trattate

Dopo aver esaminato le proprietà biologiche della vitamina D e le evidenze relative alla sua integrazione, è naturale chiedersi in quali condizioni cliniche queste conoscenze trovino una possibile applicazione pratica. Negli ultimi anni la ricerca ha progressivamente ampliato il campo d'interesse della vitamina D, spostandolo dal tradizionale ambito scheletrico verso numerose patologie caratterizzate da infiammazione cronica, alterazioni immunitarie, disfunzioni metaboliche e processi degenerativi.

Uno degli ambiti più studiati è quello oncologico. L'interesse nasce dall'osservazione che molte cellule tumorali esprimono il recettore della vitamina D e mantengono almeno in parte la capacità di rispondere ai segnali biologici mediati da questa molecola. Ciò ha portato i ricercatori a ipotizzare che la vitamina D possa influenzare direttamente il comportamento delle cellule neoplastiche e, contemporaneamente, modulare la risposta immunitaria dell'organismo contro il tumore.

Un esempio particolarmente interessante proviene dai carcinomi squamocellulari della testa e del collo, tumori caratterizzati da elevata aggressività biologica e da una prognosi spesso sfavorevole nelle fasi avanzate. Studi sperimentali hanno dimostrato che la vitamina D è in grado di ridurre significativamente sia l'insorgenza sia la progressione tumorale. Parallelamente è stato osservato un marcato incremento dell'infiltrazione di cellule immunitarie antitumorali, tra cui linfociti T citotossici e cellule natural killer, accompagnato da una riduzione delle popolazioni cellulari che normalmente favoriscono l'immunosoppressione all'interno del microambiente tumorale (Brust et al., 2024) [11].

Le osservazioni effettuate sulle cellule tumorali hanno inoltre mostrato che la forma biologicamente attiva della vitamina D è capace di rallentare la proliferazione e la migrazione cellulare, due processi fondamentali per la crescita e la diffusione del tumore. A livello molecolare, tali effetti sembrano coinvolgere pathway centrali della carcinogenesi con diversi meccanismi associati all'infiammazione e all'ipossia tumorale; questi risultati risultano particolarmente interessanti perché suggeriscono che la vitamina D possa agire contemporaneamente su due fronti. Da un lato influenza direttamente la biologia delle cellule tumorali; dall'altro contribuisce a rendere il sistema immunitario più efficiente nel riconoscere e contrastare la crescita neoplastica. Sebbene siano necessari ulteriori studi clinici per confermare questi effetti nell'uomo, tali evidenze aiutano a comprendere perché la vitamina D sia oggi considerata un potenziale coadiuvante in ambito oncologico (Brust et al., 2024) [11].

Un secondo ambito di grande interesse riguarda il diabete mellito di tipo 2. Come già discusso nel paragrafo precedente, numerose evidenze collegano la carenza di vitamina D all'insulino-resistenza e alle alterazioni del metabolismo glucidico. Tuttavia, le conoscenze più recenti permettono oggi di comprendere meglio i meccanismi molecolari coinvolti.

La vitamina D esercita infatti i propri effetti su pancreas, muscolo scheletrico e tessuto adiposo attraverso il legame con il recettore VDR. Questo legame influenza numerose vie metaboliche, tra cui AMPK e mTOR, due sistemi di regolazione energetica fondamentali, affrontati abbondantemente nei capitoli precedenti, per il corretto utilizzo del glucosio. Attraverso tali meccanismi, la vitamina D favorisce l'ossidazione degli acidi grassi, migliora l'utilizzazione del glucosio e contribuisce a ridurre l'insulino-resistenza (Fuentes-Barría et al., 2025) [12].

Parallelamente, la vitamina D esercita un'importante azione antinfiammatoria. L'infiammazione cronica di basso grado rappresenta infatti uno degli elementi centrali nella fisiopatologia del diabete di tipo 2. Riducendo la produzione di citochine pro-infiammatorie e migliorando la funzione del tessuto adiposo, la vitamina D contribuisce a creare un ambiente metabolico più favorevole. Le implicazioni cliniche di questi meccanismi appaiono particolarmente rilevanti nella fase di prediabete; diversi studi suggeriscono che livelli adeguati di vitamina D siano associati a una minore probabilità di progressione verso il diabete conclamato e a una maggiore possibilità di ritorno a uno stato normoglicemico. Sebbene la vitamina D non possa essere considerata una terapia sostitutiva delle modifiche dello stile di vita, emerge sempre più chiaramente il suo ruolo come possibile fattore di supporto nella prevenzione e nella gestione della malattia metabolica (Fuentes-Barría et al., 2025) [12].

Quando il diabete persiste per molti anni, possono svilupparsi complicanze croniche che coinvolgono diversi organi. Tra queste, una delle più gravi è la nefropatia diabetica, attualmente considerata una delle principali cause di insufficienza renale cronica terminale nel mondo. La progressione del danno renale è sostenuta da molteplici fattori, tra cui iperglicemia persistente, infiammazione cronica, stress ossidativo e alterazioni dei sistemi intracellulari di regolazione energetica. In questo contesto, la vitamina D sembra esercitare effetti particolarmente interessanti. Studi sperimentali hanno dimostrato che il trattamento con vitamina D migliora numerosi parametri associati alla nefropatia diabetica, inclusi albuminuria, funzione renale, pressione arteriosa e marcatori infiammatori (Khodir et al., 2020) [13].

Uno degli aspetti più affascinanti riguarda il coinvolgimento dell'autofagia, un processo attraverso cui la cellula elimina componenti danneggiati e mantiene la propria efficienza funzionale. Nei reni colpiti da nefropatia diabetica questo meccanismo tende a essere compromesso. La vitamina D sembra favorire il ripristino dell'autofagia attraverso la modulazione della via mTOR, contribuendo così alla protezione delle cellule renali dai danni metabolici cronici (Khodir et al., 2020) [13].

Oltre alle patologie metaboliche, la vitamina D sta attirando crescente attenzione anche nell'ambito delle malattie neurodegenerative. Uno degli esempi più studiati è il morbo di Parkinson, una condizione caratterizzata dalla progressiva perdita dei neuroni dopaminergici e dalla comparsa di sintomi motori quali rigidità, lentezza dei movimenti e tremore. Negli ultimi anni è emerso che la neurodegenerazione non dipende esclusivamente dalla perdita neuronale, ma coinvolge anche importanti alterazioni immunitarie. In particolare, molti pazienti presentano uno squilibrio tra cellule Th17 pro-infiammatorie e cellule T regolatorie (Treg), una condizione che favorisce la neuroinfiammazione cronica (Li et al., 2025) [14].

La vitamina D sembra intervenire proprio su questo equilibrio immunologico. In pazienti affetti da Parkinson e contemporaneamente carenti di vitamina D, la supplementazione ha determinato una riduzione delle cellule Th17 e un aumento delle cellule Treg, riportando il rapporto tra queste popolazioni cellulari verso valori più vicini alla normalità. Parallelamente è stato osservato un miglioramento significativo della funzione motoria; gli autori ipotizzano che tali effetti possano essere collegati alla capacità della vitamina D di modulare la neuroinfiammazione, influenzare l'attività della microglia e limitare alcuni processi associati all'aggregazione dell'α-sinucleina, una delle proteine maggiormente coinvolte nella patogenesi della malattia (Li et al., 2025) [14].

L'interesse per il ruolo neurologico della vitamina D non si limita tuttavia alle malattie neurodegenerative dell'età adulta. Negli ultimi anni numerose ricerche hanno iniziato a esplorare il possibile coinvolgimento della vitamina D nei disturbi del neurosviluppo, in particolare nel disturbo dello spettro autistico e nel disturbo da deficit di attenzione e iperattività.

Questa linea di ricerca nasce dalla scoperta che il recettore della vitamina D è espresso in numerose regioni cerebrali coinvolte nello sviluppo neuronale, nella plasticità sinaptica e nella regolazione del comportamento. Studi sperimentali suggeriscono che la vitamina D partecipi alla regolazione di importanti neurotrasmettitori, tra cui dopamina, serotonina e glutammato, sistemi fondamentali per l'attenzione, il comportamento sociale e la modulazione emotiva (Ye et al., 2023) [15].

Nel contesto dell'autismo, diversi studi hanno osservato un'associazione tra bassi livelli di vitamina D e maggiore rischio di sviluppare il disturbo. Le evidenze disponibili suggeriscono che la vitamina D possa influenzare circuiti neuronali coinvolti nei comportamenti sociali attraverso la modulazione di pathway quali mTOR, il sistema endocannabinoide e la segnalazione mediata dall'ossitocina; anche nell'ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) sono state osservate associazioni tra carenza di vitamina D e alterazioni delle vie dopaminergiche e serotoninergiche che regolano attenzione, controllo degli impulsi e attività motoria. Sebbene le evidenze cliniche siano ancora preliminari, questi risultati stanno aprendo nuove prospettive di ricerca sul ruolo della vitamina D nello sviluppo e nel funzionamento del cervello umano (Ye et al., 2023) [15].

Le evidenze esaminate mostrano come la vitamina D possa intervenire su processi biologici comuni a numerose patologie, dall’infiammazione alla regolazione del metabolismo cellulare. Tra questi, un ruolo centrale appartiene alla sensibilità insulinica, che influenza l’equilibrio energetico di molti tessuti. Proprio questa relazione merita un approfondimento specifico, poiché permette di collegare i meccanismi molecolari descritti alle alterazioni metaboliche più diffuse. Ma attraverso quali processi la vitamina D può influenzare la risposta delle cellule all’insulina e contribuire al mantenimento dell’equilibrio glicemico?

Vitamina D e insulino-resistenza

Per comprendere questo legame, occorre partire da un processo fondamentale: la capacità delle cellule di riconoscere e utilizzare correttamente il segnale dell’insulina. Quando questa risposta si indebolisce, l’organismo può compensare aumentando la secrezione dell’ormone, favorendo nel tempo squilibri metabolici. La vitamina D potrebbe intervenire su diversi meccanismi coinvolti, modulando l’infiammazione, la funzione pancreatica e diverse vie di segnalazione cellulari.

L'insulino-resistenza può essere immaginata come una progressiva perdita di sensibilità dei tessuti periferici ai segnali inviati dall'insulina. In condizioni normali, questo ormone agisce come una chiave capace di aprire le porte delle cellule al glucosio. Quando compare insulino-resistenza, la serratura diventa progressivamente meno sensibile e il pancreas è costretto a produrre quantità sempre maggiori di insulina per ottenere lo stesso effetto metabolico. Con il passare degli anni, questo meccanismo compensatorio può favorire la comparsa di prediabete, diabete mellito di tipo 2 e numerose complicanze cardiovascolari e metaboliche.

Negli ultimi anni, numerosi studi epidemiologici hanno evidenziato una stretta relazione tra bassi livelli sierici di vitamina D e aumento dell'insulino-resistenza. Una delle più ampie revisioni sistematiche disponibili ha mostrato che i soggetti con concentrazioni più basse di 25-idrossivitamina D presentano livelli significativamente più elevati di glicemia a digiuno, insulina a digiuno e indice HOMA-IR, uno dei principali indicatori utilizzati per stimare la sensibilità insulinica; questa associazione appare biologicamente plausibile considerando che la vitamina D agisce in numerosi tessuti coinvolti nell'omeostasi glicemica. I recettori della vitamina D sono infatti espressi nelle cellule β pancreatiche, nel fegato, nel muscolo scheletrico e nel tessuto adiposo. Attraverso tali recettori, la vitamina D contribuisce a regolare la secrezione insulinica, il metabolismo del calcio intracellulare, l'espressione dei recettori insulinici e la sopravvivenza delle cellule β pancreatiche (Lei et al., 2023) [16].

Le evidenze epidemiologiche suggeriscono inoltre che la carenza di vitamina D non rappresenti soltanto una conseguenza delle alterazioni metaboliche associate all'obesità e al diabete, ma possa costituire essa stessa un fattore di rischio indipendente. In una vasta revisione a ombrello che ha sintetizzato i risultati di oltre settanta studi osservazionali, i soggetti con bassi livelli sierici di vitamina D presentavano un rischio significativamente maggiore di sviluppare diabete mellito di tipo 2 rispetto agli individui con concentrazioni adeguate; particolarmente interessante è il fatto che questa associazione è rimasta significativa anche dopo numerose analisi di sensibilità, suggerendo che l'ipovitaminosi D possa contribuire direttamente alla fisiopatologia del diabete (Cheng et al., 2024) [17].

Quando si passa dagli studi osservazionali agli studi di intervento, emerge un quadro altrettanto interessante. Nei pazienti affetti da diabete mellito di tipo 2, la supplementazione di vitamina D è stata associata a miglioramenti significativi della glicemia a digiuno, dell'emoglobina glicata, dell'insulinemia e dell'indice HOMA-IR. Tuttavia, uno degli aspetti più importanti emersi dalla letteratura riguarda il ruolo dello stato vitaminico basale.

Le analisi più recenti mostrano infatti che i maggiori benefici si osservano nei soggetti che presentano una reale carenza di vitamina D prima dell'inizio della supplementazione. Nei soggetti normovitaminici, invece, gli effetti tendono a essere più modesti o talvolta assenti. Questo comportamento ha portato alcuni autori a descrivere la vitamina D come un vero e proprio "nutriente soglia", il cui beneficio metabolico emerge principalmente quando viene corretta una condizione di insufficienza preesistente (Cheng et al., 2024) [17].

L'importanza di questo concetto diventa particolarmente evidente nel prediabete, una condizione intermedia caratterizzata da alterazioni glicemiche ancora reversibili. In questa fase, il pancreas mantiene generalmente una discreta capacità di compensazione e il danno metabolico non è ancora completamente consolidato. Ciò rende il prediabete una finestra temporale particolarmente favorevole agli interventi preventivi.

Una recente revisione sistematica comprendente tredici studi clinici randomizzati ha evidenziato che la supplementazione di vitamina D nei soggetti con prediabete determina una significativa riduzione della glicemia a digiuno, dell'emoglobina glicata e dei valori ottenuti mediante test da carico orale di glucosio. Nel loro insieme, questi risultati suggeriscono che la correzione della carenza vitaminica possa contribuire a rallentare o ridurre la progressione verso il diabete conclamato; dal punto di vista fisiopatologico, tali benefici sembrano derivare da una combinazione di meccanismi complementari. La vitamina D aumenta l'espressione dei recettori insulinici, migliora la sensibilità periferica all'insulina, regola il metabolismo intracellulare del calcio e contribuisce a ridurre lo stato infiammatorio cronico di basso grado che accompagna frequentemente l'insulino-resistenza (Hassan et al., 2024) [18].

Un aspetto particolarmente interessante riguarda il rapporto tra dosaggio e risposta metabolica. Per molti anni si è ipotizzato che dosaggi sempre più elevati di vitamina D producessero necessariamente effetti metabolici superiori. Le evidenze più recenti mostrano invece un quadro più complesso.

Una metanalisi di rete comprendente quaranta studi clinici randomizzati ha dimostrato che dosaggi molto elevati aumentano in maniera più marcata le concentrazioni sieriche di vitamina D, ma non sempre producono benefici proporzionalmente superiori sui parametri glicemici. In alcuni casi, dosaggi bassi o moderati hanno mostrato effetti particolarmente favorevoli sull'emoglobina glicata e sui livelli di insulina a digiuno. Questi risultati suggeriscono che il raggiungimento di livelli fisiologicamente adeguati di vitamina D possa essere più importante del semplice aumento indiscriminato delle concentrazioni sieriche. Ancora una volta emerge il concetto secondo cui la vitamina D sembra agire principalmente come regolatore metabolico, piuttosto che come agente farmacologico tradizionale dotato di una risposta strettamente dose-dipendente (Zhang et al., 2025) [19].

L'influenza della vitamina D sull'insulino-resistenza appare particolarmente evidente anche nelle popolazioni pediatriche affette da sovrappeso e obesità. In questi soggetti la carenza di vitamina D è estremamente frequente, probabilmente a causa del sequestro della vitamina all'interno del tessuto adiposo e della conseguente riduzione della sua biodisponibilità sistemica.

Una recente metanalisi di rete condotta su bambini e adolescenti con sovrappeso o obesità ha evidenziato che la supplementazione di vitamina D determina miglioramenti significativi dell'indice HOMA-IR e della proteina C-reattiva, uno dei principali marcatori dell'infiammazione sistemica. I benefici più evidenti sono stati osservati nei protocolli che utilizzavano dosaggi elevati, probabilmente necessari per compensare la minore disponibilità biologica della vitamina nei soggetti con elevata massa adiposa. Queste osservazioni risultano particolarmente importanti perché confermano come insulino-resistenza, infiammazione cronica e carenza di vitamina D rappresentino fenomeni strettamente interconnessi sin dalle prime fasi della vita. Intervenire precocemente su questi fattori potrebbe contribuire a ridurre il rischio di sviluppare patologie metaboliche croniche nell'età adulta (Zhu et al., 2024) [20].

Le evidenze analizzate mostrano come la vitamina D possa contribuire alla regolazione della sensibilità insulinica attraverso diversi meccanismi cellulari. Tra questi, assumono particolare importanza il controllo dell'infiammazione, la funzione pancreatica e l'equilibrio dei segnali metabolici. Tuttavia, per comprendere meglio questa relazione, occorre approfondire uno dei principali sistemi che coordinano tali processi: il pathway PI3K/AKT/mTOR. Proprio la sua attività potrebbe rappresentare un punto di collegamento tra carenza di vitamina D, alterazioni del metabolismo energetico e sviluppo dell'insulino-resistenza nei diversi tessuti dell'organismo.

Vitamina D e la via PI3K/AKT/mTOR

Se esiste un elemento che emerge con particolare forza dalla letteratura scientifica più recente sulla vitamina D, è il suo stretto rapporto con il pathway PI3K/AKT/mTOR. Nel corso degli ultimi anni, infatti, numerosi studi hanno dimostrato che molte delle proprietà attribuite alla vitamina D sembrano convergere proprio su questo sistema di regolazione cellulare. Per comprendere l'importanza di tale relazione è utile ricordare che mTOR, acronimo di Mammalian Target of Rapamycin, rappresenta una sorta di centrale operativa metabolica della cellula. Attraverso la sua modulazione, la cellula decide se crescere, proliferare, sintetizzare proteine, accumulare energia oppure attivare meccanismi di riparazione e riciclo intracellulare come l'autofagia.

Quando questo sistema funziona correttamente, l'organismo riesce ad adattarsi in modo efficiente ai cambiamenti dell'ambiente interno ed esterno. Quando invece mTOR rimane eccessivamente attivo o eccessivamente inibito per lunghi periodi, possono comparire numerose patologie, tra cui diabete, obesità, malattie degenerative, tumori e processi di invecchiamento accelerato. In questo contesto, la vitamina D emerge come uno dei regolatori più interessanti del pathway, capace di influenzarne l'attività in modo dinamico e dipendente dal contesto biologico.

Uno degli esempi più chiari di questa funzione regolatoria proviene dall'osteoartrite. Per molti anni questa malattia è stata considerata una semplice conseguenza dell'usura articolare. Oggi sappiamo invece che la progressione della patologia coinvolge complessi meccanismi cellulari che interessano direttamente la sopravvivenza dei condrociti, le cellule responsabili del mantenimento della cartilagine articolare.

All'interno dei condrociti, l'autofagia svolge una funzione essenziale. Questo processo può essere paragonato a un sistema interno di raccolta e riciclaggio dei rifiuti cellulari. Quando l'autofagia funziona correttamente, proteine danneggiate e organelli deteriorati vengono eliminati e sostituiti. Quando invece il sistema rallenta, le cellule iniziano ad accumulare danni che favoriscono apoptosi e degenerazione tissutale.

Le evidenze sperimentali mostrano che la vitamina D è in grado di attivare l'autofagia nei condrociti attraverso la modulazione dell'asse AMPK/mTOR. In particolare, la vitamina D aumenta l'attività di AMPK, uno dei principali sensori energetici cellulari, e contemporaneamente riduce l'attività di mTOR. Questa combinazione favorisce l'attivazione del programma autofagico, aumenta la formazione di autofagolisosomi (strutture cellulari che degradano e riciclano componenti danneggiati o inutili) e riduce significativamente la morte cellulare programmata dei condrociti (Liu et al., 2024) [21].

Il risultato finale è una migliore conservazione della matrice extracellulare e una riduzione della degradazione cartilaginea. In altre parole, la vitamina D sembra contribuire a mantenere attivi i meccanismi di manutenzione cellulare che permettono ai condrociti di sopravvivere agli stress metabolici e infiammatori associati all'osteoartrite (Liu et al., 2024) [21].

La relazione tra vitamina D e mTOR emerge anche nel tessuto adiposo, uno degli organi metabolici più importanti dell'organismo. Negli ultimi anni è diventato evidente che il grasso corporeo non rappresenta semplicemente un deposito energetico, ma un tessuto altamente dinamico capace di comunicare con cervello, fegato, muscoli e sistema immunitario.

In questo contesto, la vitamina D sembra influenzare il comportamento degli adipociti (cellule del tessuto adiposo che accumulano grassi come riserva di energia) attraverso la modulazione dell'asse PI3K/AKT/mTOR/p53. Studi sperimentali hanno dimostrato che la vitamina D3 è in grado di ridurre l'attivazione della cascata PI3K/Akt/mTOR e contemporaneamente aumentare la segnalazione mediata da p53, una proteina strettamente coinvolta nel controllo dello stress cellulare e dell'integrità genomica; parallelamente è stato osservato un aumento dell'attività autofagica e una significativa riduzione dell'accumulo lipidico. Nei modelli animali alimentati con diete ricche di grassi, la supplementazione di vitamina D3 ha inoltre limitato l'aumento ponderale e modificato l'espressione di numerosi geni coinvolti nel metabolismo adiposo (Zhao e Qin, 2022) [22].

Questi risultati suggeriscono che la vitamina D possa contribuire al mantenimento dell'omeostasi energetica attraverso una regolazione fine dei processi metabolici controllati da mTOR. Ancora una volta emerge un concetto fondamentale: l'obiettivo non sembra essere l'inibizione indiscriminata del pathway, ma il suo riequilibrio verso condizioni fisiologiche più favorevoli.

Questa interpretazione trova ulteriore conferma negli studi sul diabete mellito. In tale contesto, l'iperattivazione cronica di mTORC1 rappresenta uno dei principali meccanismi coinvolti nello sviluppo dell'insulino-resistenza. Quando mTORC1 rimane costantemente attivo, la trasmissione del segnale insulinico diventa progressivamente meno efficiente, favorendo iperglicemia, infiammazione cronica e danno vascolare.

Secondo le evidenze più recenti, la vitamina D esercita una parte importante dei propri effetti metabolici proprio attraverso la modulazione negativa di mTOR. Uno dei meccanismi più studiati coinvolge l'aumento dell'espressione di REDD1, una proteina capace di attivare il complesso TSC1/TSC2, noto soppressore fisiologico di mTOR. Attraverso questa sequenza di eventi, la vitamina D contribuisce a limitare l'eccessiva attività di mTORC1 e a ristabilire una migliore sensibilità insulinica; parallelamente sono stati osservati miglioramenti dell'autofagia, riduzione dello stress ossidativo e attenuazione dei processi infiammatori. Gli autori suggeriscono inoltre che la co-integrazione di vitamina D e L-cisteina potrebbe amplificare questi effetti grazie a un'azione sinergica sulla riduzione dei ROS e sulla down-regolazione del pathway mTOR (Stevens et al., 2025) [23].

Se nelle malattie metaboliche la vitamina D contribuisce principalmente a contenere l'iperattivazione patologica di mTOR, in oncologia questa funzione assume implicazioni ancora più profonde. Le cellule tumorali dipendono infatti da pathway come PI3K/AKT/mTOR per sostenere la propria crescita, il metabolismo energetico e la capacità di sopravvivere in condizioni ambientali sfavorevoli.

Uno degli esempi più significativi proviene dal carcinoma polmonare non a piccole cellule. In questo tumore, la vitamina D ha dimostrato la capacità di ridurre l'attività della via PI3K/AKT/mTOR sia in vitro sia nei modelli animali. Tale effetto si accompagna a una marcata riduzione della glicolisi tumorale, fenomeno noto come effetto Warburg che rappresenta una delle caratteristiche distintive delle cellule neoplastiche. Invece di utilizzare prevalentemente la respirazione mitocondriale, queste cellule consumano enormi quantità di glucosio convertendolo rapidamente in lattato, ottenendo così i substrati necessari per sostenere una proliferazione accelerata. La vitamina D riduce l'espressione di enzimi chiave di questo processo, tra cui GLUT1 ed altri enzimi glicolitici, limitando la disponibilità energetica necessaria alla crescita tumorale (Yiyan et al., 2022) [24].

Un quadro analogo emerge nel carcinoma della vescica. Anche in questo caso la vitamina D esercita effetti significativi sul metabolismo tumorale attraverso la modulazione del pathway AKT/mTOR. Le cellule trattate con vitamina D mostrano una riduzione del consumo di glucosio, della produzione di lattato e dei livelli intracellulari di ATP, segni evidenti di una soppressione dell'effetto Warburg; ancora più interessante è il fatto che tali modificazioni metaboliche si accompagnano a una maggiore sensibilità al cisplatino, uno dei principali farmaci utilizzati nel trattamento del carcinoma della vescica. La vitamina D aumenta infatti l'apoptosi cellulare e riduce l'espressione di proteine associate alla chemioresistenza, suggerendo un possibile ruolo come agente adiuvante nelle terapie oncologiche (Zhou et al., 2026) [25].

Osservando nel loro insieme queste evidenze emerge un quadro estremamente coerente. In tessuti diversi e in condizioni patologiche molto differenti tra loro, la vitamina D sembra agire come un sofisticato regolatore della segnalazione mTOR. Quando il pathway risulta eccessivamente attivo, come nel diabete o in molte neoplasie, la vitamina D tende a ridurne l'attività. Quando invece è necessario favorire processi di riparazione cellulare e mantenimento dell'omeostasi, la sua azione sull'asse AMPK/mTOR promuove l'autofagia e i meccanismi di protezione intracellulare.

Più che un semplice inibitore di mTOR, la vitamina D appare quindi come un modulatore fisiologico dell'intero sistema. La sua funzione sembra essere quella di riportare il metabolismo cellulare verso una condizione di equilibrio, favorendo la sopravvivenza delle cellule sane e limitando, al tempo stesso, i programmi metabolici che sostengono infiammazione cronica, degenerazione tissutale e crescita tumorale.

Vitamina D, REDD1 e mTOR

Se il rapporto tra vitamina D e mTOR rappresenta uno dei temi più affascinanti emersi dalla ricerca degli ultimi anni, la scoperta del ruolo di REDD1, noto anche come DDIT4 (DNA Damage-Inducible Transcript 4), ha permesso di comprendere con maggiore precisione il meccanismo molecolare che collega questi due protagonisti della fisiologia cellulare. Per lungo tempo gli effetti antiproliferativi, immunomodulatori e metabolici della vitamina D sono stati osservati in numerosi modelli sperimentali senza che fosse del tutto chiaro quale fosse il collegamento intracellulare responsabile di tali azioni. Oggi sappiamo che una parte significativa di questi effetti converge proprio sull'asse vitamina D–VDR–REDD1–mTOR.

Per comprendere l'importanza di questa scoperta è utile ricordare che REDD1, come abbiamo già visto all’interno del Capitolo 4 dedicato al pathway dell’insulina, è una proteina prodotta dalla cellula in risposta a condizioni di stress. Il suo compito principale consiste nel limitare l'attività di mTORC1 quando la crescita cellulare potrebbe risultare dannosa o energeticamente svantaggiosa. In altre parole, se mTOR può essere paragonato all'acceleratore metabolico della cellula, REDD1 rappresenta uno dei principali sistemi frenanti incaricati di impedire che tale accelerazione diventi eccessiva.

Le prime evidenze che hanno collegato direttamente la vitamina D a questo meccanismo hanno mostrato che la forma biologicamente attiva della vitamina D, la 1,25-diidrossivitamina D3, è in grado di aumentare l'espressione di REDD1 e di conseguenza ridurre l'attività di mTOR. Questo effetto si è rivelato talmente importante che il silenziamento sperimentale di REDD1 è risultato sufficiente ad abolire completamente gli effetti antiproliferativi della vitamina D, indicando che questa proteina costituisce uno dei principali mediatori biologici attraverso cui l'ormone esercita le proprie funzioni regolatorie (Lisse e Hewison, 2011) [26].

Successivamente, studi più approfonditi hanno dimostrato che REDD1 non rappresenta semplicemente una proteina influenzata indirettamente dalla vitamina D, ma costituisce un vero e proprio bersaglio genomico diretto del recettore della vitamina D (VDR). Quando la vitamina D entra nella cellula e si lega al VDR, il complesso attivato raggiunge il nucleo e si lega direttamente alle regioni regolatorie del gene REDD1, inducendone la trascrizione. L'aumento di REDD1 determina quindi l'attivazione del complesso TSC1/TSC2, che a sua volta blocca Rheb, la principale proteina responsabile dell'attivazione di mTORC1. Il risultato finale è una riduzione della fosforilazione di S6K1 (un enzima attivato da mTORC1) e una diminuzione della proliferazione cellulare (Lisse et al., 2011) [27].

Questa scoperta ha avuto un impatto considerevole perché ha fornito una spiegazione unificante a numerosi effetti biologici della vitamina D precedentemente considerati indipendenti tra loro. Invece di agire attraverso molteplici vie separate, la vitamina D sembra utilizzare REDD1 come una sorta di nodo centrale capace di coordinare crescita cellulare, metabolismo energetico, autofagia e risposta allo stress (Lisse et al., 2011) [27].

Uno degli ambiti in cui questo meccanismo appare particolarmente rilevante è il diabete mellito. L'iperglicemia cronica tende, infatti, ad alterare profondamente l'equilibrio del pathway mTOR, favorendone un'attivazione persistente. Nelle cellule mesangiali renali esposte a elevate concentrazioni di glucosio è stata osservata una significativa riduzione di REDD1 accompagnata da un incremento dell'attività di Rheb, mTOR. Tale alterazione promuove la proliferazione cellulare e contribuisce alla progressione della nefropatia diabetica.

La somministrazione di vitamina D attiva è risultata capace di invertire queste modificazioni. L'aumento di REDD1 indotto dal VDR determina infatti la riattivazione dell'asse TSC2-mTOR, riducendo la proliferazione delle cellule mesangiali e migliorando numerosi parametri strutturali e funzionali del rene diabetico. Tra questi figurano la riduzione dell'albuminuria, il miglioramento dell'architettura glomerulare e la diminuzione dello spessore della membrana basale glomerulare (Wang et al., 2016) [28].

L'importanza di REDD1 in questo contesto è stata ulteriormente confermata da studi che hanno utilizzato tecniche di sovraespressione e silenziamento genico. Quando REDD1 viene artificialmente aumentato, la proliferazione cellulare si riduce anche in assenza della vitamina D. Al contrario, quando questa proteina viene silenziata, gli effetti benefici della vitamina D sulla via mTOR scompaiono quasi completamente. Ciò dimostra che REDD1 non rappresenta un semplice marcatore biologico della risposta alla vitamina D, ma un elemento funzionalmente indispensabile per la sua azione antiproliferativa (Chen et al., 2018) [29].

Un meccanismo analogo è stato osservato anche nelle cellule β pancreatiche, responsabili della produzione di insulina. L'iperglicemia cronica induce una riduzione di REDD1 e TSC1/TSC2 accompagnata da una marcata attivazione dell'asse mTOR. Questo squilibrio favorisce l'attivazione di proteine pro-apoptotiche e accelera la perdita delle cellule β, uno degli eventi fondamentali nella progressione del diabete mellito.

La vitamina D attiva è risultata capace di ripristinare l'espressione di REDD1 e dei complessi TSC, riducendo l'attività di mTOR e limitando l'attivazione dei segnali apoptotici. In questo modo la vitamina D contribuisce a preservare la sopravvivenza delle cellule β e a contrastare gli effetti tossici dell'iperglicemia cronica (Yang et al., 2015) [30].

L'importanza dell'asse vitamina D–REDD1–mTOR emerge con particolare evidenza anche in oncologia. Le cellule tumorali dipendono infatti da una costante attivazione di mTOR per sostenere crescita, sintesi proteica e adattamento metabolico. In numerose neoplasie è stata osservata una riduzione dell'espressione di REDD1, suggerendo la perdita di un importante meccanismo fisiologico di controllo della proliferazione.

Nel carcinoma squamocellulare cutaneo, ad esempio, la vitamina D induce direttamente l'espressione di REDD1 attraverso il recettore VDR. L'aumento di questa proteina determina una riduzione dell'attività di mTORC1, favorisce l'autofagia e limita la proliferazione cellulare. Questo meccanismo sembra inoltre migliorare la risposta al danno del DNA provocato dalle radiazioni ultraviolette, contribuendo alla protezione della stabilità genomica (Vishlaghi e Lisse, 2020) [31].

Ulteriori studi hanno confermato che REDD1 agisce come vero e proprio oncosoppressore nel carcinoma squamocellulare. Le cellule tumorali che esprimono bassi livelli di REDD1 mostrano infatti maggiore attività di mTORC1, riduzione dell'autofagia e crescita più rapida. Al contrario, l'induzione di REDD1 da parte della vitamina D comporta una marcata riduzione della proliferazione cellulare e una significativa diminuzione della crescita tumorale nei modelli animali (Zhang et al., 2019) [32].

L'asse VDR-REDD1-mTOR non sembra tuttavia limitarsi ai tumori e al metabolismo glucidico. Studi condotti sulla cute e sui follicoli piliferi hanno dimostrato che REDD1 rappresenta un bersaglio diretto del VDR anche durante i processi di differenziazione epidermica e riparazione tissutale. Nei modelli animali privi di recettore della vitamina D, la deregolazione di REDD1 si associa a difetti del ciclo follicolare, alopecia e rallentamento della guarigione delle ferite, evidenziando il ruolo fondamentale di questo pathway nel mantenimento dell'omeostasi cutanea (Zhao et al., 2016) [33].

Le ricerche più recenti hanno infine ampliato ulteriormente il quadro biologico di REDD1. Nelle cellule di osteosarcoma umano è stato osservato che la vitamina D modifica profondamente il metabolismo mitocondriale, riducendo la produzione di specie reattive dell'ossigeno e promuovendo meccanismi di adattamento allo stress. In questo contesto, REDD1 assume un ruolo particolarmente interessante poiché la sua localizzazione intracellulare sembra essere regolata direttamente dallo stato funzionale dei mitocondri. Quando la vitamina D induce una depolarizzazione controllata della membrana mitocondriale, REDD1 viene rilasciato nel citoplasma, dove può esercitare pienamente la propria azione inibitoria su mTORC1 (Quigley et al., 2022) [34].

Questo fenomeno suggerisce che REDD1 non rappresenti soltanto un regolatore della crescita cellulare, ma anche un importante sensore metabolico capace di integrare informazioni provenienti dal metabolismo energetico, dallo stress ossidativo e dalla funzione mitocondriale. Attraverso questo sistema, la vitamina D sembra promuovere una condizione metabolica caratterizzata da minore produzione di radicali liberi, maggiore efficienza dei meccanismi di riparazione cellulare e riduzione dei segnali proliferativi associati alla trasformazione neoplastica (Quigley et al., 2022) [34].

Considerando nel loro insieme tutte queste evidenze, emerge un quadro sorprendentemente coerente. REDD1 appare come il principale ponte molecolare attraverso cui la vitamina D esercita gran parte delle proprie azioni biologiche più profonde. Attraverso l'attivazione del recettore VDR, la vitamina D aumenta l'espressione di REDD1, che a sua volta attiva il complesso TSC1/TSC2 e riduce l'attività di mTOR. Questa sequenza di eventi influenza processi fondamentali quali proliferazione cellulare, autofagia, metabolismo energetico, risposta allo stress, sopravvivenza cellulare e controllo tumorale. Più che un semplice nutriente coinvolto nel metabolismo osseo, la vitamina D emerge quindi come un sofisticato regolatore dell'omeostasi cellulare, capace di utilizzare REDD1 come snodo centrale per coordinare alcune delle più importanti decisioni metaboliche della cellula.

Vitamina D, AMPK e mTOR

Se REDD1 rappresenta uno dei principali sistemi attraverso cui la vitamina D regola direttamente l'attività di mTOR, esiste un secondo grande asse biologico che contribuisce a spiegare gran parte dei suoi effetti metabolici: la via di segnalazione mediata da AMPK. Negli ultimi anni, infatti, numerose ricerche hanno evidenziato come la vitamina D sia in grado di influenzare profondamente questo sensore energetico cellulare, creando un collegamento diretto tra disponibilità energetica, metabolismo, autofagia e sopravvivenza cellulare.

Per comprendere l'importanza di questa relazione è utile ricordare che AMPK, acronimo di Adenosine Monophosphate-Activated Protein Kinase, svolge il ruolo di vero e proprio misuratore energetico della cellula. Quando le riserve energetiche diminuiscono, AMPK viene attivata e induce una serie di adattamenti finalizzati al risparmio energetico e alla produzione di nuova energia. Parallelamente, tende a limitare i processi anabolici ad elevato consumo energetico, molti dei quali sono controllati direttamente da mTOR.

In termini semplici, se mTOR può essere paragonato al pedale dell'acceleratore che promuove crescita, sintesi proteica e proliferazione cellulare, AMPK rappresenta il sistema che valuta se la cellula dispone realmente del carburante necessario per sostenere tale accelerazione. La vitamina D sembra inserirsi proprio in questo delicato equilibrio, contribuendo a coordinare le attività di entrambi i sistemi.

Le evidenze più recenti indicano che l'attivazione del recettore della vitamina D è in grado di stimolare direttamente AMPK in numerosi tessuti metabolicamente attivi, inclusi fegato, muscolo scheletrico, tessuto adiposo e pancreas. Attraverso questa attivazione, la vitamina D favorisce l'ossidazione degli acidi grassi, migliora l'utilizzazione del glucosio e riduce l'accumulo lipidico intracellulare. Parallelamente, la maggiore attività di AMPK contribuisce a limitare l'eccessiva attivazione di mTOR, migliorando la sensibilità insulinica e contrastando l'insulino-resistenza; questo meccanismo assume particolare rilevanza nel diabete mellito di tipo 2, una condizione caratterizzata da profonda alterazione dell'omeostasi energetica cellulare. In tale contesto, l'attivazione di AMPK da parte della vitamina D sembra contribuire al miglioramento del metabolismo glucidico non soltanto attraverso l'aumento dell'assorbimento di glucosio, ma anche mediante una più efficiente utilizzazione degli acidi grassi e una riduzione dell'infiammazione sistemica cronica (Fuentes-Barría et al., 2025) [12].

L'importanza di questo asse emerge ancora più chiaramente osservando quanto accade nel fegato durante la steatosi epatica non alcolica. Questa patologia, oggi considerata una delle più frequenti manifestazioni della sindrome metabolica, è caratterizzata da accumulo progressivo di grasso all'interno degli epatociti, accompagnato da stress ossidativo, infiammazione e alterazioni della funzione mitocondriale.

In modelli sperimentali di steatosi epatica, la forma attiva della vitamina D ha dimostrato di ridurre significativamente l'accumulo intracellulare di trigliceridi, la produzione di specie reattive dell'ossigeno e il danno cellulare indotto dalla lipotossicità. Parallelamente è stato osservato un marcato incremento dell'espressione di SIRT1 (un enzima che regola il metabolismo energetico) e della fosforilazione di AMPK, suggerendo l'attivazione di una risposta coordinata finalizzata al ripristino dell'equilibrio metabolico cellulare (Chang, 2024) [35].

L'influenza della vitamina D sull'asse AMPK non si limita tuttavia al metabolismo epatico. Recentemente è emerso che questa via di segnalazione svolge un ruolo fondamentale anche nella regolazione dell'ecosistema intestinale. L'intestino rappresenta infatti una delle principali interfacce tra organismo e ambiente esterno, ospitando trilioni di microrganismi che influenzano metabolismo, immunità e infiammazione sistemica.

Nei modelli animali di diabete tipo 2, la carenza di vitamina D si associa a profonde alterazioni del microbiota intestinale, aumento della permeabilità della barriera intestinale, endotossinemia (presenza nel sangue di endotossine, sostanze prodotte da alcuni batteri) e incremento dello stress ossidativo. Il trattamento con vitamina D attivata è risultato capace di migliorare significativamente questi parametri, riducendo l'infiammazione sistemica e favorendo il ripristino dell'integrità della barriera intestinale; anche in questo caso, uno dei principali meccanismi coinvolti sembra essere rappresentato dall'attivazione coordinata di SIRT1 e AMPK. L'aumento della fosforilazione di AMPK osservato negli animali trattati si associa infatti a una riduzione dello stress ossidativo, a una migliore funzione antiossidante e a un significativo miglioramento del controllo glicemico. Questi risultati suggeriscono che la vitamina D possa esercitare parte dei propri effetti metabolici attraverso una complessa comunicazione tra microbiota, intestino e metabolismo energetico cellulare (Zhang et al., 2025) [36].

L'interazione tra vitamina D, AMPK e mTOR assume particolare rilevanza anche nei processi di autofagia. Come già discusso precedentemente, l'autofagia rappresenta uno dei principali sistemi di manutenzione cellulare. Attraverso questo meccanismo la cellula elimina proteine danneggiate, organelli difettosi e componenti non più funzionali, preservando la propria integrità biologica. Nell'osteoartrite, una patologia caratterizzata dalla progressiva degenerazione della cartilagine, la riduzione dell'autofagia contribuisce direttamente alla morte dei condrociti e alla perdita della matrice extracellulare. Studi recenti hanno dimostrato che la vitamina D è in grado di riattivare l'autofagia attraverso l'attivazione di AMPK e la contemporanea inibizione di mTOR. Questo determina un aumento della formazione di autofagosomi e lisosomi funzionali, riducendo l'apoptosi condrocitaria e rallentando la degenerazione articolare; questi risultati sono particolarmente interessanti perché mostrano come la vitamina D non agisca semplicemente come regolatore del metabolismo energetico, ma anche come promotore dei processi di riparazione e manutenzione cellulare. Attraverso l'asse AMPK/mTOR, la vitamina D favorisce infatti una condizione fisiologica che consente alle cellule di affrontare meglio gli stress metabolici e infiammatori associati all'invecchiamento e alle malattie croniche (Liu et al., 2024) [21].

L'importanza di questo meccanismo emerge con forza anche in oncologia. Le cellule tumorali dipendono frequentemente da un'elevata attività di mTOR e da una profonda riorganizzazione del metabolismo energetico per sostenere la crescita incontrollata. In questo contesto, la vitamina D sembra esercitare effetti particolarmente interessanti attraverso la modulazione dell'asse p53–AMPK–mTOR.

Nel carcinoma gastrico, la vitamina D3 promuove l'autofagia cellulare attraverso l'attivazione di p53 e AMPK e la conseguente inibizione di mTOR. Questo processo si associa a una riduzione della proliferazione cellulare e a una maggiore capacità delle cellule tumorali di attivare programmi di morte cellulare controllata; l'attivazione dell'autofagia in questo contesto assume un significato particolarmente rilevante. A differenza delle cellule sane, che utilizzano l'autofagia per mantenere la propria integrità, molte cellule tumorali sviluppano alterazioni di questo processo per favorire la sopravvivenza e la crescita incontrollata. La capacità della vitamina D di ristabilire una corretta regolazione dell'asse p53–AMPK–mTOR potrebbe quindi rappresentare uno dei meccanismi attraverso cui essa esercita parte delle proprie proprietà antitumorali (Wang et al., 2024) [37].

Osservando complessivamente queste evidenze emerge un quadro estremamente coerente. Se REDD1 rappresenta uno dei principali mediatori genomici attraverso cui la vitamina D controlla l'attività di mTOR, AMPK appare invece come il grande sensore energetico che traduce questo segnale in adattamenti metabolici concreti. Attraverso l'attivazione di SIRT1, AMPK e dei programmi autofagici, la vitamina D coordina una vasta rete di processi coinvolti nel metabolismo glucidico, nell'ossidazione lipidica, nella risposta antiossidante, nella funzione intestinale, nella sopravvivenza cellulare e nel controllo della proliferazione tumorale. Più che agire su un singolo bersaglio molecolare, la vitamina D sembra quindi orchestrare un complesso sistema di regolazione energetica capace di mantenere la cellula in una condizione di equilibrio metabolico compatibile con la salute e la longevità.

Conclusioni

Nel corso di questo capitolo abbiamo scoperto come la vitamina D svolga funzioni che vanno ben oltre la salute delle ossa. Attraverso il recettore VDR, questa molecola partecipa alla regolazione del sistema immunitario, del metabolismo energetico e della sopravvivenza cellulare. Le ricerche esaminate mostrano il suo coinvolgimento nella risposta infiammatoria, nella funzione cardiovascolare e nella protezione delle barriere intestinali e respiratorie. In particolare, la vitamina D contribuisce a regolare l'attività delle cellule immunitarie, favorendo l'equilibrio tra difesa e tolleranza. Questo ruolo aiuta a comprendere le associazioni osservate tra carenza vitaminica, infiammazione cronica e diverse malattie autoimmuni.

Da queste proprietà nasce una domanda fondamentale: correggere una carenza può migliorare concretamente la salute? Gli studi sull'integrazione suggeriscono possibili benefici, soprattutto nei soggetti con livelli iniziali insufficienti. Le ricerche hanno documentato miglioramenti di alcuni parametri glicemici, della sensibilità insulinica e dei marcatori infiammatori. In ambito oncologico, alcune metanalisi hanno inoltre rilevato una riduzione della mortalità, senza dimostrare una diminuzione significativa dei nuovi tumori. Tuttavia, i risultati dipendono dalle condizioni individuali, dai dosaggi e dalla durata dell'intervento.

Questa distinzione diventa ancora più importante osservando le patologie esaminate. Nel diabete di tipo 2, la vitamina D potrebbe contribuire alla regolazione del metabolismo glucidico e della funzione pancreatica. Nella nefropatia diabetica, gli studi sperimentali suggeriscono effetti protettivi attraverso il controllo dell'infiammazione e dell'autofagia. Ulteriori ricerche hanno esplorato il suo ruolo nel Parkinson, nell'autismo e nell'ADHD, evidenziando possibili collegamenti con l'equilibrio immunitario e la funzione cerebrale. Sebbene molte applicazioni richiedano conferme cliniche, emerge un elemento comune: la capacità della vitamina D di influenzare i meccanismi che regolano l'attività cellulare.

Per comprendere questo collegamento, abbiamo approfondito il rapporto tra vitamina D e insulino-resistenza. Quando i tessuti rispondono meno efficacemente all'insulina, l'organismo può aumentare la produzione dell'ormone, favorendo ulteriori squilibri metabolici. Le ricerche indicano che la vitamina D potrebbe intervenire sulla funzione delle cellule β pancreatiche, sull'infiammazione e sulla risposta dei tessuti periferici. I benefici dell'integrazione sembrano particolarmente rilevanti nei soggetti carenti e nelle fasi iniziali delle alterazioni glicemiche. Ma per comprendere come questi effetti si sviluppino, occorre osservare i segnali che governano il metabolismo intracellulare.

Al centro di questi processi troviamo il pathway PI3K/AKT/mTOR, fondamentale per coordinare crescita, consumo energetico e riparazione cellulare. Gli studi sperimentali mostrano che la vitamina D può limitarne l'attivazione eccessiva, favorendo l'autofagia e riducendo alcuni segnali proliferativi. Questo meccanismo è stato osservato nell'osteoartrite, nel tessuto adiposo e in diversi modelli tumorali. Un ruolo decisivo appartiene a REDD1, la cui espressione può aumentare attraverso il recettore VDR. REDD1 favorisce quindi l'azione del complesso TSC1/TSC2, contribuendo a contenere l'attività di mTOR e a regolare la crescita cellulare.

Accanto a REDD1 interviene AMPK, il sensore che aiuta la cellula ad adattarsi alla disponibilità energetica. Attraverso questa via, la vitamina D può favorire l'utilizzo del glucosio, l'ossidazione dei grassi e i processi di manutenzione cellulare. Gli studi sulla steatosi epatica, sull'intestino e sull'osteoartrite mostrano il coinvolgimento di AMPK, SIRT1 e mTOR nel controllo dello stress metabolico. Anche alcuni modelli oncologici suggeriscono possibili effetti sulla proliferazione cellulare. Nel loro insieme, queste evidenze descrivono la vitamina D come un regolatore dell'equilibrio biologico, il cui valore risiede nella capacità di sostenere le normali funzioni cellulari, senza sostituire le terapie consolidate.

Riferimenti

[1] Vitamin D and Chronic Disorders: A Review of Metabolic and Cardiovascular Diseases

Młynarska et al., 2025

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