La relazione tra glicemia e funzione delle cellule β pancreatiche non può essere interpretata soltanto attraverso le soglie utilizzate per diagnosticare il prediabete e il diabete. La glicemia, infatti, non aumenta improvvisamente nel momento in cui supera un determinato valore, ma tende a modificarsi gradualmente mentre i sistemi deputati al suo controllo perdono efficienza. Le cellule β svolgono un ruolo centrale in questo equilibrio: rilevano l’aumento del glucosio e regolano la secrezione di insulina affinché la produzione epatica venga contenuta e il glucosio circolante possa essere utilizzato dai tessuti. Finché questa risposta rimane adeguata, la glicemia può conservarsi entro limiti apparentemente normali anche in presenza di insulino-resistenza. Quando, invece, la secrezione insulinica non è più proporzionata alle necessità metaboliche, i valori glicemici iniziano ad aumentare, dapprima in maniera lieve e successivamente fino alla comparsa del diabete.
Per valutare correttamente la funzione delle cellule β non è sufficiente osservare la quantità assoluta di insulina presente nel sangue. Un soggetto insulino-resistente può produrne molta più di una persona insulino-sensibile e avere comunque una risposta pancreatica insufficiente rispetto al proprio fabbisogno. La secrezione insulinica deve quindi essere interpretata in rapporto allo stimolo glicemico e alla sensibilità all’insulina. A questo scopo vengono utilizzati parametri come l’indice di disposizione, che descrive la capacità del pancreas di compensare la resistenza insulinica. Una sua riduzione indica che le cellule β non riescono più ad aumentare adeguatamente la secrezione, anche quando l’insulinemia (concentrazione di insulina presente nel sangue in un determinato momento) appare ancora elevata.
Lo studio sul metabolismo di “San Antonio” ha mostrato chiaramente che il deterioramento della funzione β-cellulare attraversa l’intero spettro della tolleranza al glucosio. Analizzando soggetti normotolleranti, persone con ridotta tolleranza e pazienti con diabete di tipo 2, i ricercatori hanno osservato una progressiva relazione inversa tra glicemia a due ore e funzione pancreatica. Il declino era già evidente tra gli individui formalmente normoglicemici: valori a due ore compresi tra 101 e 119 mg/dL si associavano a una funzione β-cellulare inferiore rispetto a valori più bassi, con un ulteriore peggioramento tra 121 e 139 mg/dL. La compromissione proseguiva poi nell’intolleranza al glucosio e raggiungeva la massima gravità nel diabete manifesto (Gastaldelli et al., 2004) [17].
La normale tolleranza al glucosio non rappresenta quindi una condizione metabolicamente uniforme. Due persone con glicemia inferiore alla soglia diagnostica possono possedere riserve β-cellulari molto differenti. Una può rispondere rapidamente allo stimolo glucidico, mentre l’altra può aver già perso una parte significativa della propria capacità compensatoria. La glicemia rimane ancora classificata come normale, ma il pancreas può essere costretto a lavorare in condizioni meno favorevoli e con margini di adattamento progressivamente ridotti.
Questa continuità fisiopatologica è stata osservata anche nei giovani obesi. In 407 bambini e adolescenti con normale tolleranza al glucosio, l’aumento della glicemia a due ore da valori inferiori a 100 mg/dL verso valori compresi tra 120 e 139 mg/dL era accompagnato da una risposta glicemica precoce più pronunciata. Nei primi trenta minuti dell’OGTT, tuttavia, la secrezione insulinica non aumentava proporzionalmente. Ne derivava una progressiva riduzione dell’indice insulinogenico (misura la capacità del pancreas di aumentare la secrezione di insulina in risposta all’aumento della glicemia), presente anche quando i partecipanti venivano confrontati a parità di sensibilità all’insulina. Ciò indicava che la compromissione della risposta β-cellulare non fosse semplicemente una conseguenza dell’insulino-resistenza, ma un’alterazione funzionale riconoscibile già all’interno della normoglicemia (Yeckel et al., 2005) [18].
La fase precoce della secrezione insulinica è particolarmente importante perché limita l’aumento della glicemia immediatamente dopo l’ingresso del glucosio nel circolo. Una rapida liberazione di insulina contribuisce a sopprimere la produzione epatica di glucosio e prepara i tessuti periferici a utilizzare quello proveniente dal pasto. Quando questa risposta diventa debole o tardiva, la glicemia aumenta più rapidamente. Il pancreas può tentare di compensare attraverso una secrezione più prolungata, ma la risposta tardiva non sempre riesce a correggere completamente l’escursione iniziale.
La relazione tra glicemia a digiuno e funzione pancreatica conferma questo fenomeno. In 531 soggetti giapponesi e messicano-americani non diabetici, la secrezione insulinica è stata valutata attraverso il peptide C (indicatore della produzione pancreatica di insulina), riducendo l’influenza esercitata dalla clearance epatica dell’insulina. Nei partecipanti con normale tolleranza al glucosio, l’indice di disposizione diminuiva esponenzialmente con l’aumento della glicemia a digiuno tra 70 e 125 mg/dL. Ogni incremento di 28 mg/dL si associava a una riduzione del 63% della funzione β-cellulare corretta per l’insulino-resistenza. Il deterioramento interessava soprattutto la secrezione dei primi trenta minuti, mentre la fase tardiva non mostrava una relazione significativa con la glicemia basale (Abdul-Ghani et al., 2008) [19].
Anche variazioni glicemiche apparentemente modeste possono quindi riflettere alterazioni funzionali molto più ampie. La glicemia rappresenta il risultato finale dell’interazione tra produzione epatica, utilizzo periferico, secrezione insulinica, sensibilità all’insulina e altri meccanismi regolatori. Quando essa comincia ad aumentare, pur restando nell’intervallo non diabetico, può indicare che una parte della riserva pancreatica è già stata perduta.
Uno studio su 527 soggetti con normoglicemia e normale tolleranza al glucosio ha documentato una riduzione della funzione β-cellulare fino a circa il 40% in una parte dei partecipanti. La compromissione risultava associata all’età, al peso corporeo, al BMI (un parametro che mette in relazione peso e altezza), al grasso viscerale, alla circonferenza della vita, ai trigliceridi e al colesterolo. Anche la glicemia durante l’OGTT era inversamente correlata con la funzione pancreatica. Il prodotto tra glicemia a digiuno e glicemia a un’ora mostrava la migliore capacità di identificare la disfunzione β-cellulare, mentre una glicemia a un’ora superiore a 110 mg/dL era associata a una probabilità quasi sette volte maggiore di presentare una compromissione funzionale (Vilchis-Flores et al., 2019) [20].
La vulnerabilità delle cellule β si inserisce dunque in un contesto nel quale interagiscono età, adiposità, profilo lipidico e carico nutrizionale. L’accumulo di grasso viscerale aumenta la domanda insulinica e si accompagna a un ambiente metabolico meno favorevole, mentre l’eccessiva disponibilità energetica può sottoporre il pancreas a una stimolazione persistente. Questi dati osservazionali non dimostrano necessariamente un rapporto causale diretto, ma mostrano che la perdita di efficienza pancreatica può essere presente molto prima della diagnosi.
Il peso della disfunzione β-cellulare appare particolarmente evidente nelle popolazioni di origine indiana asiatica, nelle quali il diabete può comparire in età giovane e con livelli di adiposità relativamente contenuti. In uno studio su 1.264 soggetti senza diabete noto, l’indice di disposizione orale era ridotto del 38% nell’iperglicemia a digiuno isolata e del 32% nell’intolleranza al glucosio isolata rispetto alla normale tolleranza. Le variazioni dell’insulino-resistenza erano invece più modeste. Anche dopo la correzione per età, sesso, BMI, circonferenza della vita e familiarità, la funzione β-cellulare rimaneva il parametro maggiormente associato alla lieve disglicemia (Staimez et al., 2013) [21].
Risultati analoghi sono stati ottenuti nei giovani indiani asiatici con prediabete o diabete di tipo 2 a esordio precoce. Nei pazienti diabetici, l’indice di disposizione orale risultava quasi dieci volte inferiore rispetto ai controlli normotolleranti. Nel prediabete contribuivano sia la ridotta sensibilità insulinica sia la compromissione pancreatica; nel diabete conclamato, invece, soltanto la funzione β-cellulare manteneva un’associazione indipendente significativa (Mohan et al., 2013) [22].
L’insulino-resistenza conserva naturalmente un ruolo importante, poiché aumenta la quantità di insulina necessaria per ottenere la stessa risposta biologica e quindi il lavoro richiesto al pancreas. Tuttavia, non conduce inevitabilmente all’iperglicemia. Molte persone rimangono normoglicemiche perché le cellule β riescono ad aumentare adeguatamente la secrezione. La progressione verso il diabete dipende in larga misura dalla capacità di sostenere nel tempo tale compensazione.
Questa interpretazione è stata confermata in uno studio longitudinale su 302 donne normoglicemiche tre mesi dopo il parto. Durante i cinque anni successivi, 89 svilupparono prediabete o diabete. Queste donne presentavano inizialmente maggiore adiposità, insulino-resistenza e una funzione pancreatica già ridotta, ma il principale fattore predittivo della progressione era il continuo deterioramento dell’ISSI-2, indice che integra secrezione e sensibilità insulinica. Il suo contributo predittivo era molto superiore a quello dell’HOMA-IR, dell’indice di Matsuda, del BMI e della circonferenza della vita (Retnakaran et al., 2023) [23].
Rimane aperto il dibattito sull’ordine iniziale degli eventi. Il modello tradizionale considera l’iperinsulinemia una risposta compensatoria all’insulino-resistenza, seguita dal progressivo fallimento delle cellule β. Un’ipotesi alternativa propone invece che un’eccessiva secrezione insulinica possa contribuire inizialmente allo sviluppo della resistenza. Esaminando studi clinici, genetici, sperimentali e farmacologici, una revisione ha concluso che le evidenze disponibili sostengono prevalentemente la presenza di una disfunzione β-cellulare precoce come principale determinante della disglicemia, pur riconoscendo una possibile eterogeneità tra individui e sottogruppi clinici (Esser et al., 2020) [24].
Nel complesso, l’aumento della glicemia diventa evidente quando la secrezione insulinica non è più adeguata alla richiesta metabolica. La glicemia può quindi essere considerata uno specchio, spesso tardivo, della capacità pancreatica residua. Il suo incremento a digiuno, dopo un’ora o dopo due ore dal carico non indica soltanto che più glucosio è rimasto in circolo, ma suggerisce che il sistema di compenso abbia già iniziato a perdere efficacia. Per questo motivo, valori formalmente normali non garantiscono necessariamente l’integrità delle cellule β, così come un’insulinemia elevata non dimostra automaticamente una funzione pancreatica efficiente. La prevenzione dovrebbe pertanto intervenire prima dell’iperglicemia conclamata, riducendo il carico metabolico e preservando il più a lungo possibile la capacità adattativa delle cellule β.