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Variabilità glicemica e alterazioni che precedono il diabete

La regolazione del glucosio dipende dall'interazione tra secrezione insulinica delle cellule β pancreatiche, clearance epatica dell'insulina e sensibilità dei tessuti all'ormone. Variabilità glicemica, iperinsulinemia e insulino-resistenza descrivono fenomeni differenti, ma strettamente collegati, che possono manifestarsi prima di alterazioni evidenti della glicemia. Nel libro «La scelta di Vivere in Salute o in Malattia», il dott. A. Colonnese e R. Panzironi analizzano questi meccanismi per comprendere l'evoluzione delle alterazioni metaboliche e le loro implicazioni sulla salute.

Cita questo articolo
Colonnese, A. & Panzironi, R. (2026). Variabilità glicemica e alterazioni che precedono il diabete. La scelta di Vivere in Salute o in Malattia. https://lifesciencehub.info/it/la-scelta-di-vivere-in-salute-o-in-malattia/variabilita-glicemica-funzione-cellule-clearance-iperinsulinemia-e-insulino-resistenza
La scelta di Vivere in Salute o in Malattia · ISBN 979-12-82692-02-1

DOI lsh.it.libro.3

  • Pubblicazione 03/11/2026
  • Aggiornamento 03/11/2026
  • VARIABILITÀ GLICEMICA
  • FUNZIONE Β-CELLULARE
  • CLEARANCE EPATICA
  • IPERINSULINEMIA
  • INSULINO-RESISTENZA

ABSTRACT

Variabilità glicemica, clearance epatica e iperinsulinemia: meccanismi precoci dell’insulino-resistenza e del deterioramento metabolico

Il deterioramento metabolico può precedere di anni la comparsa di iperglicemia manifesta, attraverso alterazioni interconnesse della variabilità glicemica, della funzione pancreatica e del metabolismo insulinico. Nel libro "La scelta di Vivere in Salute o in Malattia", il Dott. A. Colonnese e R. Panzironi analizzano questi processi, evidenziando i limiti di una valutazione fondata esclusivamente sulla glicemia convenzionale.

Il monitoraggio continuo del glucosio consente di descrivere le oscillazioni glicemiche mediante indicatori quali SD, CV, MAGE, MODD e CONGA. Una maggiore variabilità, soprattutto postprandiale, può manifestarsi prima del diabete conclamato e associarsi a stress ossidativo, infiammazione, disfunzione endoteliale e complicanze vascolari. Anche una glicemia elevata dopo un’ora dall’OGTT può identificare alterazioni precoci della funzione β-cellulare e della sensibilità insulinica.

La capacità secretoria pancreatica deve essere interpretata in relazione alla sensibilità dei tessuti, considerando parametri come l’indice di disposizione. Studi sperimentali indicano inoltre che oscillazioni intermittenti del glucosio possono accentuare produzione di ROS, perossidazione lipidica e apoptosi delle cellule β rispetto a condizioni di iperglicemia stabile. Parallelamente, la concentrazione sistemica di insulina dipende non soltanto dalla secrezione pancreatica, ma anche dalla clearance epatica. Una sua riduzione può precedere importanti aumenti secretori ed è associata ad adiposità, steatosi epatica e rischio metabolico.

L’iperinsulinemia emerge pertanto come fenomeno potenzialmente derivante da maggiore secrezione, minore eliminazione o entrambe. L’esposizione insulinica persistente può inoltre attenuare la risposta cellulare attraverso alterazioni del recettore insulinico e della segnalazione IRS-1/PI3K/AKT, contribuendo a un possibile circuito reciproco con l’insulino-resistenza.

La progressione di questo quadro non segue necessariamente una sequenza uniforme: il contributo relativo di secrezione e clearance varia con le condizioni metaboliche, mentre la funzione pancreatica può deteriorarsi progressivamente nel tempo. Questa prospettiva integra variabilità glicemica, deterioramento β-cellulare e clearance insulinica in un processo dinamico, suggerendo l’importanza di riconoscere precocemente le alterazioni metaboliche prima che si manifestino soglie diagnostiche di iperglicemia.

Prima che compaiano alterazioni glicemiche evidenti o una diagnosi di diabete, l’equilibrio metabolico può iniziare a modificarsi in modo molto più sottile. La glicemia, infatti, rappresenta soltanto il risultato finale di una complessa rete di regolazione nella quale intervengono la secrezione insulinica, la capacità delle cellule β pancreatiche di adattarsi alle richieste dell’organismo, la sensibilità dei tessuti all’insulina e la velocità con cui questo ormone viene eliminato dalla circolazione. Per comprendere realmente come si sviluppino l’iperinsulinemia, l’insulino-resistenza e, successivamente, la perdita del controllo glicemico, è quindi necessario osservare non soltanto quanto glucosio sia presente nel sangue, ma anche come esso oscilli nel tempo e quali meccanismi consentano all’organismo di mantenerlo entro limiti fisiologici.

In questa prospettiva assumono particolare importanza la variabilità glicemica e le escursioni postprandiali, che possono rivelare precocemente un deterioramento della regolazione metabolica anche quando i valori medi risultano ancora apparentemente normali. Parallelamente, diventa fondamentale comprendere il ruolo delle cellule β pancreatiche, la cui capacità di adattare la secrezione insulinica alle esigenze dell’organismo determina in larga misura il mantenimento dell’omeostasi glucidica. A questo equilibrio contribuisce inoltre la clearance dell’insulina, soprattutto epatica, che regola la quantità di ormone effettivamente disponibile per i tessuti periferici.

Considerati nel loro insieme, questi processi permettono di superare una visione semplicistica nella quale l’aumento della glicemia, l’iperinsulinemia e l’insulino-resistenza rappresentano eventi isolati o rigidamente sequenziali. Essi costituiscono piuttosto componenti interdipendenti di un sistema dinamico, nel quale alterazioni inizialmente compensatorie possono progressivamente trasformarsi in meccanismi capaci di alimentare il deterioramento metabolico. I paragrafi che seguono analizzeranno quindi questa progressione partendo dalle oscillazioni della glicemia, passando per la funzione delle cellule β e la clearance insulinica, fino ad arrivare al rapporto bidirezionale tra iperinsulinemia e insulino-resistenza.

La variabilità glicemica

La variabilità glicemica descrive l'insieme delle oscillazioni della concentrazione di glucosio nel sangue che si verificano nell'arco della giornata e tra giorni differenti. A differenza della glicemia media o dell'emoglobina glicata (HbA1c), che forniscono una fotografia del controllo metabolico nel lungo periodo, la variabilità glicemica racconta quanto stabile o instabile sia l'andamento del glucosio durante la vita quotidiana. Due persone possono infatti presentare lo stesso valore di HbA1c, ma profili glicemici profondamente diversi: una con livelli relativamente costanti e l'altra caratterizzata da continui picchi iperglicemici e successive rapide riduzioni della glicemia. Questa differenza, invisibile alla sola HbA1c, è oggi considerata sempre più importante perché permette di cogliere aspetti della regolazione metabolica che sfuggono ai tradizionali indicatori di llaboratorio (Færch et al., 2018) [1]; (Rodbard, 2018) [10].

Una certa oscillazione della glicemia rappresenta naturalmente un fenomeno fisiologico. Dopo ogni pasto il glucosio tende ad aumentare, stimolando la secrezione di insulina, per poi ritornare gradualmente ai valori basali. Nelle persone metabolicamente sane questo processo avviene con grande precisione grazie all'efficiente coordinazione tra secrezione insulinica, sensibilità dei tessuti all'insulina e produzione epatica di glucosio. Quando questi meccanismi iniziano a perdere efficienza, le oscillazioni diventano progressivamente più ampie e prolungate, comparendo già nelle fasi che precedono il diabete manifesto (Wang et al., 2012) [2]; (Chen et al., 2013) [9].

Le moderne tecnologie di monitoraggio continuo del glucosio (Continuous Glucose Monitoring, CGM) hanno rivoluzionato lo studio di questo fenomeno. A differenza delle tradizionali misurazioni puntuali della glicemia, il CGM registra centinaia di valori nell'arco delle ventiquattro ore, consentendo di osservare l'intero profilo glicemico quotidiano, identificare i picchi successivi ai pasti, le eventuali ipoglicemie, le oscillazioni notturne e la loro ripetibilità nei giorni successivi. Da queste registrazioni vengono ricavati numerosi parametri matematici, tra cui la deviazione standard (SD), che misura quanto i valori si discostano dalla media; il coefficiente di variazione (CV), che rapporta tale dispersione alla glicemia media; la Mean Amplitude of Glycemic Excursions (MAGE), che quantifica l'ampiezza delle principali escursioni glicemiche; il MODD, che valuta la variabilità tra giorni consecutivi, e altri indici come CONGA e HBGI, ciascuno in grado di descrivere aspetti specifici della stabilità glicemica (Færch et al., 2018) [1]; (Rodbard, 2018) [10].

L'importanza della variabilità glicemica emerge chiaramente osservando come essa evolva lungo l'intero continuum metabolico. In uno studio condotto su 162 soggetti monitorati mediante CGM per tre giorni consecutivi, è stato dimostrato che le oscillazioni glicemiche aumentano progressivamente passando dalla normale tolleranza al glucosio all'alterata regolazione glicemica fino al diabete mellito di tipo 2 di recente diagnosi. Già nei soggetti con prediabete risultavano significativamente aumentati la deviazione standard, la massima ampiezza delle escursioni glicemiche e il MAGE rispetto agli individui normoglicemici, mentre nei pazienti con diabete tali alterazioni diventavano ancora più marcate, accompagnandosi a maggiori escursioni postprandiali, livelli glicemici notturni più elevati e maggiore variabilità tra giorni consecutivi. Lo studio evidenziava inoltre forti correlazioni tra le diverse metriche di variabilità, suggerendo che esse rappresentino manifestazioni differenti dello stesso progressivo deterioramento del controllo metabolico (Wang et al., 2012) [2].

Questa progressione appare strettamente collegata al peggioramento della funzione delle cellule β pancreatiche. Alcuni ricercatori hanno studiato 220 soggetti distribuiti lungo tutto lo spettro della tolleranza al glucosio, dalla normoglicemia al diabete conclamato, dimostrando che tutti gli indici di variabilità glicemica aumentano parallelamente alla riduzione dell'indice di disposizione orale, un parametro che integra la capacità secretoria delle cellule β e la sensibilità insulinica. In altre parole, man mano che il pancreas perde la capacità di compensare la resistenza all'insulina, le oscillazioni glicemiche diventano sempre più accentuate. Tutti gli indici di variabilità, inclusi SD, MAGE, MODD, CONGA e HBGI, mostravano una significativa correlazione inversa con l'indice di disposizione orale, indicando che la perdita della funzione β-cellulare rappresenta uno dei principali motori fisiopatologici della crescente instabilità glicemica (Chen et al., 2013) [9].

Le oscillazioni della glicemia non rappresentano però soltanto una conseguenza del deterioramento metabolico, ma sembrano anche anticiparne la comparsa. Lo studio prospettico AEGIS ha seguito per sei anni 497 soggetti inizialmente non diabetici, dimostrando che coloro che successivamente avrebbero sviluppato diabete presentavano già al momento dell'arruolamento una maggiore variabilità glicemica rispetto ai partecipanti rimasti normoglicemici. Tra tutte le metriche analizzate, la deviazione standard si è dimostrata il miglior predittore della futura comparsa della malattia. Anche il coefficiente di variazione e il MAGE risultavano significativamente associati allo sviluppo futuro del diabete, suggerendo che l'instabilità glicemica possa rappresentare un segnale molto precoce della perdita dell'omeostasi glucidica (Rodríguez García et al., 2025) [6].

L'interesse verso la variabilità glicemica deriva anche dal fatto che essa potrebbe esercitare effetti biologici propri, indipendenti dalla semplice glicemia media. Diversi studi sperimentali suggeriscono che l'alternanza continua tra picchi iperglicemici e brusche riduzioni della glicemia favorisca una maggiore produzione di specie reattive dell'ossigeno rispetto a un'iperglicemia stabile, promuovendo stress ossidativo, disfunzione endoteliale, attivazione dei processi infiammatori e alterazioni dell'attività piastrinica. Parallelamente, gli episodi ipoglicemici determinano l'attivazione del sistema nervoso simpatico con rilascio di catecolamine, incremento del lavoro cardiaco e aumento dell'infiammazione sistemica. Sebbene il contributo indipendente della variabilità glicemica rispetto alla glicemia media continui a essere oggetto di ricerca, il complesso delle evidenze suggerisce che limitare tali oscillazioni possa rappresentare un ulteriore obiettivo del controllo metabolico (Suh e Kim, 2015) [7]; (Zhou et al., 2020) [8].

Coerentemente con questi meccanismi, numerosi studi osservazionali hanno associato un'elevata variabilità glicemica a un maggior rischio di complicanze microvascolari e macrovascolari. Oscillazioni più ampie risultano correlate alla progressione della retinopatia, della nefropatia e della neuropatia diabetica (principali patologie collegate alla condizione diabetica), oltre che a una peggiore prognosi cardiovascolare, maggiore rigidità arteriosa, rimodellamento carotideo, insufficienza cardiaca, infarto miocardico, ictus e aumento della mortalità per tutte le cause. Inoltre, la variabilità glicemica rappresenta uno dei migliori predittori del rischio di ipoglicemia grave, spesso superiore alla sola HbA1c, confermando che il controllo metabolico non dipende esclusivamente dal valore medio della glicemia ma anche dalla sua stabilità nel tempo (Gerich, 2007) [3]; (Suh e Kim, 2015) [7]; (Zhou et al., 2020) [8].

Particolarmente interessante è il contributo delle escursioni glicemiche postprandiali. Analizzando i dati dello studio ADAG, è stato osservato che nei soggetti senza diabete la glicemia successiva ai pasti rappresenta il principale determinante glicemico dell'HbA1c, mentre nel diabete di tipo 2 la glicemia preprandiale e quella postprandiale contribuiscono in misura pressoché equivalente al controllo glicemico complessivo. Inoltre, il peso dei fattori glicemici nella determinazione dell'HbA1c aumenta progressivamente con il peggioramento del compenso metabolico, mentre nei soggetti normoglicemici una quota rilevante della variabilità dell'HbA1c continua a dipendere da fattori biologici non direttamente correlati ai livelli di glucosio (Færch et al., 2018) [1]. Analogamente, una revisione del 2007 sottolinea come i picchi glicemici postprandiali rappresentino la componente predominante della variabilità glicemica quotidiana e come il loro monitoraggio possa fornire informazioni clinicamente rilevanti non ottenibili mediante la sola glicemia a digiuno o l'HbA1c (Gerich, 2007) [3].

Queste conoscenze hanno favorito lo sviluppo di strategie nutrizionali specificamente orientate a ridurre le oscillazioni glicemiche. Uno studio crossover randomizzato condotto su giovani donne sane ha dimostrato che suddividere l'apporto dei carboidrati in cinque piccoli pasti giornalieri, consumandoli sempre dopo verdure e proteine, riduce significativamente il MAGE, i picchi glicemici postprandiali, l'area incrementale sotto la curva glicemica e il tempo trascorso oltre 140,4 mg/dL rispetto al tradizionale schema di tre pasti. I possibili meccanismi comprendono la riduzione del carico glicemico di ciascun pasto, il rallentamento dello svuotamento gastrico indotto dalle fibre, la maggiore secrezione di incretine e il cosiddetto "effetto del secondo pasto", che migliora la risposta insulinica ai pasti successivi (Higuchi et al., 2025) [4].

Risultati analoghi emergono anche nei pazienti con diabete di tipo 2. In uno studio clinico randomizzato della durata di dodici settimane, alcuni ricercatori hanno dimostrato che una dieta ricca di alimenti contenenti amido a lenta digestione riduce significativamente il MAGE, la deviazione standard, il coefficiente di variazione, il CONGA e il MODD rispetto a una dieta con amido rapidamente digeribile. L'intervento è stato accompagnato da un'elevata aderenza, pari al 96%, e da una tendenza verso un migliore controllo dell'HbA1c, indicando che semplici modifiche nella qualità dei carboidrati possono contribuire in maniera concreta a stabilizzare il profilo glicemico senza richiedere interventi complessi (Chisbert et al., 2025) [5].

Nel loro insieme, queste evidenze indicano come la moderna valutazione del metabolismo glucidico non possa più limitarsi alla sola glicemia media. Comprendere quanto il glucosio oscilli durante la giornata consente infatti di cogliere precocemente il deterioramento della funzione β-cellulare, identificare individui a maggior rischio di sviluppare diabete, stimare il rischio di complicanze e monitorare con maggiore precisione l'efficacia degli interventi nutrizionali e terapeutici. Il monitoraggio della variabilità glicemica, dunque, non sostituisce le analisi di glicemia a digiuno o l'HbA1c, ma le completa, offrendo una visione molto più dinamica e fisiologicamente fedele del controllo metabolico.

La variabilità glicemica postprandiale

Se la variabilità glicemica descrive le oscillazioni del glucosio nell'arco della giornata, la sua componente postprandiale rappresenta probabilmente la manifestazione più precoce delle alterazioni del metabolismo glucidico. Dopo un pasto, infatti, l'organismo è chiamato a coordinare una complessa risposta fisiologica che coinvolge lo svuotamento gastrico, l'assorbimento intestinale del glucosio, la secrezione delle incretine, la rapida liberazione di insulina da parte delle cellule β pancreatiche, l'inibizione della produzione epatica di glucosio e la captazione periferica del glucosio da parte dei muscoli e del tessuto adiposo. Quando anche uno solo di questi meccanismi inizia a perdere efficienza, la prima conseguenza osservabile è spesso un'eccessiva escursione glicemica dopo il pasto, mentre la glicemia a digiuno può rimanere ancora perfettamente normale (Tfayli et al., 2011) [11]; (Giosuè et al., 2026) [16].

Negli ultimi anni è emersa una crescente attenzione verso la concentrazione di glucosio misurata un'ora dopo il carico orale di glucosio (OGTT). Tradizionalmente il test viene interpretato considerando esclusivamente la glicemia a digiuno e quella misurata dopo due ore; tuttavia, numerose evidenze dimostrano che questa impostazione rischia di trascurare una quota significativa di individui che, pur risultando ancora normoglicemici secondo i criteri diagnostici convenzionali, presentano già importanti alterazioni metaboliche. In particolare, una glicemia a un'ora pari o superiore a 155 mg/dL identifica un sottogruppo caratterizzato da un rischio nettamente più elevato di evolvere verso il diabete di tipo 2, suggerendo che le alterazioni fisiopatologiche abbiano già avuto inizio molto prima della comparsa del prediabete diagnosticato mediante i criteri tradizionali (Jagannathan et al., 2016) [13]; (Nie et al., 2025) [15].

Il primo meccanismo coinvolto sembra essere la progressiva perdita della capacità funzionale delle cellule β pancreatiche. In uno studio del 2011 condotto su giovani sovrappeso e obesi non diabetici, è stato dimostrato che i soggetti con glicemia a un'ora superiore alla soglia di 155 mg/dL presentavano un indice di disposizione significativamente inferiore rispetto ai coetanei con valori più bassi, indipendentemente dalla classificazione della tolleranza al glucosio. L'indice di disposizione, che integra la secrezione insulinica con la sensibilità all'insulina, è risultato inoltre il principale determinante della glicemia a un'ora, spiegandone circa un quinto della variabilità. Ciò significa che un'eccessiva escursione glicemica postprandiale riflette già una ridotta capacità delle cellule β di compensare adeguatamente la richiesta insulinica, anche quando la glicemia a digiuno e quella a due ore risultano ancora nei limiti della normalità (Tfayli et al., 2011) [11].

Queste osservazioni sono state confermate in differenti popolazioni. Alcuni ricercatori hanno confrontato soggetti con normale tolleranza al glucosio ma glicemia a un'ora elevata con individui aventi glicemia a un'ora normale e con pazienti affetti da ridotta tolleranza al glucosio (IGT). Sebbene la sensibilità insulinica risultasse sostanzialmente sovrapponibile tra i due gruppi normoglicemici, gli indici che descrivono la funzione β-cellulare, come l'indice di disposizione orale e l'ISSI-2, erano significativamente ridotti nei soggetti con glicemia elevata a un'ora, raggiungendo valori praticamente identici a quelli osservati nei pazienti con IGT. In altre parole, soggetti apparentemente sani dal punto di vista diagnostico presentavano già una funzione pancreatica sovrapponibile a quella dei pazienti classificati come prediabetici (Oh et al., 2015) [12].

Uno studio condotto in un contesto di pratica clinica reale ha ulteriormente rafforzato questo concetto. Alcuni ricercatori hanno osservato che i soggetti con normale tolleranza al glucosio ma glicemia superiore a 155 mg/dL dopo un'ora mostravano una significativa riduzione della sensibilità insulinica e una compromissione della funzione β-cellulare del tutto simili a quelle riscontrate nei soggetti con prediabete. Gli autori sottolineano come circa il 40% degli individui che svilupperanno diabete presenti inizialmente una normale tolleranza al glucosio secondo i criteri convenzionali e come la semplice introduzione della glicemia a un'ora nell'interpretazione dell'OGTT consentirebbe di individuare precocemente molti di questi soggetti, offrendo l'opportunità di intervenire quando il danno metabolico è ancora reversibile (Jagannathan et al., 2016) [13].

Evidenze ancora più solide provengono da uno studio osservazionale che ha coinvolto oltre 9.400 individui a rischio di diabete. Alcuni ricercatori hanno dimostrato che quasi il 40% dei soggetti classificati come normotolleranti presentava in realtà una glicemia a un'ora superiore a 155 mg/dL. In questa popolazione la funzione β-cellulare risultava ridotta di oltre il 50%, mentre la diminuzione della sensibilità insulinica era relativamente più contenuta. La secrezione insulinica precoce mostrava una marcata compromissione e le curve glicemiche e insuliniche risultavano sorprendentemente simili a quelle osservate nei soggetti con alterata glicemia a digiuno. Questi dati suggeriscono che, almeno nelle fasi iniziali della malattia, la perdita della funzione β-cellulare possa rappresentare un evento predominante rispetto all'insorgenza dell'insulino-resistenza conclamata, rendendo la glicemia postprandiale un indicatore estremamente sensibile del deterioramento metabolico precoce (Nie et al., 2025) [15].

L'importanza della risposta glicemica postprandiale è ulteriormente confermata dalle moderne tecnologie di monitoraggio continuo del glucosio. Utilizzando il CGM, uno studio del 2026 ha identificato tre distinti profili di risposta glicemica dopo un pasto standardizzato in pazienti con diabete di tipo 2. Il gruppo caratterizzato dai picchi glicemici più elevati e dalla più lenta normalizzazione della glicemia presentava contemporaneamente una ridotta funzione delle cellule β e una maggiore insulino-resistenza. Al contrario, i soggetti con una risposta insulinica precoce più efficace mostravano una salita e una discesa della glicemia più rapide, un minore picco glicemico e una migliore funzione pancreatica. Un aspetto particolarmente interessante è che questi differenti profili non erano riconoscibili attraverso le comuni caratteristiche cliniche, come età, indice di massa corporea o durata della malattia, ma emergevano chiaramente soltanto analizzando la dinamica della glicemia postprandiale. Ciò suggerisce che le curve glicemiche ottenute mediante CGM non rappresentino semplicemente una registrazione dei livelli di glucosio, ma costituiscano una vera e propria "firma metabolica" capace di riflettere i differenti meccanismi fisiopatologici sottostanti e di orientare strategie terapeutiche sempre più personalizzate (Giosuè et al., 2026) [16].

L'importanza clinica delle oscillazioni postprandiali trova ulteriore conferma anche in uno studio del 2018, che ha aggregato i dati provenienti da altri cinque studi clinici di fase III. Gli autori hanno osservato che la variabilità glicemica intra-giornaliera, della quale le escursioni postprandiali rappresentano la componente predominante, costituisce il principale determinante sia dell'emoglobina glicata sia della glicemia media giornaliera, indipendentemente dal tipo di diabete e dal regime terapeutico adottato. Inoltre, la riduzione della variabilità intra-giornaliera si associava a un miglior controllo metabolico e a un minor rischio di ipoglicemia, indicando che la stabilizzazione delle escursioni glicemiche dopo i pasti non rappresenta soltanto un obiettivo fisiologico, ma anche un importante target terapeutico (Luo et al., 2018) [14].

Nel loro insieme, queste evidenze modificano profondamente il modo di interpretare la glicemia postprandiale. Più che un semplice valore misurato dopo un pasto o durante un test da carico orale di glucosio, essa rappresenta una finestra privilegiata attraverso cui osservare le primissime alterazioni della fisiologia metabolica. L'aumento della glicemia a un'ora riflette infatti la progressiva perdita della capacità delle cellule β di rispondere tempestivamente allo stimolo glucidico e, successivamente, il contributo crescente dell'insulino-resistenza. Valutare la variabilità glicemica postprandiale consente quindi di identificare individui che, pur risultando ancora normoglicemici secondo i criteri diagnostici tradizionali, presentano già un metabolismo profondamente alterato e un rischio significativamente aumentato di sviluppare diabete di tipo 2 e le sue complicanze negli anni successivi (Tfayli et al., 2011) [11]; (Oh et al., 2015) [12]; (Jagannathan et al., 2016) [13]; (Nie et al., 2025) [15].

Glicemia e funzione delle β-cellule

La relazione tra glicemia e funzione delle cellule β pancreatiche non può essere interpretata soltanto attraverso le soglie utilizzate per diagnosticare il prediabete e il diabete. La glicemia, infatti, non aumenta improvvisamente nel momento in cui supera un determinato valore, ma tende a modificarsi gradualmente mentre i sistemi deputati al suo controllo perdono efficienza. Le cellule β svolgono un ruolo centrale in questo equilibrio: rilevano l’aumento del glucosio e regolano la secrezione di insulina affinché la produzione epatica venga contenuta e il glucosio circolante possa essere utilizzato dai tessuti. Finché questa risposta rimane adeguata, la glicemia può conservarsi entro limiti apparentemente normali anche in presenza di insulino-resistenza. Quando, invece, la secrezione insulinica non è più proporzionata alle necessità metaboliche, i valori glicemici iniziano ad aumentare, dapprima in maniera lieve e successivamente fino alla comparsa del diabete.

Per valutare correttamente la funzione delle cellule β non è sufficiente osservare la quantità assoluta di insulina presente nel sangue. Un soggetto insulino-resistente può produrne molta più di una persona insulino-sensibile e avere comunque una risposta pancreatica insufficiente rispetto al proprio fabbisogno. La secrezione insulinica deve quindi essere interpretata in rapporto allo stimolo glicemico e alla sensibilità all’insulina. A questo scopo vengono utilizzati parametri come l’indice di disposizione, che descrive la capacità del pancreas di compensare la resistenza insulinica. Una sua riduzione indica che le cellule β non riescono più ad aumentare adeguatamente la secrezione, anche quando l’insulinemia (concentrazione di insulina presente nel sangue in un determinato momento) appare ancora elevata.

Lo studio sul metabolismo di “San Antonio” ha mostrato chiaramente che il deterioramento della funzione β-cellulare attraversa l’intero spettro della tolleranza al glucosio. Analizzando soggetti normotolleranti, persone con ridotta tolleranza e pazienti con diabete di tipo 2, i ricercatori hanno osservato una progressiva relazione inversa tra glicemia a due ore e funzione pancreatica. Il declino era già evidente tra gli individui formalmente normoglicemici: valori a due ore compresi tra 101 e 119 mg/dL si associavano a una funzione β-cellulare inferiore rispetto a valori più bassi, con un ulteriore peggioramento tra 121 e 139 mg/dL. La compromissione proseguiva poi nell’intolleranza al glucosio e raggiungeva la massima gravità nel diabete manifesto (Gastaldelli et al., 2004) [17].

La normale tolleranza al glucosio non rappresenta quindi una condizione metabolicamente uniforme. Due persone con glicemia inferiore alla soglia diagnostica possono possedere riserve β-cellulari molto differenti. Una può rispondere rapidamente allo stimolo glucidico, mentre l’altra può aver già perso una parte significativa della propria capacità compensatoria. La glicemia rimane ancora classificata come normale, ma il pancreas può essere costretto a lavorare in condizioni meno favorevoli e con margini di adattamento progressivamente ridotti.

Questa continuità fisiopatologica è stata osservata anche nei giovani obesi. In 407 bambini e adolescenti con normale tolleranza al glucosio, l’aumento della glicemia a due ore da valori inferiori a 100 mg/dL verso valori compresi tra 120 e 139 mg/dL era accompagnato da una risposta glicemica precoce più pronunciata. Nei primi trenta minuti dell’OGTT, tuttavia, la secrezione insulinica non aumentava proporzionalmente. Ne derivava una progressiva riduzione dell’indice insulinogenico (misura la capacità del pancreas di aumentare la secrezione di insulina in risposta all’aumento della glicemia), presente anche quando i partecipanti venivano confrontati a parità di sensibilità all’insulina. Ciò indicava che la compromissione della risposta β-cellulare non fosse semplicemente una conseguenza dell’insulino-resistenza, ma un’alterazione funzionale riconoscibile già all’interno della normoglicemia (Yeckel et al., 2005) [18].

La fase precoce della secrezione insulinica è particolarmente importante perché limita l’aumento della glicemia immediatamente dopo l’ingresso del glucosio nel circolo. Una rapida liberazione di insulina contribuisce a sopprimere la produzione epatica di glucosio e prepara i tessuti periferici a utilizzare quello proveniente dal pasto. Quando questa risposta diventa debole o tardiva, la glicemia aumenta più rapidamente. Il pancreas può tentare di compensare attraverso una secrezione più prolungata, ma la risposta tardiva non sempre riesce a correggere completamente l’escursione iniziale.

La relazione tra glicemia a digiuno e funzione pancreatica conferma questo fenomeno. In 531 soggetti giapponesi e messicano-americani non diabetici, la secrezione insulinica è stata valutata attraverso il peptide C (indicatore della produzione pancreatica di insulina), riducendo l’influenza esercitata dalla clearance epatica dell’insulina. Nei partecipanti con normale tolleranza al glucosio, l’indice di disposizione diminuiva esponenzialmente con l’aumento della glicemia a digiuno tra 70 e 125 mg/dL. Ogni incremento di 28 mg/dL si associava a una riduzione del 63% della funzione β-cellulare corretta per l’insulino-resistenza. Il deterioramento interessava soprattutto la secrezione dei primi trenta minuti, mentre la fase tardiva non mostrava una relazione significativa con la glicemia basale (Abdul-Ghani et al., 2008) [19].

Anche variazioni glicemiche apparentemente modeste possono quindi riflettere alterazioni funzionali molto più ampie. La glicemia rappresenta il risultato finale dell’interazione tra produzione epatica, utilizzo periferico, secrezione insulinica, sensibilità all’insulina e altri meccanismi regolatori. Quando essa comincia ad aumentare, pur restando nell’intervallo non diabetico, può indicare che una parte della riserva pancreatica è già stata perduta.

Uno studio su 527 soggetti con normoglicemia e normale tolleranza al glucosio ha documentato una riduzione della funzione β-cellulare fino a circa il 40% in una parte dei partecipanti. La compromissione risultava associata all’età, al peso corporeo, al BMI (un parametro che mette in relazione peso e altezza), al grasso viscerale, alla circonferenza della vita, ai trigliceridi e al colesterolo. Anche la glicemia durante l’OGTT era inversamente correlata con la funzione pancreatica. Il prodotto tra glicemia a digiuno e glicemia a un’ora mostrava la migliore capacità di identificare la disfunzione β-cellulare, mentre una glicemia a un’ora superiore a 110 mg/dL era associata a una probabilità quasi sette volte maggiore di presentare una compromissione funzionale (Vilchis-Flores et al., 2019) [20].

La vulnerabilità delle cellule β si inserisce dunque in un contesto nel quale interagiscono età, adiposità, profilo lipidico e carico nutrizionale. L’accumulo di grasso viscerale aumenta la domanda insulinica e si accompagna a un ambiente metabolico meno favorevole, mentre l’eccessiva disponibilità energetica può sottoporre il pancreas a una stimolazione persistente. Questi dati osservazionali non dimostrano necessariamente un rapporto causale diretto, ma mostrano che la perdita di efficienza pancreatica può essere presente molto prima della diagnosi.

Il peso della disfunzione β-cellulare appare particolarmente evidente nelle popolazioni di origine indiana asiatica, nelle quali il diabete può comparire in età giovane e con livelli di adiposità relativamente contenuti. In uno studio su 1.264 soggetti senza diabete noto, l’indice di disposizione orale era ridotto del 38% nell’iperglicemia a digiuno isolata e del 32% nell’intolleranza al glucosio isolata rispetto alla normale tolleranza. Le variazioni dell’insulino-resistenza erano invece più modeste. Anche dopo la correzione per età, sesso, BMI, circonferenza della vita e familiarità, la funzione β-cellulare rimaneva il parametro maggiormente associato alla lieve disglicemia (Staimez et al., 2013) [21].

Risultati analoghi sono stati ottenuti nei giovani indiani asiatici con prediabete o diabete di tipo 2 a esordio precoce. Nei pazienti diabetici, l’indice di disposizione orale risultava quasi dieci volte inferiore rispetto ai controlli normotolleranti. Nel prediabete contribuivano sia la ridotta sensibilità insulinica sia la compromissione pancreatica; nel diabete conclamato, invece, soltanto la funzione β-cellulare manteneva un’associazione indipendente significativa (Mohan et al., 2013) [22].

L’insulino-resistenza conserva naturalmente un ruolo importante, poiché aumenta la quantità di insulina necessaria per ottenere la stessa risposta biologica e quindi il lavoro richiesto al pancreas. Tuttavia, non conduce inevitabilmente all’iperglicemia. Molte persone rimangono normoglicemiche perché le cellule β riescono ad aumentare adeguatamente la secrezione. La progressione verso il diabete dipende in larga misura dalla capacità di sostenere nel tempo tale compensazione.

Questa interpretazione è stata confermata in uno studio longitudinale su 302 donne normoglicemiche tre mesi dopo il parto. Durante i cinque anni successivi, 89 svilupparono prediabete o diabete. Queste donne presentavano inizialmente maggiore adiposità, insulino-resistenza e una funzione pancreatica già ridotta, ma il principale fattore predittivo della progressione era il continuo deterioramento dell’ISSI-2, indice che integra secrezione e sensibilità insulinica. Il suo contributo predittivo era molto superiore a quello dell’HOMA-IR, dell’indice di Matsuda, del BMI e della circonferenza della vita (Retnakaran et al., 2023) [23].

Rimane aperto il dibattito sull’ordine iniziale degli eventi. Il modello tradizionale considera l’iperinsulinemia una risposta compensatoria all’insulino-resistenza, seguita dal progressivo fallimento delle cellule β. Un’ipotesi alternativa propone invece che un’eccessiva secrezione insulinica possa contribuire inizialmente allo sviluppo della resistenza. Esaminando studi clinici, genetici, sperimentali e farmacologici, una revisione ha concluso che le evidenze disponibili sostengono prevalentemente la presenza di una disfunzione β-cellulare precoce come principale determinante della disglicemia, pur riconoscendo una possibile eterogeneità tra individui e sottogruppi clinici (Esser et al., 2020) [24].

Nel complesso, l’aumento della glicemia diventa evidente quando la secrezione insulinica non è più adeguata alla richiesta metabolica. La glicemia può quindi essere considerata uno specchio, spesso tardivo, della capacità pancreatica residua. Il suo incremento a digiuno, dopo un’ora o dopo due ore dal carico non indica soltanto che più glucosio è rimasto in circolo, ma suggerisce che il sistema di compenso abbia già iniziato a perdere efficacia. Per questo motivo, valori formalmente normali non garantiscono necessariamente l’integrità delle cellule β, così come un’insulinemia elevata non dimostra automaticamente una funzione pancreatica efficiente. La prevenzione dovrebbe pertanto intervenire prima dell’iperglicemia conclamata, riducendo il carico metabolico e preservando il più a lungo possibile la capacità adattativa delle cellule β.

La variabilità e funzione delle β-cellule

Le evidenze disponibili suggeriscono che non sia soltanto l'entità dell'iperglicemia a influenzare il destino delle cellule β pancreatiche, ma anche la modalità con cui il glucosio varia nel tempo. Per molti anni l'attenzione si è concentrata prevalentemente sulla glicemia media e sull'emoglobina glicata, considerate i principali indicatori del controllo metabolico. Negli ultimi anni, tuttavia, numerosi studi hanno dimostrato che le oscillazioni glicemiche rappresentano un fattore biologicamente attivo, capace di esercitare effetti diretti sulla sopravvivenza e sulla funzione delle cellule β. In altre parole, a parità di glicemia media, un'esposizione caratterizzata da continui picchi e rapide riduzioni del glucosio sembra risultare più dannosa di una condizione relativamente stabile anche se elevata.

Questa ipotesi trova conferma anche nell'uomo. In uno studio condotto su 209 soggetti cinesi con normale tolleranza al glucosio, la variabilità glicemica durante un test da carico orale è risultata inversamente associata alla funzione delle cellule β, valutata mediante indice di disposizione corretto per la sensibilità insulinica. Gli individui con le maggiori oscillazioni glicemiche presentavano concentrazioni più elevate di TNF-α (una molecola di segnalazione che promuove e coordina l’infiammazione) e dei marcatori di stress ossidativo, oltre a una significativa riduzione della funzione β-cellulare. Tali associazioni erano osservabili nonostante tutti i partecipanti rientrassero ancora nella categoria della normale tolleranza al glucosio, suggerendo che la variabilità glicemica possa contribuire precocemente al deterioramento funzionale delle cellule β attraverso l'attivazione di processi infiammatori e ossidativi (Ma et al., 2021) [25].

Le evidenze sperimentali rafforzano ulteriormente questa interpretazione. Diversi studi hanno confrontato direttamente gli effetti dell'iperglicemia costante con quelli dell'iperglicemia intermittente su cellule β pancreatiche INS-1, utilizzando concentrazioni medie di glucosio sostanzialmente equivalenti. In tutti i modelli sperimentali, entrambe le condizioni inducevano glucotossicità, ma le oscillazioni glicemiche determinavano un danno nettamente superiore. L'apoptosi (il processo di morte cellulare programmata) risultava sistematicamente più elevata, la vitalità cellulare diminuiva maggiormente e la secrezione insulinica stimolata dal glucosio appariva più compromessa rispetto alle cellule mantenute in iperglicemia continua (Kim et al., 2010) [26]; (Shi et al., 2011) [27]; (Kim et al., 2012) [28]; (Shao et al., 2015) [29].

Il meccanismo che accomuna questi studi è rappresentato dallo stress ossidativo. Le oscillazioni glicemiche aumentano la produzione intracellulare di specie reattive dell'ossigeno (ROS) in misura superiore rispetto all'iperglicemia stabile, determinando un incremento della perossidazione lipidica (un processo di danneggiamento ossidativo dei lipidi), documentata dall'aumento del malondialdeide (MDA, una molecola che si forma durante la perossidazione dei lipidi), e un contemporaneo consumo delle difese antiossidanti, evidenziato dalla riduzione del glutatione (GSH, uno dei principali antiossidanti prodotti naturalmente dall’organismo). (Shi et al., 2011) [27]; (Zhang et al., 2014) [30]; (Shao et al., 2015) [29].

Il danno, inoltre, non riguarda soltanto la sopravvivenza delle cellule β, ma anche la loro capacità di rigenerarsi. L'iperglicemia intermittente induce infatti un arresto del ciclo cellulare: ne consegue una contemporanea riduzione della proliferazione e un incremento dell'apoptosi, due processi che favoriscono la progressiva perdita della massa β pancreatica (Zhang et al., 2014) [30].

Nel complesso, queste evidenze indicano che la variabilità glicemica rappresenta un determinante diretto della salute delle cellule β pancreatiche. Le continue oscillazioni del glucosio non si limitano ad accompagnare la progressione del diabete, ma sembrano contribuire attivamente al deterioramento della funzione secretoria e alla perdita della massa β-cellulare attraverso l'attivazione dello stress ossidativo, dell'infiammazione e di molteplici vie pro-apoptotiche. Da questa prospettiva, preservare la stabilità glicemica assume un significato che va oltre il semplice controllo della glicemia media: significa ridurre uno dei principali stimoli che favoriscono il progressivo esaurimento funzionale del pancreas.

La clearance dell’insulina

La concentrazione di insulina presente nel sangue, come abbiamo visto nel precedente capitolo, viene comunemente interpretata come una diretta conseguenza della quantità di ormone secreta dalle cellule β pancreatiche. In realtà, essa rappresenta il risultato dell'equilibrio tra due processi distinti ma strettamente integrati: da un lato la secrezione pancreatica, dall'altro la velocità con cui l'insulina viene rimossa prima di essere immessa in circolazione. Quest'ultimo processo prende il nome di clearance dell'insulina e costituisce uno dei principali determinanti dell'omeostasi metabolica. Dopo essere stata rilasciata nella vena porta, l'insulina raggiunge innanzitutto il fegato, che ne rappresenta il principale organo di eliminazione. In condizioni fisiologiche, il primo passaggio epatico rimuove una quota molto rilevante dell'ormone, regolando così la quantità che raggiunge la circolazione sistemica e, di conseguenza, muscolo, tessuto adiposo e altri organi bersaglio (Tillil et al., 1988) [31]; (Meier et al., 2005) [32].

Per comprendere l'importanza di questo meccanismo è utile immaginare il fegato come un filtro estremamente sofisticato. Ogni molecola di insulina secreta dal pancreas deve attraversarlo prima di raggiungere il resto dell'organismo. Il fegato non elimina una quantità fissa di ormone, ma modula continuamente la propria attività in funzione delle necessità metaboliche. Già negli anni Ottanta fu dimostrato che la clearance insulinica non è un parametro statico: all'aumentare del carico di glucosio cresce la secrezione pancreatica, ma contemporaneamente diminuisce la velocità con cui l'insulina viene rimossa dal fegato. Questo adattamento consente di mantenere concentrazioni sistemiche di insulina sufficientemente elevate durante i periodi di maggiore disponibilità di glucosio, indipendentemente dal fatto che quest'ultimo venga assunto per via orale o somministrato per via endovenosa. In altre parole, l'organismo regola simultaneamente sia la produzione sia l'eliminazione dell'ormone per mantenere un controllo ottimale della glicemia (Tillil et al., 1988) [31].

La regolazione della clearance dipende inoltre dalla particolare modalità con cui il pancreas secerne l'insulina. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, l'ormone non viene rilasciato in maniera continua, ma attraverso impulsi ritmici che si susseguono ogni pochi minuti. Studi condotti mediante campionamento diretto della vena epatica hanno dimostrato che circa l'80% dell'insulina secreta viene estratto durante il primo passaggio attraverso il fegato e che quest'ultimo modifica quasi istantaneamente la propria capacità di estrazione seguendo il ritmo della secrezione pancreatica. Ciò che cambia durante un aumento della glicemia non è tanto la frequenza degli impulsi, quanto la loro ampiezza: ogni "scarica" contiene una quantità maggiore di insulina e proprio la massa di questi impulsi rappresenta il principale determinante della clearance epatica. Ne emerge una strettissima integrazione funzionale tra pancreas e fegato, nella quale quest'ultimo non svolge il semplice ruolo di organo deputato alla degradazione dell'insulina, ma agisce come un vero regolatore della distribuzione dell'ormone nell'intero organismo (Meier et al., 2005) [32].

Per molti anni la riduzione della clearance dell'insulina è stata considerata esclusivamente una risposta compensatoria all'insulino-resistenza. Secondo questa interpretazione, quando i tessuti diventano meno sensibili all'azione dell'insulina, l'organismo riduce la sua eliminazione per mantenere elevate le concentrazioni circolanti e compensare la ridotta efficacia biologica dell'ormone. Negli ultimi anni, tuttavia, questa visione è stata profondamente rivalutata. Numerose evidenze sperimentali e cliniche suggeriscono infatti una prospettiva opposta: la ridotta clearance potrebbe rappresentare uno degli eventi iniziali della patogenesi metabolica, precedendo la comparsa dell'insulino-resistenza. In questo modello, una minore eliminazione epatica determina un'esposizione cronica dei tessuti periferici a concentrazioni elevate di insulina. L'iperinsulinemia persistente altererebbe progressivamente la segnalazione insulinica: tale meccanismo consentirebbe di spiegare la contemporanea presenza di ridotta utilizzazione del glucosio e persistente sintesi lipidica osservata nel diabete di tipo 2. (Watada e Tamura, 2017) [33]; (Bergman et al., 2019) [34].

Le osservazioni sperimentali rafforzano ulteriormente questo nuovo paradigma. In un ampio studio condotto su novanta cani metabolicamente sani, la clearance metabolica dell'insulina è risultata il principale determinante della sensibilità insulinica, superando perfino il contributo dell'adiposità e della secrezione insulinica. Gli animali caratterizzati da una minore clearance presentavano concentrazioni basali di insulina più elevate e una sensibilità insulinica significativamente ridotta, mentre la risposta secretoria delle cellule β non costituiva un predittore indipendente della resistenza insulinica. Gli autori hanno quindi proposto che una ridotta eliminazione dell'insulina induca iperinsulinemia cronica, la quale espone continuamente i tessuti periferici all'ormone, favorendone progressivamente la desensibilizzazione. Tale modello ribalta il paradigma tradizionale, suggerendo che la riduzione della clearance possa precedere e contribuire direttamente allo sviluppo dell'insulino-resistenza, anziché rappresentarne semplicemente una conseguenza (Ader et al., 2014) [35].

Le evidenze cliniche nell'uomo risultano altrettanto convincenti. In una coorte prospettica comprendente 570 adulti nativi americani inizialmente privi di diabete e seguiti per quasi otto anni, una ridotta clearance metabolica dell'insulina è risultata associata a maggiore adiposità, iperinsulinemia a digiuno, aumentata secrezione compensatoria e ridotta sensibilità insulinica. Ancora più importante, la diminuzione della clearance si è dimostrata un predittore indipendente dell'insorgenza del diabete di tipo 2 anche dopo l'aggiustamento per adiposità, secrezione insulinica, sensibilità insulinica e altri fattori di rischio metabolici. I soggetti con la minore capacità di eliminare l'insulina presentavano quindi una probabilità significativamente più elevata di sviluppare la malattia negli anni successivi. Inoltre, l'associazione osservata con livelli elevati di alanina aminotransferasi (un enzima utilizzato come indicatore di possibile danno delle cellule del fegato) suggerisce che la steatosi epatica possa compromettere l'estrazione dell'insulina, contribuendo ulteriormente all'iperinsulinemia cronica (Shah et al., 2021) [36].

Anche le differenze etniche osservate in numerose popolazioni sembrano confermare il ruolo centrale della clearance dell'insulina. Le revisioni sistematiche dedicate alle popolazioni africane hanno infatti evidenziato che i livelli periferici di insulina risultano frequentemente superiori rispetto a quelli osservati nelle popolazioni europee. Tuttavia, quando la secrezione viene valutata attraverso il dosaggio del peptide C, che permette di distinguere la produzione pancreatica dall'eliminazione epatica, emerge che gran parte dell'iperinsulinemia può essere spiegata da una ridotta estrazione dell'insulina piuttosto che da una reale ipersecrezione delle cellule β. Nelle popolazioni dell'Africa subsahariana è stato addirittura proposto un modello fisiopatologico nel quale l'iperinsulinemia, sostenuta dalla combinazione di aumentata secrezione e ridotta clearance epatica, rappresenta l'evento iniziale che precede obesità, insulino-resistenza e successivo deterioramento della funzione β-cellulare. Queste osservazioni indicano come la clearance dell'insulina possa rappresentare un importante determinante della suscettibilità individuale al diabete, contribuendo a spiegare parte delle differenze metaboliche osservate tra differenti gruppi etnici (Ladwa et al., 2019) [37]; (Goedecke e Mendham, 2022) [38].

L'importanza della clearance insulinica emerge chiaramente anche in alcune condizioni cliniche specifiche. Nelle donne affette da sindrome dell'ovaio policistico, ad esempio, la marcata iperinsulinemia è stata tradizionalmente attribuita esclusivamente all'insulino-resistenza. Tuttavia, confrontando donne con PCOS e donne con prediabete accuratamente appaiate per età e indice di massa corporea, è emerso che la sensibilità periferica all'insulina risultava sostanzialmente sovrapponibile nei due gruppi. La differenza principale risiedeva invece nella capacità di eliminare l'insulina: le pazienti con PCOS presentavano una clearance metabolica significativamente ridotta, strettamente correlata ai livelli di iperinsulinemia osservati durante il test da carico orale di glucosio. Ciò suggerisce che, l'eccesso di insulina circolante dipenda in larga misura da un'alterata eliminazione dell'ormone e non esclusivamente da un'aumentata secrezione pancreatica (Amato et al., 2015) [39].

Nel loro insieme, queste evidenze indicano che la clearance dell'insulina rappresenta molto più di un semplice meccanismo di eliminazione dell'ormone. Essa costituisce uno dei principali regolatori dell'esposizione dei tessuti all'insulina e contribuisce in modo determinante alla fisiologia metabolica. Una sua riduzione può determinare iperinsulinemia cronica anche in assenza di un'importante ipersecrezione pancreatica, favorendo nel tempo la comparsa dell'insulino-resistenza e aumentando il rischio di diabete di tipo 2. La concentrazione di insulina nel sangue, pertanto, non dovrebbe mai essere interpretata esclusivamente come indice della funzione delle cellule β, ma come il risultato dell'interazione dinamica tra secrezione pancreatica e clearance epatica. Comprendere questo equilibrio significa modificare profondamente il modo di interpretare l'origine dell'iperinsulinemia e, di conseguenza, la fisiopatologia stessa del diabete di tipo 2.

Clearance dell’insulina e iperinsulinemia

L’iperinsulinemia viene spesso interpretata come il risultato diretto di un’aumentata secrezione di insulina da parte delle cellule β pancreatiche. Questa spiegazione, tuttavia, è incompleta. La concentrazione dell’ormone nel sangue dipende infatti dall’equilibrio tra la quantità secreta e la velocità con cui viene eliminata, soprattutto dal fegato. Di conseguenza, valori elevati di insulina possono derivare da un’aumentata produzione pancreatica, da una ridotta clearance oppure dalla combinazione variabile di entrambi i processi. Questa distinzione è fondamentale perché le due condizioni non descrivono necessariamente la stessa fase metabolica né lo stesso meccanismo fisiopatologico.

La complessità emerge chiaramente osservando l’insulina a digiuno, spesso utilizzata come indicatore indiretto dell’insulino-resistenza. In una coorte di 470 soggetti ispano-americani, la sua concentrazione risultava influenzata indipendentemente dalla clearance metabolica dell’insulina, dalla sensibilità insulinica, dal BMI, dalla circonferenza della vita e dalla glicemia basale. Tra tutti questi fattori, la clearance mostrava l’associazione quantitativamente più forte, superiore persino a quella della sensibilità all’insulina. I parametri considerati spiegavano complessivamente circa il 52% della variabilità dell’insulinemia a digiuno, dimostrando che questo valore non può essere interpretato automaticamente come misura della sola resistenza insulinica (Goodarzi et al., 2011) [40].

La capacità di eliminare l’insulina varia considerevolmente anche in condizioni apparentemente fisiologiche. In uno studio sperimentale che ha misurato direttamente l’estrazione epatica di primo passaggio, la quota di insulina rimossa dal fegato oscillava dal 22,4% al 77,2%, con una media di circa il 50%. Una maggiore estrazione epatica si associava a una migliore sensibilità insulinica, mentre una minore estrazione corrispondeva a concentrazioni più elevate di insulina a digiuno. L’ampia dispersione osservata tra soggetti sani suggerisce che la clearance rappresenti una caratteristica fisiologica fortemente individuale, influenzata verosimilmente da fattori genetici, ambientali e metabolici (Asare-Bediako et al., 2018) [41].

Questa variabilità può acquisire un significato patologico già durante le primissime fasi dell’aumento ponderale. In dieci uomini sani sottoposti a un incremento intenzionale di due punti di BMI, da 21,8 a 23,8 kg/m2, l’insulinemia e l’insulino-resistenza aumentarono pur rimanendo il peso corporeo nell’intervallo considerato normale. L’iperinsulinemia basale dipendeva sicuramente da una modesta crescita della secrezione ma soprattutto da una riduzione della clearance. Dopo un pasto, un carico orale di glucosio o una stimolazione endovenosa, invece, l’aumento dell’insulina era interamente spiegato dalla minore eliminazione dell’ormone, poiché il peptide C e la secrezione pancreatica rimanevano sostanzialmente invariati. Ciò indica che la riduzione della clearance può rappresentare uno dei primi adattamenti metabolici all’aumento della massa adiposa, precedente alla marcata ipersecrezione tipica dell’obesità conclamata (Erdmann et al., 2008) [42].

Il contributo relativo di secrezione e clearance, tuttavia, non rimane costante, ma cambia in funzione del grado di adiposità e della condizione metabolica. In 291 soggetti suddivisi secondo le classi di BMI, l’iperinsulinemia a digiuno aumentava progressivamente con il peso corporeo ed era sostenuta prevalentemente da una maggiore secrezione, mentre la riduzione della clearance forniva un contributo più contenuto. Dopo il pasto, invece, la secrezione aumentava soltanto nei soggetti sovrappeso e non cresceva ulteriormente negli obesi. In questi ultimi, l’ulteriore aumento dell’insulina circolante dipendeva soprattutto dalla progressiva diminuzione della clearance. Parallelamente, la risposta glicemica postprandiale peggiorava con l’aumento del BMI, suggerendo che l’elevata insulinemia non fosse più sufficiente a compensare completamente la perdita di sensibilità (Erdmann et al., 2009) [43].

Studi più recenti hanno ulteriormente rafforzato l’ipotesi che la riduzione della clearance possa costituire un evento iniziale nell’iperinsulinemia associata all’obesità. In due coorti indipendenti, comprendenti complessivamente oltre cinquecento partecipanti, tutti i soggetti obesi presentavano una diminuzione della clearance insulinica, progressivamente più marcata con l’aumentare dell’insulino-resistenza. Nei primi livelli di compromissione metabolica, invece, la secrezione rimaneva sostanzialmente invariata. L’incremento dell’insulina circolante non sembrava quindi richiedere necessariamente una maggiore produzione pancreatica, ma sicuramente da una riduzione della clearance (Fu et al., 2022) [44].

Quando compare il diabete di tipo 2, l’interazione tra secrezione e clearance diventa ancora più complessa. In 348 pazienti con diabete, l’insulina basale risultava generalmente più elevata rispetto ai controlli, ma tale aumento dipendeva soprattutto dalla riduzione della clearance e non da una maggiore secrezione. Nel periodo postprandiale, al contrario, le concentrazioni insuliniche erano inferiori e non aumentavano in relazione al BMI come nei soggetti non diabetici. Con il progredire della malattia, la risposta secretoria precoce diminuiva progressivamente, esprimendo il deterioramento delle cellule β. La secrezione tardiva poteva invece aumentare considerevolmente, ma veniva controbilanciata da un incremento della clearance, cosicché l’insulina periferica non rifletteva pienamente la quantità effettivamente secreta (Erdmann et al., 2012) [45].

Queste osservazioni mostrano perché la semplice misurazione dell’insulina plasmatica possa risultare fuorviante. Una concentrazione elevata non dimostra necessariamente ipersecrezione, così come un valore relativamente contenuto non esclude una risposta pancreatica intensa, qualora l’ormone venga eliminato rapidamente. Per comprendere l’origine dell’iperinsulinemia è quindi necessario distinguere il contributo della secrezione da quello della clearance.

Il fegato occupa una posizione centrale in questo equilibrio: nei pazienti con steatosi epatica semplice o steatoepatite non alcolica, la clearance epatica dell’insulina risultava ridotta di circa il 30% rispetto ai soggetti senza accumulo di grasso epatico. La compromissione era già presente nella steatosi semplice e non peggiorava in relazione alla gravità della fibrosi e dell’infiammazione, suggerendo che il difetto epatico compaia precocemente con l’accumulo di lipidi. La clearance sistemica, invece, diminuiva progressivamente con l’aggravarsi dell’infiammazione e del danno cellulare. Poiché la secrezione insulinica non differiva significativamente tra steatosi semplice e non-alcolica, l’iperinsulinemia risultava maggiormente associata alla ridotta eliminazione dell’ormone che a un aumento della sua produzione (Bril et al., 2014) [46].

In un altro studio su una coorte portoghese “PREVADIAB2”, comprendente 1.019 partecipanti, il passaggio dalla normoglicemia al prediabete e al diabete di tipo 2 si accompagnava a un progressivo incremento del BMI, dell’insulino-resistenza, dell’insulinemia e della steatosi epatica. I soggetti con il profilo metabolico peggiore mostravano contemporaneamente una minore capacità di eliminare l’insulina. La correlazione era particolarmente evidente nei soggetti normoglicemici e meno compromessi (Patarrão et al., 2024) [47].

Il possibile rapporto causale tra ridotta clearance e iperinsulinemia è stato approfondito anche mediante modelli animali che, già a due mesi di età, presentavano una marcata diminuzione dell’eliminazione epatica dell’insulina e iperinsulinemia, in assenza di obesità, steatosi, aumento della lipolisi o insulino-resistenza sistemica. Soltanto nei mesi successivi comparivano riduzione del recettore insulinico, resistenza insulinica epatica e steatosi. La sequenza temporale osservata colloca quindi la riduzione della clearance e la conseguente iperinsulinemia all’inizio della cascata, prima delle principali alterazioni tradizionalmente considerate responsabili dell’insulino-resistenza (Ghadieh et al., 2019) [48].

Nel complesso, queste evidenze mostrano che l’iperinsulinemia non costituisce un fenomeno unico né può essere attribuita automaticamente a un’eccessiva attività delle cellule β. Nelle prime fasi dell’aumento ponderale, la diminuzione della clearance può precedere l’ipersecrezione e aumentare l’esposizione sistemica all’insulina. Con l’aumentare dell’obesità e dell’insulino-resistenza, secrezione e clearance possono contribuire in misura differente nello stato basale e dopo i pasti. Nelle fasi avanzate del diabete, infine, il deterioramento della funzione β-cellulare modifica ulteriormente questo equilibrio. La ridotta clearance dell’insulina non deve quindi essere considerata soltanto una risposta compensatoria, ma un possibile regolatore iniziale dell’iperinsulinemia e, in alcune condizioni, uno dei meccanismi capaci di favorire la successiva comparsa dell’insulino-resistenza.

Iperinsulinemia e insulino-resistenza

Per molti anni l’iperinsulinemia è stata interpretata quasi esclusivamente come una risposta compensatoria all’insulino-resistenza: quando i tessuti diventano meno sensibili all’azione dell’insulina, le cellule β pancreatiche aumentano la secrezione dell’ormone per mantenere la glicemia entro limiti compatibili con la normalità. Questa spiegazione conserva una parte importante di validità, ma non descrive completamente la relazione tra i due fenomeni. Le evidenze sperimentali mostrano infatti che un’esposizione prolungata a concentrazioni elevate di insulina può, a sua volta, ridurre la capacità dei tessuti di rispondere all’ormone. Iperinsulinemia e insulino-resistenza non devono quindi essere considerate come due eventi necessariamente disposti in una sequenza rigida, ma come componenti di un circuito capace di autoalimentarsi: l’aumento dell’insulina può inizialmente sostenere il controllo glicemico, ma nel tempo può contribuire alla progressiva desensibilizzazione dei tessuti bersaglio.

Una delle dimostrazioni più significative proviene da uno studio condotto su giovani soggetti sani, nei quali venne indotta per 72–96 ore un’iperinsulinemia di entità fisiologica, mantenendo la glicemia normale. Dopo pochi giorni, l’utilizzazione sistemica del glucosio risultava ridotta del 20–40%. Il difetto non riguardava l’utilizzo del glucosio, che rimaneva sostanzialmente in parametri normoglicemici, ma il suo utilizzo ai fini energetici, cioè soprattutto la trasformazione e l’immagazzinamento sotto forma di glicogeno (riserva di glucosio dell’organismo). Anche la capacità dell’insulina di sopprimere la produzione epatica di glucosio rimaneva preservata, indicando che l’alterazione iniziale interessava prevalentemente i tessuti periferici, in particolare il muscolo scheletrico. L’iperinsulinemia isolata riduceva inoltre la successiva risposta secretoria delle cellule β a uno stimolo iperglicemico. Quando, invece, l’insulina elevata era associata a una lieve iperglicemia cronica, la risposta pancreatica aumentava notevolmente, ma persisteva il difetto selettivo della sintesi di glicogeno. Questi dati dimostrano che una concentrazione persistentemente elevata di insulina può indurre direttamente resistenza insulinica anche in persone inizialmente sane (Del Prato et al., 1994) [49].

Le cellule muscolari umane coltivate in vitro confermano questo modello. Dopo tre giorni di esposizione prolungata all’insulina, la successiva stimolazione acuta determinava un assorbimento di glucosio significativamente inferiore. Parallelamente diminuivano la fosforilazione di IRS-1 e quella di AKT, due passaggi essenziali della cascata insulinica, che vedremo nel capitolo seguente. La riduzione di TNF-α (una molecola che favorisce la risposta infiammatoria dell’organismo) e l’assenza di modificazioni significative di diversi geni lipidici e mitocondriali indicavano inoltre che l’iperinsulinemia, da sola, era sufficiente a indurre resistenza insulinica senza riprodurre l’intero ambiente infiammatorio e lipotossico del diabete (Turner et al., 2020) [50].

La desensibilizzazione può iniziare già a livello del recettore dell’insulina. L’esposizione cronica all’ormone riduce la capacità del recettore di autofosforilarsi (avvio della trasmissione del segnale all’interno della cellula) dopo una nuova stimolazione, pur senza diminuirne necessariamente il numero presente sulla membrana cellulare. Dopo la rimozione temporanea dell’insulina, la struttura e l’autofosforilazione tornavano apparentemente normali; tuttavia, una successiva breve esposizione ripristinava rapidamente il fenotipo resistente. Questo comportamento suggerisce l’esistenza di una sorta di memoria molecolare dell’iperinsulinemia, attraverso la quale il recettore rimane predisposto a rispondere in modo inadeguato anche dopo la temporanea scomparsa dello stimolo cronico. (Catalano et al., 2014) [51].

In altri contesti, l’iperinsulinemia non modifica soltanto la funzionalità del recettore, ma ne riduce anche l’espressione. Una metanalisi comprendente oltre 450 campioni di muscolo scheletrico umano ha evidenziato una relazione inversa tra insulina a digiuno ed espressione dell’mRNA di INSR (il gene che contiene le informazioni necessarie per produrre il recettore dell’insulina). Nei miotubi (cellule immature che daranno origine alle fibre muscolari) sottoposti a esposizione cronica all’insulina diminuivano il gene INSR, la quantità totale della proteina del recettore e la quota presente sulla superficie cellulare. Contemporaneamente risultavano attenuate la fosforilazione di AKT e la captazione del glucosio. Parte di queste alterazioni persisteva anche dopo alcune ore di rimozione dell’insulina. L’eccesso cronico di insulina può quindi riprogrammare l’espressione dei principali componenti della propria stessa via di segnalazione, riducendo progressivamente la capacità della cellula di percepire l’ormone (Cen et al., 2022) [52].

Un processo simile è stato osservato nelle cellule epatiche Hep G2. Dopo sedici ore di esposizione all’insulina, la quantità del recettore diminuiva in modo dose-dipendente. Le alterazioni funzionali erano però ancora più marcate: la fosforilazione del recettore scendeva fino al 22%, e l’interazione tra IRS-1 e PI3K (due passaggi essenziali della cascata insulinica) si riduceva del 66%. La quantità di PI3K rimaneva invariata, indicando che il problema non consisteva nella mancanza dell’enzima, ma nell’incapacità di reclutarlo correttamente all’interno del complesso di segnalazione. L’iperinsulinemia comprometteva quindi simultaneamente il recettore, IRS-1 e il passaggio verso PI3K, interrompendo la cascata già nelle sue fasi iniziali (Yuan et al., 2002) [53].

Un’ulteriore forma di resistenza insulinica è stata osservata nelle cellule endoteliali microvascolari cerebrali. In questo caso il numero totale dei recettori aumentava, ma la loro funzionalità diminuiva: l’autofosforilazione risultava compromessa, una quota maggiore rimaneva bloccata sulla membrana e l’internalizzazione dopo lo stimolo insulinico era ridotta. L’inibizione ripristinava la fosforilazione, la segnalazione e l’internalizzazione del recettore. Tali alterazioni potrebbero ridurre il trasporto dell’insulina attraverso la barriera emato-encefalica (filtro selettivo che protegge il cervello dalle sostanze potenzialmente dannose) e contribuire alla resistenza insulinica cerebrale associata all’obesità (Watson et al., 2022) [54].

Nel complesso, le evidenze mostrano che l’iperinsulinemia cronica può agire su più livelli: modifica la conformazione e l’autofosforilazione del recettore, ne riduce l’espressione o ne accelera la degradazione, altera IRS-1 e il reclutamento della PI3K, attenua AKT e compromette il trasporto e l’immagazzinamento del glucosio. Questi effetti coinvolgono muscolo, fegato, tessuto adiposo, rene ed endotelio cerebrale, pur assumendo caratteristiche differenti nei diversi tessuti.

Si delinea così un circolo vizioso fisiopatologico: una ridotta clearance dell’insulina o una maggiore secrezione aumentano inizialmente l’esposizione sistemica all’ormone; la stimolazione persistente induce progressivamente resistenza insulinica; la minore efficacia dell’insulina rende necessario mantenere concentrazioni dell’ormone ancora più elevate per controllare la glicemia; l’ulteriore iperinsulinemia amplifica i meccanismi di desensibilizzazione. In questa prospettiva, l’iperinsulinemia non rappresenta soltanto il tentativo dell’organismo di compensare un difetto già esistente, ma può diventare uno dei fattori che ne sostengono e accelerano la progressione.

Conclusioni

Nel loro insieme, le evidenze scientifiche analizzate in questo capitolo mostrano come il deterioramento metabolico possa iniziare molto prima della comparsa di un’iperglicemia manifesta. Il primo segnale può essere rappresentato dalla variabilità glicemica: oscillazioni progressivamente più ampie del glucosio compaiono già nel passaggio dalla normale tolleranza al prediabete e aumentano ulteriormente nel diabete di tipo 2. Il monitoraggio continuo ha permesso di quantificare questa instabilità attraverso parametri come SD, CV, MAGE, MODD e CONGA, mostrando inoltre come una maggiore variabilità possa precedere la diagnosi di diabete e associarsi a stress ossidativo, infiammazione, disfunzione endoteliale e maggiore rischio di complicanze microvascolari e macrovascolari. In questo contesto assumono particolare importanza le escursioni postprandiali, perché possono diventare evidenti quando la glicemia a digiuno risulta ancora normale. In particolare, una glicemia elevata a un’ora dall’OGTT identifica soggetti apparentemente normotolleranti che presentano già una compromissione della funzione β-cellulare e, in alcuni casi, della sensibilità insulinica.

Il passaggio successivo riguarda quindi le cellule β pancreatiche: le ricerche mostrano che il loro deterioramento non inizia improvvisamente con il diabete, ma può essere riconosciuto lungo tutto il continuum glicemico, persino all’interno dei valori considerati normali. La glicemia tende ad aumentare quando la secrezione insulinica non riesce più ad adattarsi adeguatamente alla richiesta metabolica; per questo la quantità assoluta di insulina non è sufficiente a descrivere la funzione pancreatica e deve essere interpretata in rapporto alla sensibilità insulinica, attraverso parametri come l’indice di disposizione. Le evidenze mostrano inoltre che le oscillazioni del glucosio possono contribuire direttamente al deterioramento β-cellulare: rispetto a un’iperglicemia stabile, l’esposizione intermittente aumenta maggiormente stress ossidativo, produzione di ROS, perossidazione lipidica e apoptosi, riducendo contemporaneamente vitalità, proliferazione e capacità secretoria delle cellule β.

La quantità di insulina presente in circolo, tuttavia, non dipende soltanto da quanto ne produce il pancreas. Un ulteriore passaggio fondamentale è rappresentato dalla clearance insulinica, soprattutto epatica. Il fegato rimuove una quota rilevante dell’insulina durante il primo passaggio e modifica dinamicamente questa estrazione in relazione alla secrezione pancreatica e alle esigenze metaboliche. Le evidenze analizzate indicano che una riduzione della clearance può comparire precocemente, aumentando la permanenza dell’insulina nel sangue anche senza una corrispondente ipersecrezione pancreatica. Tale alterazione è stata associata all’adiposità, alla steatosi epatica, alla ridotta sensibilità insulinica e al futuro sviluppo del diabete di tipo 2.

Ne deriva una diversa interpretazione dell’iperinsulinemia: concentrazioni elevate di insulina non indicano necessariamente un pancreas che ne produce quantità eccessive, perché possono derivare da maggiore secrezione, minore eliminazione o dalla combinazione dei due fenomeni. Nelle prime fasi dell’aumento ponderale e dell’alterazione metabolica, alcune ricerche mostrano che la riduzione della clearance può precedere un’importante ipersecrezione, mentre con la progressione dell’obesità, dell’insulino-resistenza e infine del diabete cambia continuamente il contributo relativo dei due processi.

L’ultimo passaggio riguarda proprio il rapporto tra iperinsulinemia e insulino-resistenza. Il modello tradizionale, nel quale l’insulino-resistenza determina un aumento compensatorio dell’insulina, rimane valido ma solo in contesti fisiopatologici specifici perché non appare sufficiente a descrivere tutte le condizioni osservate. Studi sperimentali nell’uomo e modelli cellulari mostrano infatti che un’esposizione insulinica elevata e persistente può essa stessa ridurre progressivamente la risposta all’ormone. L’iperinsulinemia cronica può compromettere l’autofosforilazione e l’espressione del recettore insulinico, alterare IRS-1 e il reclutamento di PI3K, attenuare AKT e ridurre la captazione e l’immagazzinamento del glucosio.

Si delinea così un circuito fisiopatologico potenzialmente autoalimentante: la riduzione della clearance o l’aumento della secrezione possono incrementare inizialmente l’esposizione sistemica all’insulina; la stimolazione persistente può favorire la desensibilizzazione dei tessuti; la minore efficacia dell’ormone richiede concentrazioni insuliniche ancora maggiori per mantenere il controllo glicemico, mentre parallelamente la funzione β-cellulare può progressivamente deteriorarsi e la variabilità glicemica aumentare. Variabilità glicemica, funzione β-cellulare, clearance, iperinsulinemia e insulino-resistenza emergono quindi non come fenomeni isolati, ma come componenti strettamente interconnesse e sequenziali di uno stesso processo dinamico, la cui comprensione permette di spostare l’attenzione dalla sola iperglicemia conclamata alle alterazioni metaboliche che possono precederla di molti anni.

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